Governo, la minaccia di Rousseau: rivolta 5Stelle contro il capo

Sabato 31 Agosto 2019 di Simone Canettieri
Luigi Di maio

Si scrive «programmi» ma si legge «poltrona da vicepremier». Quando la delegazione del M5S esce dalla sala della Regina dopo le dichiarazioni di fuoco di Luigi Di Maio («I nostri punti siano nel programma o è meglio il voto») non emergono schiarite sulla casella che dovrà riempire il Capo politico del M5S. «Se Luigi non sarà vicepremier il nuovo governo su Rousseau non passerà», dicono dalla delegazione composta da Francesco Silvestri e Stefano Patuanelli. Dal M5S spiegano questo ragionamento così: non è un ricatto al premier Conte, ma una legittimazione del capo politico che deve presentarsi agli iscritti con un peso specifico molto alto. Altrimenti «se passasse l'idea di un monocolore dem sarebbe tutto ancora più difficile». Rousseau è lo strumento di pressione che i vertici del M5S stanno esercitando in maniera plateale su Palazzo Chigi.

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La votazione è prevista tra lunedì e martedì, prima che il premier sciolga la riserva per salire al Colle con la lista dei ministri. Lista che ovviamente non potrà essere pubblicata sulla piattaforma di Davide Casaleggio, ma questo non toglie che prima del referendum web tutti i nodi della squadra «dovranno essere sciolti», è ancora il ragionamento che trapela da Di Maio (per rassicurare i mercati ieri ha anche rilasciato un'intervista alla tv americana Nbc: sarà trasmessa oggi). In serata con i suoi collaboratori commenta: «Io vicepremier? Non mi interessa, ma sarà Conte a decidere». E si ritorna sempre allo stesso punto. I toni ultimativi del capo politico a Nicola Zingaretti - ma diretti a Conte - sono il modo con il quale «Luigi ha cercato di ricompattare il Movimento sui temi fondanti». Una lettura opposta però viene fornita dal gruppone di parlamentari che è pronto a contestare la strategia del leader già da oggi in maniera plateale: «Vuole mandarci alle elezioni e ha già un accordo post elettorale con la Lega».
 

L'AVVERTIMENTO
Ecco perché per tutta la giornata anche chi storicamente è vicino a Di Maio non riesce a capirne le mosse. Si gonfia e si sgonfia il sospetto che dietro alla giornata dell'ultimatum al Pd ci sia la voglia di mandare in fumo la trattativa. Di sicuro l'arma di Rousseau fa paura. Il senatore Gianluigi Paragone, da sempre contro l'accordo pubblica su Facebook un sondaggio artigianale: «Se potessi votare sulla piattaforma voteresti sì o no al governo con il Pd?». Per quel che vale ieri sera su 53mila voti il 64% si era espresso per il «no». Il totem della democrazia diretta rischia però di far implodere il M5S. A Milano, dove sono custoditi i server della scatola magica, temono che possano spuntare cordate di vecchi iscritti che recentemente avevano strizzato l'occhio alla Lega. Movimenti e catene su Twitter che se ben coordinati potrebbero in qualche modo far convergere pacchetti di voti certificati verso un'unica direzione. Senza calcolare infine «l'effetto Dibba». L'ex parlamentare, in asse con Paragone, quel giorno potrebbe uscire con un post pubblico sui social network per annunciare il suo voto contrario.

Tutti ragionamenti che complicano la trattativa in queste ore. Non a caso nel pomeriggio esce ancora la nota del blog delle stelle: «Il voto degli iscritti del MoVimento 5 Stelle sulla piattaforma Rousseau conta». Si riparte sempre da un presupposto: «Non si possono porre veti sul capo politico né umiliarlo», è il ragionamento di chi sta seguendo Di Maio in queste ore. Ambienti che confermano più che altro come ormai Conte non sia più gestibile, ma che anzi ormai balli da solo. «Abbiamo creato un mostro», scherzavano ma non troppo ieri pomeriggio diversi parlamentari fedelissimi di Di Maio.

L'ASSE
La cappa su tutta la faccenda rimane sempre la stessa: il ruolo vicepremier e a scendere tutte le altre caselle. «Il Pd ha dato ai giornali il toto-ministri come se fosse un governo dem, ma è possibile? Forse qualcuno si dimentica che abbiamo oltre 300 parlamentari», è lo sfogo del capo politico grillino. Stefano Buffagni, sottosegretario uscente e tra i primi a capire come gira il vento delle trattative, spiega: «Un governo ha senso solo se può fare le cose, altrimenti meglio votare. Nel caso però, serve un governo politico che premi la meritocrazia e competenza perché altrimenti si fa solo danno al Paese come chi ci ha preceduto. Serve serietà e responsabilità perché non si sta giocando». Una versione che cozza con quella di Beppe Grillo che punta su Conte dandogli mano libera per ministri tecnici, ragionamento condiviso anche da Roberto Fico. Mai come ora nel M5S convivono due anime. Quella più anti-Di Maio questa mattina è pronta a battere un colpo, per dare al premier un assist in queste ore difficili, di ombre, veleni e veline.
 

Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 00:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA