L'omicidio di Eleonora e Daniele, parla la difesa: «De Marco è pazzo, non è imputabile»

Daniele De Santis ed Eleonora Manta
Daniele De Santis ed Eleonora Manta
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Martedì 17 Maggio 2022, 09:56 - Ultimo aggiornamento: 20:24

Al via le arringhe difensive nel processo sull'omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, 33 e e 30 anni, ammazzati con 78 coltellate la sera del 21 settembre di due anni fa nel loro appartamento di via Montello, a Lecce, dall'omicida reo confesso Antonio De Marco, 22 anni, di Casarano. Nell'aula bunker della Corte d'Appello parlano gli avvocati difensori Andrea Starace e Giovanni Bellisario davanti ai giudici della Corte d'Assise (presidente Pietro Baffa, a latere la giudice togata Maria Francesca Mariano e la giuria popolare)  Si tornerà in aula il 7 giugno per eventuali repliche e per la sentenza

«Non imputabile»

«Le povere vittime sono state individuate per una serie di eventi contigenti ed occasionali», ha sostenuto l'avvocato Starace. «L'azione delittuosa possiede una valenza psicotica: De Marco ha ucciso Daniele ed Eleonora sebbene non avessero nessuna colpa. Non certo per presunte gelosie nei loro confronti. Per un'idea delirante, la morte di due persone il viatico per una vita migliore: per avere una ragazza, come scrisse nel suo diario. E' la conferma dello scivolamento del suo io verso la psico patologia». Fatta questa premessa, il legale ha sostenuto l'infermità mentale di De Marco e, dunque, la non imputabilità. Ed ha aggiunto: «Insufficiente e contradditoria la prova sulla imputabilità». Il legale ha inoltre chiesto l'esclusione delle aggravanti della premeditazione e della crudeltà, ricordando che in questo modo De Marco potrebbe essere giudicato con il rito abbreviato e dunque beneficiare della riduzione di un terzo della pena. Ed anche della dimuente del vizio parziale di mente e l'attenuante della collaborazione. 

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L'accusa ha chiesto l'ergastolo

Nell'ultima udienza ha chiesto l'ergastolo con isolamento diurno di un anno, il pubblico ministero della Procura di Lecce, Maria Consolata Moschettini.  «Antonio De Marco odiava Daniele De Santis, il movente fu questo, del resto ne abbiamo trovato conferma anche negli scritti sequestrati in carcere. Come questo: perché Daniele mi stava così antipatico? Fighetto del c...! Figlio di papà del c....! Arbitro della m...Già si capiva che era tutto un fighetto di m..., non serve mica scambiare chissà quante parole con qualcuno per capire com’è», un  passaggio della requisitoria che ha svelato questo ulteriore retroscena della strage di via Montello.

«Odiava Daniele»

È stato il magistrato che ha condotto le indagini con i carabinieri del Nucleo investigativo a svelare l’esistenza di quegli appunti con parole di disprezzo messe nero su bianco dall’imputato dopo il fermo del 28 settembre di due anni fa, ad una settimana dalla strage degli ex conquilini Daniele  ed Eleonora, entrambi laureati in Giurisprudenza, lui arbitro di calcio e lei funzionaria della sede di Brindisi dell’Inps in attesa di affrontare il concorso in magistratura. L’accusa ha focalizzato l’attenzione su cosa sarebbe maturato nell’animo di De Marco in quei sei mesi di convivenza con Daniele De Santis nella casa di via Montello dove aveva preso una stanza in affitto per seguirei i corsi di infermiere professionale nell’ospedale Vito Fazzi di Lecce.

«De Marco attribuiva la responsabilità della propria infelicità a terzi, l’azione criminosa poteva rivolgersi allora verso chiunque?», il problema posto dalla pm Moschettini per sostenere che se è vero che l’imputato si sarebbe potuto trasformare un serial killer se intanto non fosse stato fermato, è vero anche che avrebbe maturato un obiettivo preciso: eliminare Daniele. «Nel suo diario, il 7 agosto 2020 scrive che ha deciso di uccidere Daniele, il 19 agosto aveva cancellato l’immagine di Daniele dalla foto della coppia salvata sul suo smartphone. Lui odiava Daniele, non è vero che abbia ucciso per sfogare la sua frustrazione. Non gli è mai venuto in mente di uccidere altre persone. Perché Daniele era una persona felice, perché aveva una bella ragazza: la rabbia narcisistica ha scatenato la rabbia assassina. Come il suo personaggio modello, Vendetta: odia le persone che hanno avuto le esperienze che lui non ha avuto, prova piacere nel privare le persone di quelle esperienze che le hanno rese felici».

La ferocia

Il massimo della pena è stato chiesto anche perché, nonostante la confessione, De Marco non ha convinto ha mostrato nessun segno di pentimento. Anzi, gli scritti sequestrati in carcere mostrerebbero un odio per nulla sopito. Inoltre sono state riconosciute le aggravanti: la premeditazione e la crudeltà. Crudeltà ampiamente provata dal numero delle coltellate: «Ha ucciso con l’intento di annientare le vittime, con ferocia», la requisitoria. «Otto-nove minuti di urla strazianti, di richieste di aiuto e nonostante questo lui continuava. Con violenza, ferite più profonde della lunghezza della lama perché ha affondato i colpi. Ha inseguito Daniele per le scale, un comportamento malvagio».

Capacità di intendere e di volere

Premiditazione e capacità di intendere e di volere sono stati argomenti connessi l’uno all’altro: dalla ricerca online dell’1 agosto di un’armeria a Lecce, alla iscrizione del 6 agosto ad un sito di vendita di armi, all’uso di Google Maps per evitare le strade con gli impianti di videosorveglianza nel percorso di avvicinamento a via Montello ed anche nel tentativo di ripulire la scena del crimine da tutti gli indizi. Uno dei punti segnati nei cinque bigliettini persi nel cortile del condominio di via Montello durante la fuga. Sulla capacità di intendere e di volere stanno discutendo oggi i difensori. Su null’altro, al cospetto di due confessioni e della prova intanto formatasi nell'istruttoria dibattimentale.

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