Il “no” della pm all'ex capo, che la chiamava “bambina mia”: così è partita l'inchiesta

Mercoledì 20 Maggio 2020 di Mario DILIBERTO

Ha un volto, un nome e un cognome, l’anticorpo del sistema giustizia in grado di arginare l’aggressione fotografata e ricostruita dai magistrati della procura di Potenza. È Silvia Curione, sostituto procuratore di 39 anni. Lei ha scelto di opporsi alle richieste arrivate nel suo ufficio. Mettendo da parte anche i rischi che in un Paese come il nostro, si assume chi dice no. Soprattutto quando, forse, sarebbe più semplice essere accondiscendenti. E spedire ad altri il conto delle storture di un sistema. Soprattutto se alla tua porta, anche se attraverso un uomo di fiducia, bussa il tuo ex capo. Uno che continua ad avere influenza nel luogo in cui lavori e che da anni ti saluta con un confidenziale «bambina mia». E che, nel frattempo, è anche diventato il numero uno della procura in cui lavora tuo marito.

E a Taranto lavorava il marito della magistrata Da pupillo a nemico del procuratore jonico
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Questa giovane magistrata, oggi in servizio nella procura di Bari, però, quando le è stato chiesto di guardare da un’altra parte, ha preferito scartare la strada sbagliata, anche se forse più comoda e priva di conseguenze, se non quelle riservate a chi ha una coscienza a cui rispondere. Ha deciso di affrontare il rischio di mettersi contro un sistema descritto dal gip nell’ordinanza eseguita ieri dalla Guardia di Finanza di Potenza, come radicato e affinato da uomini che da decenni si muovono nel pianeta giustizia. Per questo, quando l’agente di fiducia del procuratore Capristo le ha spiegato la richiesta, la pm è rimasta sostanzialmente senza parole. E quando quell’uomo ha lasciato il suo ufficio è riuscita solo a rivolgersi verso il suo tirocinante che era a pochi metri sbottando: «Ti rendi conto che coraggio ha avuto».

Quel «coraggio» l’ha indignata come la certezza che qualcuno aveva di poterla manovrare come una «bambina mia». Una convinzione, si spiega nell’ordinanza, dettata anche dal timore di poter ingenerare nei coniugi magistrati di «pagare» dazio al sistema gestito da chi è un superiore gerarchico e quindi in grado di condizionare il tuo lavoro. Un timore che non ha fermato la pm. Ha denunciato subito quelle pressioni dirette a farle chiudere un’indagine in senso opposto rispetto alle sue conclusioni. E ha resistito anche quando ha visto che il suo nuovo procuratore aveva scelto di trattenere la sua denuncia contro Capristo sino a tramutarla in una richiesta di archiviazione. Un percorso che sembrava destinato a spegnere il coraggio di quella pm. E invece non è andata così. Perchè in questa storia, stando alla ricostruzione fatta dalla procura di Potenza, il sistema giustizia ha potuto contare su altri due “anticorpi” con la toga.

Altre due donne da tempo nei ranghi della magistratura. In prima battuta Maria Grazia Caserta, il giudice delle indagini preliminari sulla cui scrivania è atterrata quella richiesta di archiviazione firmata da quello che all’epoca era il procuratore capo di Trani. Anche questo giudice donna ha deciso di fare con professionalità il suo lavoro. Ha letto da cima a fondo il fascicolo planato alla sua attenzione e ha compreso che c’era qualcosa che non tornava. Il gip non poteva spiegarsi perchè una vicenda che coinvolge un magistrato in servizio a Taranto non fosse stata inviata all’attenzione della procura di Potenza, per competenza. Così ha respinto la richiesta di archiviazione. Il terzo passaggio decisivo, infine, è stato quello che ha visto in campo il procuratore generale di Bari Annamaria Tosto.

Come spiegato nel comunicato stampa diffuso subito dopo gli arresti dal procuratore capo di Potenza, da Bari hanno avocato l’indagine nata dalla denuncia del pm Curione. E hanno chiamato in causa Potenza. Spianando la strada agli arresti eccellenti di ieri e portando alla luce una vicenda giudiziaria che ora si appresta a vivere altre tappe. A cominciare da quella degli interrogatori di garanzia. In cui ascoltare la versione degli inquisiti. A cominciare da quella del procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo.

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