Eterna emergenza pronto soccorso: viaggio tra medici e pazienti in attesa al Fazzi di Lecce

Eterna emergenza pronto soccorso: viaggio tra medici e pazienti in attesa al Fazzi di Lecce
di Andrea TAFURO
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Lunedì 11 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 14:54

La quiete lungo il viale d’ingresso e la tempesta Covid nel Pronto soccorso: sono i due volti dell’odissea vissuta nell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce in una calda mattina di luglio. Spazi e ambienti di alcune centinaia di metri, che raccontano realtà opposte del principale ospedale della rete sanitaria salentina, colpita dall’inchiesta giudiziaria che ha portato alle dimissioni dell’ex direttore generale dell’Asl, Rodolfo Rollo, e compressa tra le difficoltà irrisolte dell’organizzazione dei reparti e la carenza di personale nel Pronto soccorso. Motivo, quest’ultimo, che pesa come un macigno sulla rete assistenziale locale e ha portato nei giorni scorsi, dopo dure polemiche tra politica e responsabili sanitari, all’apertura di un’altra inchiesta della Procura leccese. Nel mezzo, la recrudescenza dei casi Covid, l’aumento dei ricoveri per traumi estivi e la continua corsa dei sanitari, il suono delle ambulanze verso i vecchi padiglioni dell’ospedale destinati alla cura del virus e le lunghe ore in coda in attesa di sbarellare il paziente. Operatori stremati, ostaggio di quelle stesse tute bianche che dovrebbero evitare loro il contagio, ma che spesso tolgono il respiro, qualche volta anche la lucidità. Infermieri, autisti e medici dai volti stremati dal caldo, piegati su se stessi o seduti su sostegni di fortuna, mentre provano a recuperare le forze in attesa di un segnale dal reparto interno per poter consegnare il paziente. Ma anche persone costrette a lunghissime attese, senza una risposta, senza un orizzonte. Emergenze che si accavallano, trasformando il diritto alla salute e alla cura in un traguardo lontano. Qualcuno non si tiene, protesta, alza la voce. Non contro i medici: evidentemente pochi e stanchissimi. Contro la politica, ritenuta responsabile della situazione nella quale versa oggi la sanità pugliese, dopo anni di tagli e con una carente organizzazione dei servizi.

L'ossigeno manca per tutti

L’ossigeno manca per tutti e non solo come conseguenza di un contagio Covid aggressivo. A intervalli irregolari qualche medico esce all’esterno, porta assistenza, consegna delle bottigliette d’acqua agli operatori e prova a rassicurare i pazienti e i familiari, stravolti e in alcuni casi anche innervositi dalla lunga sosta. Il sole è alto in cielo, la temperatura sale nonostante il vento di tramontana faccia percepire qualche grado in meno. Il tempo scorre, la prima ambulanza si libera e riesce a ripartire dopo oltre due ore d’attesa. Il medico e l’autista a bordo tirano un sospiro di sollievo. «Siamo in difficoltà da tempo - osserva il professionista - ma ora è tutto più evidente perché il coronavirus ha messo a nudo le carenze del sistema sanitario. Purtroppo il virus corre anche in corsia e l’insufficienza di personale si riflette sull’attività quotidiana. I reparti Covid sono quasi saturi e i pazienti restano in Pronto soccorso o in ambulanza ad attendere il loro turno. Così anche i mezzi di soccorso restano fermi senza poter intervenire per altre urgenze». Prima di tornare su strada però l’ambulanza dovrà passare dall’area della sanificazione e attendere un’altra mezz’ora per il completamento delle operazioni di bonifica. La coda dei mezzi di soccorso a ridosso dell’astanteria del Pronto soccorso “sporco” si ricrea velocemente. Il flash di sopraggiunta serenità si spegne quasi subito e resta solo una breve illusione. 

Ambulanze bloccate

Altre tre ambulanze sono bloccate. Due con pazienti positivi da sbarellare e una terza per il trasporto secondario verso altro nosocomio. La scena è sempre la stessa, soccorritori stanchi e i pazienti spesso anziani, che sollecitano interventi d’aiuto. Dentro l’area d’urgenza Covid sono presenti soltanto un medico e due infermieri. A loro spetta gestire i nuovi accessi e gli oltre 15 pazienti dislocati tra sedie e lettini nelle tre stanze disponibili più il corridoio, dove trova posto un anziano, in attesa che qualche letto si liberi nei reparti. La “coperta” è corta e già impegnata: i ricoverati nei reparti sono oltre 85 e non c’è altro posto disponibile. Difficile fare di più. Partono quindi le richieste d’aiuto all’ospedale di Galatina. Al “Santa Caterina Novella” sono attivi 12 posti letto Covid, già tutti occupati, ma nell’arco di qualche giorno, giusto il tempo di trovare personale disponibile, ne saranno allestiti altrettanti in Malattie infettive. Un piccolo respiro per Lecce forse, che non cancella l’emergenza. Giusto il tempo di una pacca sulla spalla tra medici e torna l’agitazione in corsia. Il sorriso svanisce.

Dall’ospedale di Copertino arriva la notizia opposta. Ricoveri in Pronto soccorso ridotti alle sole urgenze e sale operatorie chiuse perché tutti gli anestesisti sono assenti per malattia e Covid. Un nuovo grattacapo per la direzione sanitaria. Ogni giorno infatti il bilancio si aggrava e il personale si dimezza. Il virus non molla e spinge il sistema al collasso. Non c’è tempo però per rallentare. In Pronto soccorso si continua a lavorare a ritmi elevati, medici e infermieri si danno il cambio sui pazienti in osservazione. A volte qualche incomprensione, la stanchezza sopraggiunge e si rischia l’errore. Un cartello sulle porte serve a ricordare ai più distratti, della presenza dell’area Covid. Tra i corridoi spenti e isolati dal resto del mondo, così da oltre due anni, trova posto il verde tinteggiato sui muri dell’ambulatorio di pediatria Covid. I piccoli pazienti accompagnati mano nella mano dai loro genitori, attendono l’esito del tampone speranzosi di aver sconfitto il virus. 

Il viaggio continua. Qualche passo in avanti e si è fuori dall’area Covid. Il caos è alle spalle, anche se riecheggia il suono delle sirene delle ambulanze. Pochi metri separano infatti la centrale operativa del 118 dal Pronto soccorso. I due presidi, in prima linea nelle emergenze urgenze, messi sotto pressione dalla variante Omicron, che toglie il fiato e complica anche le richieste di cura dei malati cronici e dei casi oncologici. All’esterno è tutt’altra storia. C’è il via vai tranquillo, quasi distratto, sulla rampa di scale delimitate dal verde, dei visitatori diretti ai reparti interni dell’ospedale. Poco distante giganteggia il “Dea” e il suo Pronto soccorso, nuovo e “pulito” dal virus, destinato ad accogliere emergenze e gestire soprattutto codici verdi e bianchi. Perché l’afflusso maggiore nel più grande ospedale della provincia di Lecce, stranamente, deriva proprio da questi casi. Il rilevamento del giorno evidenzia meno di 20 casi tra rossi e gialli. Il resto, l’80%, sotto soglia di gravità. La media dei ricoveri giornalieri, Covid compresi, non supera i 120/130 casi. Non un’enormità se considerato che il Pronto soccorso di Gallipoli, nell’ultimo periodo, ha raggiunto i 90 accessi complice l’aumento delle presenze turistiche. 
I numeri del Dea di Lecce però non raccontano tutto. Nelle due sale circa 50 persone, tra familiari e pazienti in attesa di chiamata, trovano posto. I ritmi di lavoro qui sono meno frenetici, ma il clima è ugualmente di tensione. Davanti al vetro della reception cresce il nervosismo. Un uomo, esasperato dal ritardo accumulato, alza la voce all’indirizzo delle operatrici che ribattono sulla procedura da seguire per il ricovero della moglie. «Prima il tampone e poi la visita». Ne nasce una discussione tra le parti, placata dall’intervento della security. I malumori tra i presenti, seppur sottovoce restano. «Aspettiamo da ore - racconta una giovane ragazza che ha accompagnato la madre - e siamo stanche e rammaricate. Ma medici e infermieri non hanno colpe, sono pochi e carichi di lavoro. Le inchieste di questi giorni poi hanno tolto serenità in chi lavora e in chi come noi si affida alle cure della sanità pubblica – aggiunge - e questo, purtroppo, non è una sensazione rassicurante». 
Intanto i tempi si allungano e le richieste d’intervento si accavallano. Il primario Silvano Fracella non c’è, è assente per malattia. Diciannove medici devono darsi il cambio su più turni e postazioni. Al netto dei riposi e della malattia, giornalmente in servizio ci sono 4 camici bianchi per fascia oraria. Quindi, un medico e un paio di infermieri sono impegnati nell’unità di osservazione breve intensiva (obi) con 12 posti letto, tutti occupati, in gran parte da pazienti over70. Il progressivo aumento della popolazione anziana, con tutte le sue criticità e fragilità, ha creato una vera e propria emergenza delle cronicità. A gestire gli accessi gialli e rossi c’è un medico e qualche infermiere. A conti fatti per tutti gli altri codici “non urgenti” resta un solo dottore e diversi operatori sanitari per turno. Dai reparti dei piani superiori arriva qualche rinforzo, ma a scarseggiare sono i posti letto. Al “Dea-Fazzi” ne mancano circa 250 dei 792 complessivi previsti dal piano di riordino regionale. La insufficiente disponibilità di posti letto per i pazienti da ricoverare, obbliga quindi il reparto di emergenza e urgenza a tenerli anche per giorni su barelle ed in spazi logistici non sempre idonei. Ma tant’è, le alternative latitano. Nel Pronto soccorso a Lecce l’allarme è alto e l’emergenza resta, anche se non sempre si tratta di curare casi urgenti. Le attese sono lunghe e l’effetto imbuto è presto fatto. La sanità leccese è nel caos e il clima, nonostante la tregua offerta dalla tramontana di questi giorni, rimane rovente fuori e dentro il “Dea-Fazzi”.
 

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