Arrestato il procuratore di Taranto, Capristo: pressioni per pilotare le indagini. Coinvolti un poliziotto e tre imprenditori. Indagato il successore a Trani

Martedì 19 Maggio 2020 di Mario DILIBERTO
Il procuratore Carlo Maria Capristo

L’ordine del «maestro» era quello di pilotare l’indagine per usura. Per piegare il cammino della giustizia ai desideri degli “amici”. A rovinare tutto, però, il coraggio di una giovane pm di svelare la trama e scatenare una clamorosa tempesta giudiziaria. Questa la ricostruzione che fa da pietra angolare all’inchiesta della procura di Potenza sfociata, ieri mattina, nell’arresto del procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo, del poliziotto che gli faceva da braccio destro e di tre imprenditori. Per loro la contestazione è di «tentata induzione indebita», mentre Capristo e il suo agente di fiducia rispondono anche di truffa per gli straordinari che il poliziotto avrebbe percepito grazie a statini di presenza, controfirmati dal magistrato. In sostanza, secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero effettuato pressioni sul pm per orientare le sue conclusioni.

Depistaggio sulle indagini Eni? Indagato il procuratore Capristo

Perché il «maestro», nei dialoghi intercettati dalla Finanza lucana, era proprio l’alto magistrato, da quattro anni al timone della procura jonica. In questo caso, però, Capristo è finito nei guai per i rapporti che avrebbe mantenuto con la Procura di Trani, dove è stato procuratore prima di arrivare a Taranto. Un “fil rouge” lungo il quale si sarebbe mosso per dirottare l’indagine innescata dalla denuncia di tre imprenditori di Bitonto, a lui ritenuti vicini, anche se nelle 200 pagine di ordinanza sembra non emergere alcun contatto diretto. Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo, anche loro da ieri ai domiciliari, si sarebbero rivolti al procuratore “amico” per caldeggiare l’esito di quell’inchiesta. Ad opporsi, però, è stata la giovane pm Silvia Curione, titolare del fascicolo. È stata lei a denunciare tutto scatenando lo scandalo, in cui è rimasto coinvolto anche l’ex procuratore di Trani Antonino Di Maio, indagato per abuso di ufficio e favoreggiamento personale. Il clamoroso caso affonda le radici nel 2018, quando gli imprenditori bussarono alla porta della procura di Trani per denunciare un creditore. Sostenevano che quel rapporto fosse macchiato da usura. Le loro argomentazioni, però, sarebbero state pretestuose. E nelle realtà la loro intenzione sarebbe stata quella di ottenere l’incriminazione dell’uomo per accedere ai benefici di legge per chi cade nella rete dello strozzo. Un disegno costruito a tavolino con la certezza di poter giocare come asso l’amicizia di Capristo.

Così l’ex procuratore di Trani avrebbe attivato, dalla sua nuova sede di Taranto, il suo prestigio e la sua influenza negli uffici della procura barese. Avrebbe spedito dal pm Silvia Curione, l’ispettore Michele Scivittaro. Il «ragazzo del maestro», stando a come lo etichettavano i complici sempre nei dialoghi captati dagli inquirenti, avrebbe recapitato alla giovane sostituta la richiesta dell’ex capo. Un alto magistrato che, nel frattempo, era diventato procuratore a Taranto, nell’ufficio in cui all’epoca era in servizio il marito della pm, il sostituto procuratore Lanfranco Marazia. Insomma un carico di pressioni non esattamente leggero, al quale la magistrata ha scelto di non piegarsi. Peraltro, lei quel fascicolo lo aveva già definito. E in senso diametralmente opposto a quello indicato dal «maestro». Per la pm Curione l’accusa di usura era talmente infondata da chiedere l’archiviazione e avviare, di conseguenza, un’indagine per calunnia nei confronti dei Mancazzo. Alla quale ha sommato la decisione di denunciare l’indebita indicazione del poliziotto per conto di Capristo. E qui la vicenda si è ulteriormente complicata. Perché il suo rapporto su quanto accaduto al suo superiore, il procuratore Antonino Di Maio, successore di Capristo in quell’incarico, si è impantanato.

Dapprima in una indagine per “millantato credito” sul conto del poliziotto. E poi in una richiesta di archiviazione da parte dello stesso procuratore Di Maio. Il quale, però, avrebbe dovuto spedire l’incartamento alla procura di Potenza, competente a svolgere indagini nei casi che coinvolgono magistrati in servizio a Taranto, anche nel caso in cui siano parti offese. Ma nonostante le iniziative del procuratore, il fascicolo nel capoluogo lucano è sbarcato ugualmente. Il gip di Trani, infatti, ha respinto la richiesta di archiviazione e la procura generale di Bari ha avocato l’indagine, facendo quello che andava fatto sin dall’inizio. Ovvero ha spedito tutto alla procura competente di Potenza. Il capolinea si è materializzata all’alba di ieri con i provvedimenti notificati dalla Guardia di Finanza.
 

Ultimo aggiornamento: 20 Maggio, 09:47