Caro prezzi, materie prime alle stelle. Fornai e clienti: «Così non si può andare avanti»

Caro prezzi, materie prime alle stelle. Fornai e clienti: «Così non si può andare avanti»
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Giovedì 17 Marzo 2022, 07:03 - Ultimo aggiornamento: 16:03

Panificatori al bivio: aumentare il prezzo dei loro prodotti per compensare i rincari delle materie prime o continuare a vendere alle stesse tariffe di prima, per non scontentare la clientela ma al tempo stesso ridurre drasticamente i propri ricavi? I rincari del grano e della farina continuano a preoccupare il settore. E le associazioni chiedono interventi a sostegno per evitare che i numeri della crisi, visti già con la pandemia, possano crescere anche alla luce del conflitto in Ucraina, Paese che è tra i principali esportatori di grano.

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Il sindacato provinciale panificatori Assipan Confcommercio Lecce, pur non condividendo la posizione di Coldiretti che qualche giorno fa spiegava chiaramente come nel passaggio dal grano al pane i prezzi siano aumentati di 19 volte, spiega: «Il prezzo delle farine di grano continua ad aumentare. Nonostante questo, stiamo cercando di tenere botta continuando a produrre e a rivendere senza ritoccare i prezzi». «Tuttavia - ammette ancora l’associazione - è ovvio che se il prezzo delle materie prime continuerà a salire, così come il costo delle bollette di luce e gas ci ritroveremo costretti a licenziare i nostri dipendenti, e inevitabilmente a chiudere bottega, buttando alle ortiche anni e anni di sacrifici». Da qui, la richiesta di un intervento immediato da parte delle istituzioni.

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Ma qual è, nelle province pugliesi, il “termometro” della situazione, verificando all’interno delle panetterie? Nel Salento «i rincari sul pane hanno provocato una diminuzione della vendita e purtroppo credo che i costi aumenteranno ancora. La situazione è critica per tutto il comparto», dice Francesco Greco de “Il Fornaio” in piazza Sant’Oronzo, a Lecce. «Un chilo di rosette costa 3,5 euro - aggiunge -, ma anche gli altri prodotti sono aumentati di almeno 50 centesimi al chilo. Mi auguro che non ci sarà un’altra impennata dei costi». I rincari delle bollette e il costo del lavoro hanno fatto lievitare gli importi del pane, come confermano anche i consumatori. «Ormai fare la spesa è diventata una sofferenza - dice Raffaele Cuna -. Dalle panetterie ai supermercati il pane è aumentato dappertutto. I listini sono stati ritoccati per tutti i farinacei e non c’è modo di poter risparmiare perché non si può fare a meno degli alimenti di prima necessità. La situazione sta diventando insostenibile».

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Negli ultimi giorni i panificatori sono stati costretti ad aumentare gli importi per sopperire al balzo dei costi delle materie prime. E le lamentele tra la clientela non si placano. «Questi prezzi sono inaccettabili - afferma Marco Anastasia -. Il carovita sta gravando pesantemente sulle tasche della povera gente che deve tirare a campare con miseri stipendi e pensioni da fame. Dove andremo a finire di questo passo? Può aumentare tutto, ma il pane è sacro. Prima la pandemia, adesso la guerra. Cosa accadrà domani? Il futuro è sempre più incerto e oscuro. Sono molto preoccupato». L’effetto dei rincari si ripercuote sull’umore dei compratori e Oronza Campanile rincara la dose: «La pensione che percepisco non basta più - dice all’uscita di un noto supermercato -. Oltre al pane sono aumentati anche i pomodori. E se una volta si poteva risparmiare mangiando pane e pomodoro per ovviare ad altre spese, ora non è più possibile. I prezzi del grano sono arrivati alle stelle e ho perso anche la voglia di fare la pasta fatta in casa - conclude -. È un momento difficile per tutti e mi auguro che presto finisca un incubo che dura ormai da troppo tempo».

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A Taranto i panificatori protestano per i rincari delle materie prime, che pesano sui costi di produzione. Ritoccare i prezzi finali appare l’unica soluzione. Soprattutto la farina bianca è introvabile, oltre che costosissima. «Oggi noi la paghiamo 75 euro a quintale ed oscilla tra i 65 e gli 80. Prima – spiega Valeria Pernorio, titolare del panificio San Michele a Sava – ci costava 39 o 40 euro». E a quanto pare, il problema riguarda quasi tutti i tipi di farina: «La semola costava fino a pochi giorni fa 42 euro a quintale, ora è arrivata ad 82 euro». I panettieri, proprio per fronteggiare i rincari, hanno concordato dei ritocchi sui listini di vendita. «Ci siamo confrontati con i colleghi della zona e tutti saremo costretti a farlo. Da 3,20 euro al chilo della settimana scorsa, si passerà a 3,80 euro dalla prossima». A pesare anche i costi energetici che, inevitabilmente, ricadono sulla produzione del pane. Allo stesso tempo, gli aumenti sul carburante frenano le consegne nelle salumerie a cui viene fornito il prodotto. Ad oggi, i consumatori non sembrano aver percepito il fatto che il pane sia stato acquistato a qualche centesimo in più. Ma, come confermano i panettieri, dalla prossima settimana, si dovrà intervenire maggiormente. «Al momento – dice Roberto Zezza, in fila davanti al panificio – ho notato più o meno gli stessi prezzi. Penso comunque, che il problema cambi anche in base al tipo di farine. È possibile che quelle con maggiore richiesta subiscano più aumenti». Sulle possibili ripercussioni che potrebbero registrarsi anche sulla produzione delle colombe artigianali in vista di pasqua, Walter Caniglia, panificatore, minimizza: «Quello dei grandi lievitati è un mercato a parte, perciò non inciderà molto sulla vendita essendo un prodotto di ricorrenza. C’è ancora gente che è disposta a spendere il prezzo giusto per un prodotto di eccellenza, ma giustamente è disposto a farlo due volte l’anno per colomba e panettone».
Le cose non cambiano a Brindisi. «Oltre al costo dell’energia - afferma Salvatore Internò, titolare del panificio “La Casa ti lu Piscuettu” - ci preoccupa l’aumento del costo delle materie prime perché è arrivata alle stelle e non si può più comprare. Temiamo un blocco nell’invio delle farine e non sappiamo come lavoreremo nei prossimi mesi. Il prezzo del pane è aumentato notevolmente: siamo passati da 1,80 euro al chilo a circa 3,60 euro al chilo. Il mio pane è fatto esclusivamente con semola di grano duro che è una delle più costose. Le ultime fatture sono arrivate con un costo di 100 euro al quintale, mentre prima si aggirava sui 45 euro». «Abbiamo subìto degli aumenti nel giro di un anno - sottolinea Massimo Laroso, titolare dell’omonimo panificio in via Carmine - di 30 o 40 centesimi al chilo sulle farine mentre sulla semola di circa 60 centesimi al chilo. Poi è aumentato il gas e l’energia elettrica. La farina prima la pagavo al chilo 36 centesimi oggi la sto pagando 70 centesimi al chilo, mentre la semola prima la pagavo intorno ai 48 centesimi oggi mi costa 98 centesimi. Fino a poco tempo fa potevo permettermi di vendere al banco il pane a 2,50 euro al chilo, oggi invece l’ho fissato a 3 euro ma i conti non tornano». Il malcontento cresce tra i clienti consapevoli che gli aumenti, questa volta, non siano da attribuire ad una scelta personale dei panificatori. «Oggi anziché prendere tre-quattro panini ne prendiamo meno e tiriamo avanti - spiega Gabriele Summa - ma la situazione è diventata insostenibile». «Viviamo male - gli fa eco Anna Guadalupi - tutto è aumentato, non solo il pane».


A Bari, come del resto in tutti gli altri capoluoghi, i panettieri fanno fatica ad affrontare il caro-bollette. «Siamo stati costretti ad aumentare il prezzo di alcuni beni», spiega Luciano, titolare di un panificio gourmet. «Le bollette sono aumentate del 100%, quindi è davvero dura». Una confessione che arriva nella settimana in cui il prezzo della benzina potrebbe toccare nuove cifre record. Il rincaro dei derivati del petrolio è molto problematico in quanto non si traduce soltanto in un aumento della spesa per le famiglie italiane, ma anche in una consistente lievitazione dei costi per il settore dei trasporti. «La farina è aumentata tra il 40% e il 50%, per non parlare poi delle materie prime per friggere come l’olio di semi di girasole che è cresciuto quasi del 150%. Lo abbiamo pagato fino a poco tempo fa 1,10 euro al litro, oggi non lo trovi a meno di 3,30 euro al litro. Aumenti che inevitabilmente ricadono sul consumatore finale». 
Il problema è che al netto dei trasporti marittimi, la maggioranza di questi carburanti di derivazione petrolifera viene utilizzata per il trasporto stradale, che costituisce la principale modalità di trasporto merci in Italia. Nel 2019 il trasporto su gomma spostava l’82,3% delle merci, sbaragliando quindi la concorrenza di qualsiasi altra formula. «Ovviamente anche noi saremo vittime di questo. Non possiamo aumentare ancora i prezzi. Quindi in questo momento stiamo guadagnando con marginalità davvero esigua, è il minimo indispensabile – continua Luciano -. Certo che se continuiamo così non si può andare avanti. Mi dispiace davvero dirlo, spero che il prima possibile però finisca il grano. Sono curioso di sapere quale soluzione sarà adottata a quel punto».
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