Tempesta di polveri dall'ex Ilva: in fabbrica arrivano i carabinieri del Noe

Mercoledì 8 Luglio 2020 di Francesco CASULA

Potrebbe essere il piccolo parco minerali ancor a cielo aperto il luogo dal quale si è scatenata la tempesta di carbone che invaso Taranto lo scorso 4 luglio. Si concentrano infatti sul parco «Omo» le attenzioni dei carabinieri del Nucleo Operativo ecologico di Lecce e dei tecnici dell'Arpa incaricati dalla procura di Taranto di fare luce sulla nube di polvere e minerale che sabato pomeriggio si è sollevata dall'area dell'ex Ilva e si abbattuta sul rione Tamburi.

Tempesta di polveri dall'ex Ilva, scatta l'inchiesta della Procura

Su delega dal procuratore aggiunto e procuratore facente funzioni Maurizio Carbone e dei sostituti della sezione ambiente, una task force di militari gli ordini del maggiore Dario Campanella ieri mattina sono entrati nello stabilimento gestito da ArcelorMittal per studiare le possibili cause della tempesta di materiale nocivo alzata dai venti forti che da sabato scorso sferzano il territorio ionico. Al centro delle attenzioni degli investigatori c'è il cosiddetto parco «Omo», un'area all'aperto nella quale vengono stoccate le materie prime da inviare al reparto «Agglomerato».
 

Una zona ben più piccola dei parchi primari e che a differenza dei questi ultimi, che sono stati coperti, sono ancora a cielo aperto e quindi esposti alla costante azione del vento. Da quanto si è appreso, inoltre, l'Aia, la «autorizzazione integrata ambientale», infatti, prevede la loro copertura entro il 2023. Non ci sarebbero scadenze intermedie o azioni da porre in essere prima di quella data per limitare gli effetti e quindi è possibile che quell'area resti in quelle condizioni ancora per anni.

Insomma se i parchi principali sono coperti, nell'ex Ilva ci sono ancora altre zone per le quali il problema non è affatto stato risolto e fenomeni come quelli immortalati nei giorni scorsi rischiano di verificarsi ancora.
I cumuli di minerale conservati in queste aree non sono certo paragonabili alle montagne che fino a qualche tempo era presenti nei parchi primari e visibili dalla strada statale che percorre il perimetro della fabbrica, ma come hanno documentato le immagini, questo non significa che non sia in grado di produrre effetti nocivi. Anzi. I danni creati dallo spolverio di materie prime stoccate all'aperto è una di quelle emissioni dette «diffuse» cioè non convogliate ed è infatti una delle principali accuse mosse ai Riva e vertici della ex Ilva nel processo ambiente svenduto.
I periti del gip Patrizia Todisco che sequestrò gli impianti dell'area a caldo quasi otto anni fa, accertarono che all'epoca oltre 700 tonnellate di polveri si abbattevano ogni anno sul quartiere Tamburi.

Il vento trasportava un mix di materiali nocivi che finiva sui balconi, nelle case e nelle vite degli abitanti. Da allora, tuttavia, una serie di passi in avanti sono stati compiuti con la mega struttura che ha coperto i parchi primari, ma che evidente non è sufficiente a eliminare completamente il rischio per i cittadini. E non è tutto. Anche sulla chilometrica rete di strade che percorre lo stabilimento siderurgico negli anni si sono accumulati strati di polvere che il semplice passaggio dei mezzi aziendali solleva disperdendo nell'aria.
E se l'episodio del 4 luglio scorso è stato imponente e immortalato da diversi abitanti e automobilisti balzando agli onori della cronaca, non meno preoccupante è il sollevamento costante, ma meno visibile delle polveri depositate sulle strade e quasi tutti gli angoli della fabbrica gestita dalla multinazionale dell'acciaio. La relazione dei militari, nelle prossime ore, arriverà sul tavolo dei magistrati che dovranno trarne le conclusioni per valutare l'eventuale reato da contestare e i nomi che eventualmente dovranno essere iscritti nel registro degli indagati.

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