Gelmini lascia Forza Italia: «Ceduto scettro a Salvini». E Ronzulli l'attacca: «Sei nervosa? Prendi uno Xanax»

«Il centrodestra è riuscito a togliere la responsabilità della crisi a Conte»

Gelmini lascia Forza Italia: «Ceduto scettro a Salvini». Lite al Senato con Ronzulli: «Sei contenta?»
Gelmini lascia Forza Italia: «Ceduto scettro a Salvini». Lite al Senato con Ronzulli: «Sei contenta?»
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Mercoledì 20 Luglio 2022, 18:28 - Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 10:11

Lega e Forza Italia "mollano" il governo Draghi, non partecipando al voto di fiducia al Senato, ma lo strappo diventa il detonatore per il partito azzurro. Tra i forzisti si sfiora la rissa e la tensione sale fino all'addio di Mariastella Gelmini. Dopo quasi 25 anni di militanza l'ex fedelissima di Silvio Berlusconi, ma da tempo la più ribelle, lascia il partito: «Ha definitivamente voltato le spalle agli italiani e ha ceduto lo scettro a Matteo Salvini». È il j'accuse della ministra responsabile degli Affari regionali che, prima del voto, annuncia la decisione amara: «Non lo riconosco più, non posso restare un minuto di più in questo partito». Per Gelmini è cronaca di un divorzio annunciato, visti i distinguo sempre più frequenti e diventati ormai scontri alla luce del sole. E la "rissa" va in scena sul ring improvvisato di Palazzo Madama.

Governo, Mattarella e la parlamentarizzazione della crisi: la lunga giornata di consultazioni e telefonate

Lite Gelmini-Ronzulli

È lì che si sente Gelmini chiedere alla senatrice Licia Ronzulli (che da tempo le ha strappato il ruolo di fedelissima del Cav): «Contenta, ora che hai mandato a casa il governo?». In risposta riceve parole dure e urlate: «Vai a piangere da un'altra parte e prenditi lo Xanax». Per ora, Gelmini è l'unica a uscire allo scoperto. Ma non è un mistero il disappunto condiviso dagli altri due ministri azzurri (Renato Brunetta e Marta Carfagna) e in generale dall'ala governista pure della Lega, oltre ai suoi stessi governatori. Tutti spiazzati dallo strappo che lascia di fatto al centrodestra il cerino della crisi.

Il centrodestra si ricompatta

Eppure, guardando alle prossime settimane, la coalizione si ricompatta in vista delle elezioni anticipate ormai alle porte. E non a caso dopo il voto in Aula, Berlusconi e Giorgia Meloni - la più ferrea sostenitrice del ritorno alle urne, nel centrodestra - si sentono al telefono. Dopo settimane di silenzi e incomprensioni. Lo stesso era successo nel pomeriggio con contatti tra Matteo e Giorgia. La leader di FdI gongola e in un comizio a Roma azzarda: «Se tutto va bene, si potrà votare anche tra due mesi, noi siamo pronti». La giornata più lunga per il governo Draghi, e per i senatori che ne segnano il destino, comincia con toni vaghi ma soft. Prima delle attesissime parole di Draghi in aula, Salvini posta un video in cui annuncia sorridente che la Lega «unita e compatta, deciderà solo e soltanto per il bene e il futuro dell'Italia». Non immagina gli "schiaffi" che il premier riserva anche al suo partito, non solo al M5s: da quel «sostegno a proteste non autorizzate, e talvolta violente, contro la maggioranza di governo» con cui Draghi si riferisce ai taxisti sostenuti proprio dalla Lega, fino al "no" a un nuovo scostamento di bilancio. Pesano pure le omissioni sulla flat tax, sulla pace fiscale e sull'agognato taglio al reddito di cittadinanza che il presidente del Consiglio non esplicita. Per la Lega, è troppo.

La giornata

Il fermento sale in una riunione convocata al volo con Salvini e porta il segretario di nuovo a Villa grande, la residenza romana di Berlusconi. Lì si ripete il vertice di centrodestra, che ieri aveva già alzato il tiro. Ora si decide di forzare la mano e giocarsi il tutto per tutto. Salvini convince il Cavaliere e passa la linea sovranista. Nonostante tutto e nonostante le perplessità dei moderati di entrambi i partiti e dei centristi. La strategia si traduce nella risoluzione - proposta dapprima dalla Lega e poi sottoscritta da FI - che chiede un Draghi bis, prendendo atto che si è «rotto il patto di fiducia» dopo la mancata fiducia dei 5 Stelle sul decreto Aiuti il 14 luglio scorso. Ma la fuoriuscita dei grillini non basta: serve un governo «profondamente rinnovato sia per le scelte politiche sia nella composizione». E si invoca discontinuità anche rispetto al Pd e Leu, con la sostituzione dei ministri Lamorgese e Speranza. Ma quando il premier, nella replica, gela il centrodestra dicendo che al voto andrà solo la risoluzione proposta da Pierferdinando Casini che di fatto tiene in vita l'esecutivo, per Lega e FI la misura è colma. Segue una nota in cui si mette per iscritto il «grande stupore» per la decisione e si ricorda che Berlusconi in mattinata «aveva comunicato personalmente al capo dello Stato, Sergio Mattarella e al premier Mario Draghi la disponibilità del centrodestra di governo a sostenere la nascita di un esecutivo da lui guidato e fondato sul »nuovo patto« che proprio Mario Draghi ha proposto in Parlamento». Fino allo strappo in aula. Ma a sera Salvini non ci sta a prendersi colpe e punta il dito: «Draghi e l'Italia sono state vittime, da giorni, della follia dei 5 Stelle e dei giochini di potere del Pd».

 

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