Cresce l'attesa per il verdetto del Consiglio di Stato: le sorti dell'area a caldo e della fabbrica appese alla sentenza

Mercoledì 2 Giugno 2021 di Alessio PIGNATELLI
Il Consiglio di Stato deciderà sullo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva. E sul suo futuro

Tutti in attesa del verdetto del Consiglio di Stato che si esprimerà sulla continuità produttiva del Siderurgico. Non proprio una novità, quando si parla di Ilva - da pochi mesi Acciaierie d’Italia -, un giudizio pendente della magistratura. In questo caso giustizia amministrativa dopo la pesantissima sentenza che ha chiuso invece il primo grado del processo penale “Ambiente svenduto”. Ma come e perché le novità da Palazzo Spada potranno incidere in una vertenza complicatissima che rischia di deragliare? Il vulnus resta l’area a caldo della fabbrica tarantina, ossia il cuore produttivo del ciclo integrato, già sotto sequestro con facoltà d’uso nell’ambito dell’inchiesta sfociata poi nel processo penale.

 

Il ciclo produttivo e l'iter giudiziario

 

Lo stabilimento jonico è dotato di un ciclo produttivo completo: dallo scarico dei minerali alla produzione dell’acciaio liquido fino alla laminazione dello stesso. Una sintesi brutale che però può far intuire cos’è il complesso principale: parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. L’area a caldo è quella più impattante e in questo iter amministrativo sbarcato al Consiglio di Stato, tutto inizia più di un anno fa. Era infatti il febbraio del 2020 quando il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, emanò un’ordinanza che intimava l’individuazione delle problematiche di quell’area e, qualora non fossero state eliminate, lo spegnimento di altoforni e cokerie. In particolare, quel provvedimento si basava su eventi emissivi dal camino E-312 dell’agosto 2019 e del febbraio 2020.

Da quel momento, è iniziata una vera e propria guerra: da una parte, Ilva in Amministrazione straordinaria (formalmente la proprietaria degli impianti), ArcelorMittal (gestore) ai quali si è associata una memoria difensiva del ministero della Transizione ecologica attraverso l’Avvocatura dello Stato; dall’altra, il Comune di Taranto e la Regione Puglia che si è costituita nel giudizio amministrativo. Il primo round se lo sono aggiudicati gli enti locali. La sentenza del Tar di Lecce, infatti, ha sposato quell’ordinanza del sindaco ritenendo che “lo stato di grave pericolo” in cui vivono i cittadini di Taranto a causa del “sempre più frequente ripetersi di emissioni nocive ricollegabili direttamente all’attività del siderurgico, deve ritenersi permanente ed immanente”. I giudici del Tribunale Amministrativo di Lecce hanno disposto lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 60 giorni. Nel provvedimento i magistrati hanno chiarito che “il rispetto dei parametri emissivi previsti in Aia - l’autorizzazione integrata ambientale - non comporta automaticamente l’esclusione del rischio o del danno sanitario”.

Il ricorso al Consiglio di Stato delle società ne ha però congelato gli effetti. Attualmente, l’ordinanza è sospesa e a metà maggio c’è stata l’udienza di merito dove Am, Ilva in As e ministero della Transizione ecologica hanno sostenuto che non rientra nel potere del sindaco occuparsi di un impianto industriale che riveste - in base alla legge - carattere strategico per l’economia nazionale. Il responso finale è atteso a breve, sono già trascorse più di due settimane dall’udienza collegiale e la sentenza del Consiglio di Stato dirà se l’area a caldo può proseguire nelle attività produttive oppure no. E chiaramente un accoglimento della tesi del Tar di Lecce - e dunque del contenuto dell’ordinanza di Melucci - equivarrebbe a una mazzata terribile sulle sorti della fabbrica. Perché, come detto, lo stabilimento si fonda su un ciclo integrale che difficilmente potrebbe proseguire senza la sua parte pulsante. Per non parlare della forza lavoro: è scontato che una chiusura di quegli impianti equivarrebbe a una scure sui poco più di 8mila dipendenti del sito tarantino.

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