Politiche, parla il segretario Pd Enrico Letta: «Manifesto per il Sud, assunzioni nel pubblico e sull'energia Puglia decisiva»

Enrico Letta
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Sabato 10 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 11:49

Segretario Enrico Letta, tra i grandi assenti di questa campagna elettorale c’è il Mezzogiorno: ci indica le priorità e le ricette del Pd per le regioni meridionali?
«La prima priorità è dire la verità: basta mettere la testa sotto la sabbia. Basta “sindrome dello struzzo”. In troppi ne sono afflitti e fingono che non ci sia un clamoroso problema di disuguaglianze tra Nord e Sud. Il Pd vuole spezzare questa ipocrisia. Domani a Taranto presenteremo il nostro Manifesto per il Sud con Emiliano, De Luca e Boccia con cui sfideremo la destra al Senato, capeggiata in Puglia da Salvini, per dimostrare che non farà mai gli interessi del Sud. Partiamo da subito: come può il Mezzogiorno votare una destra che quando era al governo lo ha usato come bancomat di voti per poi prosciugarlo? Agli elettori del Sud dico: guardate che se torna la destra torna Tremonti, che è il braccio destro economico di Giorgia Meloni. E poi chiedo: volete sul serio Salvini e il suo antimeridionalismo da strapazzo? Il Pd in passato ha fatto degli errori. Penso soprattutto alla nefasta stagione renziana. Ma in questi anni si è messo pancia a terra per recuperare. Contro le destre, che non hanno mai votato il Pnrr, siamo stati noi a ottenere due clausole vitali. La prima: che il 40% delle risorse, 80 miliardi, sia investito al Sud: per le infrastrutture, per l’agricoltura, per il turismo, per il risanamento ambientale, per i Comuni, per la sanità, per la scuola, per gli asili nido, per i treni e i bus. La seconda: che il 30% dei posti di lavoro creati col Piano vada a donne e giovani. Ora questo scenario è a rischio. Rinegoziare il Pnrr come vuole la destra significa perdere miliardi e miliardi. Cosa hanno in mente già si vede: i ministri leghisti tengono oggi in ostaggio 22 miliardi già stanziati e destinati al Sud del fondo per la coesione e lo sviluppo, che vanno sbloccati subito. Una rapina».

Ma il Sud non rischia di restare stritolato, ancora una volta, nella morsa dell’assistenzialismo (il caso del reddito di cittadinanza è emblematico) e dell’assenza di un concreto e coerente scenario di sviluppo?
«Al contrario, la scommessa è un vero rilancio. Vogliamo liberare talenti, competenze, energie del Sud. Non ne ha bisogno solo il Mezzogiorno, ma tutta l’Italia. Il reddito di cittadinanza è stata una grande misura contro la povertà, preziosa per le famiglie, mentre l’Italia affrontava la pandemia e la conseguente crisi economica e lo è ora, in piena crisi energetica. Votare il Pd significa difenderlo, modificarlo e rilanciarlo. La destra vuole cancellarlo. E poi lavoro, lavoro, lavoro. Con il salario minimo, con una mensilità in più a fine anno, la lotta alla precarietà, l’abolizione dei finti stage che sono oggi sfruttamento. In più un grande piano da 900mila assunzioni nella Pubblica amministrazione per attuare il Pnrr. Giovani preparati e brillanti ce ne sono tantissimi al Sud, lo Stato deve valorizzarli e assumerli per modernizzarsi e mettere l’Italia finalmente al passo dell’Europa. È forse la proposta in cui confido di più per cambiare il Paese».

E proprio l’energia, dalle rinnovabili al gas, non potrebbe rappresentare una prospettiva di crescita per il Sud? La Puglia potrebbe candidarsi al ruolo di hub mediterraneo, il gasdotto è un primo passo. A patto di non avvitarsi con i tanti “no”, pur con le necessarie tutele ambientali.
«Esiste un prima e un dopo la pandemia, come esiste un prima e un dopo l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia e la conseguente crisi energetica. Draghi in due mesi, diversificando i fornitori, è riuscito a dimezzare la dipendenza dell’Italia dal gas russo, prima importavamo il 40% del nostro fabbisogno, ora solo il 20%. Mentre viviamo l’estate più calda di sempre, è evidente che da questa crisi energetica non si tornerà al passato, perché imprimerà un’enorme accelerazione alla transizione ecologica di cui il settore energetico è il pilastro e che è necessaria per liberarsi dalle fonti fossili, puntare all’autonomia energetica e contrastare il cambiamento climatico. L’Italia con l’Ue ha assunto l’impegno di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050, il nostro futuro energetico è nelle rinnovabili, ed è chiaro che il Sud e la Puglia in particolare possono avere un ruolo da protagonisti. Noi proponiamo di portare entro il 2030 la produzione da rinnovabili a 85 Gw, un obiettivo ambizioso che potrebbe portare 500mila posti di lavoro in più. I rigassificatori servono ad affrontare la fase di transizione e per questo proponiamo un Fondo compensativo Anti-Nimby, finalizzato al dialogo sul territorio».
 

I sindaci mettono in guardia: «Giù le mani dal Pnrr». Ma andrebbero apportati dei correttivi, innanzitutto per velocizzare i meccanismi di spesa?
«I sindaci hanno ragione, punto. Alla sfida di attuare il Pnrr, di spendere in fretta e spendere bene le risorse disponibili, non possiamo sottrarci. Di rimettere in discussione quegli obiettivi non se ne parla, semmai dobbiamo pensare a dei meccanismi tali per cui quando un Comune o una Regione non sono in grado di realizzare i progetti per cui si sono impegnati, lo Stato subentra ma non per sottrarre le risorse al territorio e a quei cittadini, bensì per aiutare l’amministrazione locale e territoriale a fare bene».

Al Mezzogiorno il M5s potrebbe erodere consensi al Pd, o comunque mostrare performance ben oltre la media nazionale. È per voi un timore fondato?
«Il M5s ha tradito il Sud decidendo di innescare la miccia per far cadere il governo Draghi. È evidente che Conte da un lato vuole recuperare la sua verginità politica dopo che ha governato quattro anni e mezzo su cinque praticamente con tutti senza troppi complimenti e dall’altro sembra muoversi sulla base di una spiacevole impuntatura personale contro Mario Draghi. Il tutto poi con un enorme paradosso: rompendo l’alleanza con noi, solo e soltanto per paura di perdere la sua leadership e per garantire la sopravvivenza del suo piccolo cerchio magico, si è di fatto condannato alla sconfitta certa, certissima. Perché a causa della natura iper-maggioritaria della legge elettorale il M5s non ha alcuna possibilità di vincere. Nessuna, lo ribadisco. La scelta è o il centrosinistra o la destra. Questo significa, ad esempio, che un elettore del Sud che vuole conservare il reddito di cittadinanza se vota Conte semplicemente lo perde. Perché se vota Conte vota di fatto Meloni e Meloni ha detto più e più volte che vuole abolire il reddito di cittadinanza».

Michele Emiliano insiste: «Necessaria l’alleanza con i cinque stelle». Il filo si è spezzato definitivamente? In Puglia l’intesa regionale regge ancora.
«Con Emiliano come è noto ho un rapporto vero e franco. Sui territori non cambierà nulla. Mi concentro solo su queste elezioni politiche e il discorso è chiuso. È stato Conte a chiudere, come la brutta vicenda siciliana dimostra».

La stesura delle liste Pd ha causato turbolenze e addii in Puglia, per esempio quello di Dario Stefàno. Ma il rapporto con il civismo extralarge di Emiliano come va “dosato” e gestito? In qualche modo bisognerà pur farlo.
«L’addio di Stefàno ci ha addolorato molto. Perché è una personalità di rilievo e competenza. Comporre le liste non è stato facile, né indolore, anche per tutte le altre forze politiche. Si sapeva che il taglio dei parlamentari, così come la legge elettorale fortemente voluta da Renzi, che del resto porta il nome di quell’Ettore Rosato presidente di Iv, avrebbe avuto delle pesanti conseguenze. Emiliano è una ricchezza per la Puglia e per il Pd e con lui e con i candidati di assoluto valore che abbiamo schierato siamo impegnati strada per strada, casa per casa, nella campagna elettorale».

Prima il patto con l’area liberal-riformista di Calenda, poi lo strappo e l’alleanza con sinistra e verdi: due opposti, o quasi, e voi nel mezzo. Non c’è una contraddizione di fondo che disorienta l’elettore? E con Calenda e Renzi sarà possibile in futuro dialogare? Ora il bersaglio della vostra campagna sembra proprio il terzo polo...
«In realtà ho provato a costruire una coalizione ampia che potesse consentirci di giocare ad armi pari. Calenda è stato protagonista di un “voltafaccia truffaldino” per usare le parole di Emma Bonino, ma ormai è una pagina chiusa. Insieme a Renzi usano il nome di Draghi come quelli che espongono i Rolex falsi alle bancarelle, Totò e Peppino che vogliono venderti la Fontana di Trevi. Quanto al Sud l’unica cosa su cui sono d’accordo è la caccia ai poveri, la battaglia contro il reddito di cittadinanza. Arroganti coi deboli, deboli coi forti».

Nelle scorse ore lei ha detto: «Se vince la destra, non è a rischio la democrazia». Un cambio di registro rispetto ai toni finora adottati dal Pd in campagna elettorale, tarata quasi sempre sull’evocazione del pericolo e del nemico. È possibile una “normalizzazione” dei rapporti e “legittimazione” dell’avversario? E nota effettivamente un diverso approccio da parte di Giorgia Meloni, quasi come se ci fosse lo sforzo di rassicurare elettorato moderato e interlocutori internazionali?
«In Italia non è a rischio la democrazia perché il sistema istituzionale è forte e reggerà. Però è fondamentale preservare la Costituzione e la destra vuole cambiarla. Ho denunciato l’anomalia di questa legge elettorale, per cui una coalizione che prende il 40% dei voti può avere in Parlamento il 70% della rappresentanza. Noi abbiamo il massimo rispetto per gli avversari politici, ma vediamo il pericolo concreto di un ritorno al passato. La vera Giorgia Meloni è quella che ha parlato all’assemblea di Vox. Poi ha cercato di rassicurare le cancellerie internazionali, ma scivola continuamente sull’Europa, sui diritti, sulle donne, sui migranti, sulla volontà di stravolgere la Carta con il presidenzialismo a colpi di maggioranza».

Un 4% in più al centrosinistra per strappare 62 ulteriori seggi e così determinare una sorta di stallo: dopodiché ritiene possibile, o auspicabile, un governo di larghe intese, magari con Draghi? E sostenuto da chi?
«Quel 4% serve per evitare che con il 40% nel Paese la coalizione di centrodestra ottenga il 70% dei seggi. Noi siamo impegnati con tutta la determinazione, perché la vera sfida si gioca nei collegi uninominali, dove può vincere solo il centrosinistra o il centrodestra, un voto al M5s o al Terzo polo è un voto alla destra. Il governo di larghe intese? Era un esecutivo di emergenza nazionale che con Draghi ha prodotto risultati eccezionali, ma non è riproducibile se non nei vaneggiamenti di Calenda».

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