Puglia, liste d’attesa e povertà: niente cure per il 10% dei malati

Puglia, liste d’attesa e povertà: niente cure per il 10% dei malati
di Vincenzo DAMIANI
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Mercoledì 30 Novembre 2022, 04:35 - Ultimo aggiornamento: 17:55

Un pugliese su dieci nel 2020 ha rinunciato a curarsi per «inappropriatezza organizzativa nell’offerta dei servizi», per ragioni economiche o per paura del Covid. È uno dei dati più alti in Italia - peggio fanno solamente Lazio, Abruzzo, Sardegna e Liguria- ed è riportato nella “Relazione sullo stato sanitario del Paese 2017-2021” realizzata dal ministero della Salute e trasmessa al Parlamento per una periodica informativa. Si tratta di un documento sullo stato di salute della popolazione e sull’attuazione delle politiche sanitarie regionali: costituisce una componente essenziale per la pianificazione e la programmazione del Servizio sanitario nazionale, in quanto funge da strumento organico di valutazione degli obiettivi di salute raggiunti e delle strategie poste in essere per il loro conseguimento. Insomma, non è una ricerca fine a se stessa. 

Liste d'attesa molto sopra la media


Prendendo in considerazione le rinunce solo per motivi economici e inappropriatezza organizzativa (ovvero servizi mancanti o liste d’attesa troppo lunghe), ed escludendo quindi il “peso” del Covid, la percentuale scende al 6,4%. Potrebbe apparire come un dato positivo, in realtà così non è: infatti, è il secondo peggiore risultato in Italia dopo quello della Sardegna (7,1%). Lo riconosce anche il ministero della Salute. Esiste un problema di accesso alle cure, soprattutto al Sud: nelle Regioni del Mezzogiorno quasi il 6% del totale dei residenti rinuncia per motivi economici, contro il 2,5% del Nord-Est e poco meno del 4% del Nord-Ovest. Rispetto al 2017 è stato fatto qualche passo in avanti, ma i numeri restano importanti. Basti pensare che la media italiana è dell’8,9%, legata però alle difficoltà della pandemia senza le quali la percentuale scende al 4,7%. Quasi tutto il Mezzogiorno è sopra queste percentuali, ma la Puglia è quella che presenta le cifre più alte. Per colpa delle lunghe liste di attesa e di una povertà che aumenta, troppi cittadini rinunciano a curarsi ormai. «Analizzando le differenze per area geografica di residenza, si osserva un gradiente crescente Nord-Sud e Isole» si legge nella relazione. Questo nonostante la situazione sia leggermente migliorata rispetto agli anni precedenti. «L’equità – è scritto ancora - è definita come l’assenza di differenze ingiuste, evitabili o rimediabili tra gruppi di persone, indipendentemente dalle differenze sociali, economiche, demografiche o geografiche o di altro tipo. L’equità sanitaria si ottiene quando tutti possono raggiungere il loro pieno potenziale di salute e benessere».

Disuguagliante economiche e rinunce

Invece, «le disuguaglianze socioeconomiche nella salute sono state documentate in modo sistematico dal recente Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione. In Italia la percentuale di persone che hanno rinunciato a visite o trattamenti terapeutici per motivi economici era nel 2015 tra le più elevate in Europa. Nel periodo compreso tra il 2004 e il 2015 è stata evidenziata una forte associazione tra la probabilità di rinuncia ad alcune prestazioni sanitarie e la condizione di rischio di povertà, crescente nel tempo. Inoltre, la probabilità di rinuncia risultava maggiore tra le donne, gli immigrati, tra chi ha un livello di istruzione medio e basso e tra i residenti nelle Regioni del Mezzogiorno».
Dal 2017 al 2019 la situazione è leggermente migliorata, anche al Sud, ma il divario resta. «L’analisi stratificata – è scritto ancora - per condizione professionale ha evidenziato che i soggetti “in cerca di nuova occupazione” erano la categoria con la maggiore frequenza di rinuncia, in particolar modo per motivi economici, seguiti da “casalinghe, inabili al lavoro o altro”. Si è infine osservata una maggiore percentuale di rinuncia per motivi legati all’offerta per i soggetti “ritirati dal lavoro” rispetto agli occupati”».

La soluzione


La soluzione alle lunghe liste di attesa è ottenere una visita o esame pagando, ma non tutti possono permetterselo, soprattutto al Sud. Tanto è vero che, avendo le famiglie meno disponibilità economiche, anche la spesa sanitaria privata al Mezzogiorno è ormai ai minimi storici. Ecco, quindi, la conseguenza inevitabile: la rinuncia del tutto alle cure. Ma quali sono le prestazioni sanitarie di cui si fa a meno più di frequente? Secondo l’indagine Istat, al primo posto troviamo quelle odontoiatriche (23% dei casi), seguite da quelle specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). «L’impatto delle diseguaglianze di salute – si legge ancora nel report – non ha effetto solo sull’accesso alle cure, ma anche sugli esiti delle cure stesse». Nella relazione ministeriale, quindi, si evidenzia che «sebbene nel triennio 2017-2019 il fenomeno della rinuncia a prestazioni sanitarie si sia ridotto, gli squilibri territoriali e sociali osservati confermano che l’equità nell’accesso all’assistenza sanitaria debba continuare a essere una priorità nell’agenda delle politiche di sanità pubblica, soprattutto alla luce dell’emergenza Covid-19».
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