Il "caso" ex Ilva: i fondi per la decarbonizzazione in un altro provvedimento?

Il tavolo al Mise in cui fu annunciata la decarbonizzazione
Il tavolo al Mise in cui fu annunciata la decarbonizzazione
di Domenico PALMIOTTI
5 Minuti di Lettura
Sabato 19 Febbraio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 13:41

La road map del Milleproroghe, dopo la battaglia notturna di due giorni fa nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera, è fissata. Lunedì ci sarà il voto di fiducia posto dal Governo con la richiesta del ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, poi si passerà al voto sugli ordini del giorno, dopodiché martedì, in tarda mattinata, voto finale dell’Aula della Camera.

A quel punto, il Milleproroghe, dal quale le commissioni (col voto favorevole di Pd, M5S, Italia Viva, Forza Italia e Fratelli d’Italia, nonché di parecchi altri deputati tra Misto e Alternativa, unico voto contrario la Lega) hanno eliminato l’articolo 21 sull’ex Ilva di Taranto, avrà raggiunto la prima casella definitiva. Ma il tragitto non è ancora completato. Il testo licenziato da Montecitorio passerà quindi al Senato per l’ultimo voto. La conversione in legge deve avvenire entro il 2 marzo. E siccome i tempi sono stretti, è altamente improbabile che Palazzo Madama rimetta mano al testo varato dalla Camera. Solo dopo il voto del Senato, il Milleproroghe sarà legge e l’articolo 21 - che trasferiva 575 milioni dalla bonifica dei siti inquinati alla decarbonizzazione del siderurgico - definitivamente abrogato. 

Le risorse per decarbonizzare


Sfumata, quindi, la possibilità di assegnare alla decarbonizzazione importanti risorse prelevandole dalle bonifiche e quindi dal patrimonio destinato di Ilva in amministrazione straordinaria (dove sono confluiti i 1.175 milioni che anni addietro i Riva, su azione del Governo e della Procura di Milano, riportarono dall’estero in Italia), resta da vedere, adesso, cosa faranno il Mise e il Governo. 
Perché il problema di finanziare la decarbonizzazione - che tutti ritengono importante e necessaria ai fini della riduzione dell’impatto ambientale - rimane ed attende una definizione. Si, sono state tracciate le grandi linee del piano industriale, l’evoluzione dal carbone all’elettrico per finire all’idrogeno; si è parlato di 8 milioni di tonnellate a regime nel 2025, di piena occupazione sempre nel 2025, di investimenti per 4,7 miliardi con riduzione del 40% di CO2 e del 30% delle polveri sottili. Così come per il preridotto per i forni elettrici - di cui è stata per ora costituita la società di produzione Dri Italia che fa capo a Invitalia - si sa che la stima degli investimenti necessari varia da 900 milioni a un miliardo e mezzo e che la loro copertura finanziaria può derivare dal Pnrr, che alloca 2 miliardi di euro a valere sull’investimento 3.2, cioè l’utilizzo dell’idrogeno in settori “hard to abate”, ma il punto è arrivare ad una stretta su tutto questo. Trovare una sintesi e mettere nero su bianco. 

Da questo punto di vista, certamente l’intenzione del Governo, col Milleproroghe, era quella di mettere una prima, importante dote per avviare la decarbonizzazione, che il Mise ritiene integrativa e complementare alle bonifiche, partendo dal fatto che al Mise stesso risultavano soldi non spesi del patrimonio destinato di Ilva in as. Nel dettaglio, 878 milioni alla data di fine marzo 2021. Inoltre, sempre alla stessa data, non risultavano uscite nè per gli interventi ambientali che il Dpcm di settembre 2017 affida a Ilva, né per altri progetti dei commissari. Ma a gennaio i commissari di Ilva hanno spiegato alla Camera che non è così, che i progetti ci sono e che le risorse sono state postate (ma non tutte impegnate e tantomeno spese). Di qui, poi, gli emendamenti soppressivi dell’articolo 21 presentati in massa dalla maggioranza e non solo. 

Il caso politico


Il corto circuito che ne è derivato, è noto. Dopo che il Governo è andato sotto quattro volte alla Camera, di cui una per la vicenda Ilva-bonifiche-articolo 21, il premier Mario Draghi ha strigliato la maggioranza nell’incontro di giovedì sera con i capi delegazione. Tanto più che Draghi aveva da poco incontrato Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d’Italia, perché consapevole dell’importanza del dossier siderurgico.
Su Ilva, d’altra parte, il leader della Lega, Matteo Salvini, non le aveva mandate a dire la sera della rielezione del presidente Sergio Mattarella. Giravano voci di dimissioni del ministro Giancarlo Giorgetti e Salvini, smentendole, disse che il problema vero era la sintonia del Governo. E fece, Salvini, proprio l’esempio di Ilva, affermando che non era più possibile vedere Giorgetti impegnato per una soluzione, tenendo insieme salute e lavoro, mentre altri esponenti della maggioranza (riferimento evidente a Pd e M5S) andavano sui territori (Taranto) a dire e a fare cose di segno opposto. Quindici giorni dopo il Salvini-pensiero, ecco arrivata la deflagrazione del caso. 

Le prossime mosse


E ora? Non è ovviamente preclusa al Governo la possibilità di infilare un sostegno all’Ilva in un altro provvedimento. È già accaduto altre volte. L’ultima a settembre scorso quando la Camera ha licenziato il decreto Grandi Navi-Venezia. C’è qui un articolo che autorizza Invitalia a sottoscrivere ulteriori apporti di capitale nel limite di 705 milioni per assicurare la continuità del siderurgico. Inoltre, Invitalia viene anche autorizzata alla costituzione di una società, con un limite massimo di capitale di 70 milioni, per condurre le analisi di fattibilità per l’impianto del preridotto, società nei giorni scorsi costituita. In definitiva, dopo lo strappo del Milleproroghe, altre soluzioni sono possibili. Ma serve chiarezza. E serve sopratutto accelerare sia sul dossier Ilva che sulle bonifiche visto che siamo a dieci anni dall’esplosione della vicenda e certo non possiamo dire che il bilancio sia positivo. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA