Quelle strade insanguinate, tra pericoli e colpevoli ritardi

Domenica 3 Novembre 2019 di Rosario TORNESELLO
La verità è che tra le tante emergenze, di qualsiasi tipo, ce n’è una oltremodo letale, malattie escluse. La sicurezza stradale. Non è all’ordine del giorno perché non intercetta consensi e, soprattutto, richiama solo dolore e morte, dimensioni dello spirito e del corpo espunte in ogni modo dall’orizzonte sociale. Quanto alla paura, invece, paradigma principe della nuova politica, neppure il caso di evocarla: nessun uomo nero all’orizzonte, a meno di non voler indicare il colore di alcune divise, e niente irruzioni nottetempo in casa propria, fatto salvo il muro di cinta demolito da un missile a due o a quattro ruote. Ma se c’è un’emergenza umanitaria su cui in apparenza sarebbe facile incidere, dalla costa verso l’interno (in mare aperto è altro discorso), è proprio questa. Prima e più delle altre.

Gli ultimi eventi tragici e luttuosi - laceranti quando coinvolgono giovani e ragazzi, e la cronaca strazia il cuore - sono lì a dimostrarlo. Colpa dell’imprudenza, si dirà. È vero in alcuni casi, quantomeno probabile in altri. Tuttavia l’incidenza e la concentrazione dei sinistri su particolari arterie dimostra come il fenomeno, senza essere necessariamente “altro” o “complicato”, è senza alcun dubbio “complesso”. Almeno nella forma del “complesso” dei fattori che lo determinano. Strade incluse, che non ci sono o, quando ci sono, hanno connotati infidi e traditori, vere e proprie trappole d’asfalto. Non di rado mortali. Ed è proprio questo il punto.

I numeri, innanzitutto. Sono quelli di una mattanza quotidiana, talmente ricorrente da essere rubricata tra gli eventi pressoché ineluttabili e proprio per questo inevitabili. Una sorta di scorciatoia mentale per la rassegnazione, quanto serve per lasciare immutato lo stato (se non orribile, discutibile) delle cose. Lo schianto quotidiano arriva come il pane fresco, per nulla provvidenziale ma non per questo meno frequente. L’ultimo report Aci-Istat fornisce cifre da catastrofe bellica: nel 2018, tra Brindisi, Lecce e Taranto, quasi quattromila incidenti, con 74 morti e 6.599 feriti più o meno gravi. Numeri talmente elevati da relegare in secondo piano le disquisizioni puntute sui trend in aumento o in diminuzione. Le cause? Ai primi posti, neanche il caso di dirlo, mancato rispetto dei segnali stradali, guida distratta (per lo più dall’uso dei telefoni cellulari), velocità. Il mancato uso delle cinture di sicurezza non è tra i motivi dei sinistri ma ne aggrava il bilancio. Rispetto al passato, la seconda voce fa sentire tutto il suo peso. L’innovazione tecnologica opera spesso nei due sensi, per quanto con dosi diverse: da una parte il bene, dall’altra il male. Un tempo si diceva che erano le sigarette a distrarre. Ora continuano a distrarre e a uccidere, ma hanno perso il primato alla guida. Fascia d’età più colpita, quella fra 30 e 54 anni. Non è dunque l’imprudenza dei ragazzi a operare maggiormente, per quanto la loro minore disponibilità di mezzi, in tutti i sensi, operi da freno (anche se ad accelerare ci pensano non di rado alcol e droga). Allora?

Qui il discorso si fa “complesso”, nel senso indicato prima. Finita la responsabilità dell’uomo come capacità di agire, comincia quella dell’uomo come incapacità di fare. La rete stradale tra Ionio e Adriatico non brilla in efficienza, la carenza di fondi a disposizione degli enti locali non garantisce efficacia nelle manutenzioni, i tracciati - spesso ricalcati sugli antichi sentieri interpoderali tra appezzamenti parcellizzati - disegnano una fitta ragnatela viaria che si snoda tra curve e incroci, seminando insidie e pericoli a ogni passo. Andrebbe ammodernata, ed è evidente. In alcuni casi, implementata. Perché se la popolazione diminuisce i veicoli aumentano, e così le presenze in alcuni periodi dell’anno, quando vie, strade e arterie si intasano come la Salaria o la tangenziale di Bologna tra Borgo Panigale e Casalecchio nelle ore di punta, senza essere né l’una (per fortuna) né l’altra (per sventura). Ignorare le mutate condizioni strutturali equivale a replicare la sconfitta incassata nella lotta alla droga: battaglia persa in partenza se l’unica arma è nell’inasprimento delle pene (per traslazione, nel rigore dei limiti di velocità, pur necessari). Ponti e rotatorie hanno ridotto gli attriti, per così dire, ma sono le grandi direttrici di traffico ad accusare il peso del tempo che passa. Lì dove esistono, perché datate. Lì dove mancano, perché attese. Da molto tempo, attese. Da troppo tempo. Ed eccoci al nervo scoperto.

A difettare non è la lungimiranza. Per carità, le opere pubbliche hanno sempre valenza multiforme e ragioni molteplici, non tutte necessariamente encomiabili, ma una considerazione si impone, anzi due: la carenza infrastrutturale di questo territorio, l’incapacità di porvi rimedio. La Bradanico-salentina, dall’area nord di Lecce alle porte di Taranto; la 275 tra Maglie e Leuca; la Regionale 8 da Lecce a San Foca: sono i nomi da stradario con cui negli anni ha preso forma l’idea di un territorio in cui progettare e realizzare hanno lo stesso sfortunato destino di altri due verbi declinati all’infinito, dire e fare. Opposizioni, impugnazioni, recriminazioni, disattenzioni, defezioni: un universo in rima ha fin qui reso impossibile tradurre in apertura dei cantieri e avvio dei lavori quelle opere attese perché necessarie, con tempi che digradano a seconda dei casi dai 40 ai 25 anni. Un’eternità.

Qualcosa però si muove, così sembra ora. Le rassicurazioni governative aprono nuove prospettive alla speranza: la Bradanico-salentina rilanciata dallo “sblocca-cantieri” con due lotti, da Taranto a Manduria e da qui a Lecce, per 25 milioni ciascuno; la 275 spezzettata in due tronconi, il primo da Maglie a Tricase (23 chilometri e quattro corsie per 244 milioni) da mettere a bando in pochi mesi, il secondo fino a Leuca, molto più in là; la Regionale 8 giunta al bivio della Commissione Via a Bari. Eppure lo scetticismo vela l’ottimismo con fondate motivazioni storiche: la capacità di spesa degli enti pubblici; il sistema dei controlli; la tenuta delle imprese appaltatrici (negli ultimi dieci anni sparite dal panorama 120mila società di costruzione); la diffusione dei comitati del no a prescindere, ovunque sì però mai qui.

Intanto, nell’attesa, si continua a sperare e a morire. Perché i tempi del futuro hanno scansioni cosmiche, quelli dell’emergenza - invece - cadenza quotidiana. Le nuove opere avrebbero evitato delle tragedie? Sicuramente. Quante e quali, difficile dirlo. Velocità e potenza sono le due forze motrici che, sotto la spinta della tecnica e della moda come frequenza statistica, agiscono oltre la capacità di controllo individuale, dimensione propria - questa - della cultura. Sono piani diversi; confronto impossibile. La differenza è nell’infrastruttura, appunto. Esattamente quel che serve. Qui. Ora. Subito. Possibilmente prima.

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