Sanità, strutture sanitarie efficienti ma chiuse. E le liste d'attesa aumentano

Sanità, strutture sanitarie efficienti ma chiuse. E le liste d'attesa aumentano
di Paola ANCORA
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Domenica 10 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 18:58

Strutture sanitarie efficienti ma chiuse. E le liste d'attesa aumentano. Perché un centro pubblico per la dialisi è stato chiuso nonostante fosse perfettamente funzionante? E perché, ancora, un’altra struttura pubblica, che nel Salento garantiva la procreazione assistita a centinaia di coppie, è stata chiusa e mai più riaperta? La risposta a queste domande si trova in parte nella corposa ordinanza firmata dalla gip Simona Panzera nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto la sanità e la politica regionali. E, per altra parte, si trova anche negli atti pubblici e negli archivi di cronaca che scandiscono la storia di questi due fiori all’occhiello della sanità di Puglia, centri che hanno funzionato per il tempo appena sufficiente a dare ai cittadini l’impressione che qualcosa potesse davvero cambiare, che i servizi potessero essere efficienti e moderni anche al di qua della linea Maginot del Po, per poi chiudere, negando loro ogni diritto e speranza. 

Le indagini


Con ordine. L’inchiesta condotta da Procura di Lecce e Guardia di finanza di Otranto si è concentrata, fra le altre cose, sulle attività del Centro di Emodialisi di Gagliano del Capo. Un centro moderno e perfettamente funzionante, sul quale – scrive la gip Panzera - «si era precocemente formato un accordo, prima ancora dell’adozione dei necessari atti amministrativi», fra l’ente ecclesiastico “Cardinale Panico” e la Regione, per il tramite della Asl leccese. Tale accordo, secondo gli inquirenti, sarebbe dovuto servire a “risarcire” il “Panico” delle prestazioni sanitarie extra-plafond fornite dal 2015 al 2017 per un totale di 15 milioni di euro. Fra luglio e novembre del 2019 l’accordo “di partenariato” fra Regione e “Panico” viene sottoscritto e ufficializzato. In base a quell’accordo i pazienti avrebbero dovuto essere «prioritariamente allocati nelle strutture pubbliche», ovvero nel centro dialisi di Gagliano e solo in subordine nel Centro dialisi di Leuca (Cad Leuca).

Ma per le prestazioni rese a Gagliano, dove l’ente ecclesiastico doveva garantire il personale medico, la Asl avrebbe riconosciuto al “Panico” un rimborso pari al 50% delle spese sostenute. Per i pazienti in cura nel Cad Leuca, invece, il rimborso sarebbe stato del 100%. Secondo i magistrati inquirenti, in violazione dell’accordo preso con la Regione, il “Panico” avrebbe erogato il servizio esclusivamente nel Cad Leuca e tale «violazione non solo non veniva rilevata dalla Asl, ma anzi le prestazioni venivano tempestivamente rimborsate». Così, pochi mesi dopo la stipula del contratto, il 18 marzo del 2020 la struttura di Gagliano - «dotata di costosi macchinari pagati con denaro pubblico» scrive la gip Panzera - viene chiusa proprio per la «grave carenza di personale medico». Personale che il “Panico” non avrebbe affatto garantito, nonostante l’accordo protocollato in Regione.

La procreazione assistita


C’è poi il caso del centro pubblico di procreazione assistita di Nardò, del quale non si fa cenno nell’ordinanza, incentrata invece sulle procedure di accreditamento del centro privato Prodia di Muro leccese. Quest’ultimo centro è gestito dalla società “I Giardini di Asclepio srl” e ospitato in un edificio di proprietà dell’allora assessore Totò Ruggeri. La richiesta di accreditamento di Prodia pendeva negli uffici regionali dal 2017 e, secondo quanto emerso nel corso delle indagini e riportato nell’ordinanza della gip Panzera, insieme all’ex direttore generale della Asl Rodolfo Rollo, Ruggeri si sarebbe speso per accelerare la pratica di accreditamento, arrivata a conclusione il 4 settembre del 2020. Di più: il presunto accordo corruttivo fra Ruggeri, Rollo e i vertici della società che gestisce il centro Prodia si sarebbe basato anche sulla promessa del successivo accreditamento di Prodia come centro di II livello. Su questi fatti sarà il prosieguo del procedimento penale a fare piena luce e accertare eventuali responsabilità. 


La cronaca restituisce, tuttavia, un dato su cui riflettere. Mentre, secondo gli inquirenti, si accelerava su Prodia, la Asl di Lecce proponeva alla Regione la chiusura del centro pubblico di procreazione assistita di Nardò, un centro di II livello ad elevata specializzazione, aperto nel 2009 e che, a regime, forniva servizi a circa 500 coppie all’anno. Siamo a febbraio del 2020. «Rilevate le numerose difficoltà organizzative che tale ubicazione (a Nardò, ndr) comporta – scriveva Rollo alla Regione in una nota - al fine di assicurare agli utenti la qualità e la sicurezza delle prestazioni della Pma, garantendo l’intero percorso nascita, (...) si chiede di modificare la Programmazione Regionale per consentire il trasferimento del Centro Pma da Nardò al Presidio Ospedaliero di Lecce”. Il 2 marzo 2020 la Giunta regionale di Michele Emiliano delibera il trasferimento. Il centro Pma di Nardò viene quindi chiuso, mai più riaperto né mai trasferito a Lecce. A gennaio 2021, Rollo garantisce in Commissione regionale Sanità la riapertura del centro neretino «entro giugno 2021», se il trasferimento non fosse stato avviato di lì a poco. Ma questa promessa resta disattesa. 
Centinaia di coppie in cura a Nardò si sono nel frattempo rivolte agli avvocati per vedersi riconosciuto il rimborso integrale delle costose procedure di procreazione assistita alle quali si sono sottoposte poi in centri privati. Così rilevava l’Osservatorio Giuridico della Società Italiana Riproduzione Umana nel luglio 2021: «È ammirevole la celerità con cui l’Asl di Lecce si è adoperata per concedere l’autorizzazione a centro di I e II livello a un centro privato. Risulta invece incomprensibile come l’unico centro pubblico esistente, a Nardò, sia inibito e resti un contenitore vuoto».

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