La fase nuova e l'opportunità di rigenerare anche la politica

Domenica 7 Febbraio 2021 di Claudio SCAMARDELLA

Le aspettative riposte dalla maggioranza degli italiani in Mario Draghi sono enormi. Forse troppe per quel vizio tipicamente italico di affidarsi alle qualità taumaturgiche di un uomo solo, il salvatore della patria, per coprire il grave deficit di responsabilità collettiva. Una comoda e illusoria scorciatoia che ha prodotto nel passato pericolose delusioni. Per questo non fa bene all'Italia il processo di beatificazione in corso del presidente incaricato. E non fa bene allo stesso Draghi. Un Paese normale, con una normale dialettica democratica e una normale selezione della classe dirigente, dovrebbe poter contare non sulle capacità miracolose del singolo, ma sull'azione virtuosa e strutturata della collettività. E qui torna il tema della falsa contrapposizione tra una cattiva società politica e una buona società civile, più volte affrontato su queste colonne.


Ciò premesso, va detto che per competenze, visione e rigore intellettuale, nessuno - in questo momento e in questo Paese - può offrire più del presidente incaricato le garanzie necessarie per affrontare le decisive sfide poste dall'emergenza economica e dall'emergenza sanitaria. A cominciare dall'utilizzo dell'ingente quantità di fondi a disposizione per la ricostruzione. Fondi che non solo vanno spesi, ma vanno spesi bene per scongiurare il default tra qualche decennio. E allora, senza girare troppo intorno alle parole, non poteva esserci scelta migliore: l'ex governatore della Bce è la maggiore personalità - politica e tecnica - di cui oggi dispone l'Italia. Perciò, al netto degli strepitii di qualche grillino o grillina con le visioni a 370 gradi, speriamo che la prossima settimana il nuovo governo cominci la navigazione.

Se il tentativo andrà in porto, l'Italia non potrà che giovarsene, soprattutto se ci sarà - come è auspicabile - una netta discontinuità rispetto a ciò che (non) ha fatto il governo uscente con la (raffazzonata) definizione del Recovery, la (ondivaga) gestione della seconda ondata della pandemia e la (caotica) organizzazione del piano vaccinale. Gli orfani e gli irriducibili difensori del Conte bis avranno tempo e modo per riflettere sul bilancio reale di questi mesi, soprattutto quando i riflettori di media e social, sapientemente manipolati fin qui da attrezzate cabine di regia dietro le quinte, si spegneranno su chi ci ha governato. Allora si scoprirà che la popolarità non era assolutamente rispondente all'efficacia dell'azione di governo. E si scoprirà anche che scelte apparentemente impopolari, o perseguite da politici impopolari, possono produrre effetti benefici per il Paese.
Ma le garanzie su un Recovery fund finalmente pensato e costruito davvero sul futuro delle prossime generazioni, e non sulla elargizione di mance e sussidi in cambio di consenso, oltre che sulle fameliche attese di governanti regionali e dei loro cerchietti magici per oleare con miliardi di euro gli ingranaggi dei propri meccanismi di potere, rappresentano solo una parte dell'occasione che l'Italia può cogliere con Mario Draghi. C'è un'altra opportunità che si può scorgere all'orizzonte. È la spinta propulsiva, sollecitata dalla nuova fase, a una rigenerazione e a una rifondazione della stessa politica. Un cambio di passo che parte innanzitutto dal linguaggio, dal ritorno e dal riconoscimento delle competenze, dalla riscoperta - per dirla con le lucide parole di Max Weber - della politica come ramo specialistico delle professioni intellettuali, rifuggendo definitivamente da quell'idea demenziale e aberrante secondo cui per salvare la democrazia bisogna bandire i politici di professione e sostituirli con i portavoce del popolo.


Può sembrare un paradosso, ma non lo è: proprio le competenze politiche di un non politico di professione, maturate nei tanti incarichi pubblici fin qui ricoperti, può restituire dignità alla politica, cambiandone innanzitutto il linguaggio e riducendo all'inconsistenza chi ha costruito negli ultimi anni fortune elettorali e carriere personali proprio sulla demolizione della politica. Veniamo da anni in cui è stato sapientemente coltivato, attraverso la rete e una quotidiana campagna di odio, un sempre più rabbioso disprezzo verso le competenze e le conoscenze, la scienza, lo studio, gli approfondimenti, l'esperienza: in una sola parola, verso l'intellettualità. E la politica, da molto tempo, non è altro che la proiezione di un Paese diventato sempre più incolto, dove l'ignoranza e l'incompetenza sono state elevate a valore, dove la parola cultura o la parola intellettuale, in quanto depositario di conoscenze e anche scrutatore di nuovi orizzonti, sono diventate quasi degli epiteti, se non dei veri e propri insulti. Come epiteti e insulti sono diventate le parole establishment, élite, classe dirigente. C'è chi ha scientificamente perseguito e diffuso l'illusione che la rete potesse rendere completamente inutili e superati gli esperti, gli studiosi, gli scienziati e, dunque, le professionalità. Nel sapere e anche nella politica. Come se, sulla base del molto ambiguo principio uno vale uno, chiunque potesse occuparsi di qualsiasi cosa, interloquire su qualsiasi argomento, affrontare e risolvere qualsiasi problema, governare qualsiasi istituzione. Siamo diventati il Paese in cui se uno passa per caso sotto Palazzo Chigi, e magari ha una conoscenza con un politico in carriera, può anche ritrovarsi da un giorno all'altro alla presidenza del Consiglio. O, scendendo per li rami e cambiando luogo, può diventare parlamentare, guidare una Regione, amministrare una città. A questo ci ha portato un quindicennio di antipolitica, anticasta, anti-establishment e anti-élite. Con i media, anche quelli tradizionali, corresponsabili del decadimento della più nobile delle attività umane.


Mai come negli ultimi tempi il linguaggio politico è stato così sguaiato e insulso. E mai nella nostra storia repubblicana la simbologia e le manifestazioni attraverso cui è stato gestito ed esercitato il potere hanno prodotto così gravi sgrammaticature istituzionali e costituzionali (emblematica la scenografia con il tavolino fuori palazzo Chigi per l'ultima esternazione di Conte). Le principali leadership politiche, in virtù dei nuovi mezzi utilizzati per ottenere il consenso (il mezzo è il messaggio, diceva uno che ne capiva), sono state costruite con un linguaggio aggressivo e a tratti violento, tutto incentrato sulla demonizzazione dell'avversario. Niente analisi, zero riflessioni, fuga dalla complessità, solo capacità di cavalcare rabbia e sdegno popolare, attraverso i social, offrendo in pasto nemici (interni o esterni) e capri espiatori, con la neutralizzazione della cultura e dell'intellettualità, sterilizzate nella loro stessa funzione. Una semina che ha costruito giorno dopo giorno un sentimento pubblico diffuso e, negli ultimi anni, anche un prodotto politico maggioritario.


Non scopriamo oggi che fasi storiche e cicli politici possono essere sconfitti dalle parole e dagli stili prima ancora che dalle azioni. Il cambio del linguaggio è stato sempre un incubatore di passaggi di epoche e anche di nuove egemonie culturali. E se è vero che le parole e il linguaggio servono a costruire la coscienza dei problemi, è altrettanto vero che dalla coscienza dei problemi derivano le attese, le risposte e le soluzioni (o non soluzioni) di governo. Ne abbiamo avuto conferma negli ultimi giorni, a partire dalla dichiarazione (l'unica finora) di Draghi subito dopo l'incarico ricevuto, caratterizzata da parole chiare e precise. Non solo. Se il sovranista Salvini è costretto a convertirsi all'Europa per rientrare in gioco e se Grillo si impegna e riesce a convincere la maggioranza dei suoi a riconoscere il valore delle competenze, vuol dire che il sistema politico italiano può davvero uscire dallo stallo degli ultimi anni. E se una persona seria e un politico che si è sempre distinto per coerenza e stile, come Guido Crosetto, ammette candidamente di non essere all'altezza nel commentare le voci che lo volevano come probabile ministro economico con Draghi, vuol dire che d'ora in poi gaffeur e mezze figure avranno meno pretese da accampare.


Ecco perché la nuova fase può segnare un cambio di passo della politica, con il tramonto degli urlatori e dei propagandisti di professione nei salotti televisivi, con il ritorno alla sobrietà nello stile e alla pacatezza nei toni. Perfino, con una ritrovata eleganza e gentilezza dei comportamenti. Un linguaggio nuovo, educato, rigoroso, della verità più che del consenso. Un linguaggio che non rincorre le piazze, reali e virtuali, ma indica soluzioni, anche impopolari, e che punti a costruire leadership responsabili, non a inseguire followership effimere in rete. L'esempio di un presidente del Consiglio che, finalmente, non smanetta sui social, non si fa condizionare dai sondaggi, non gioca a Playstation ma a scacchi, potrebbe aprire una breccia per snevrotizzare la politica italiana.


Di questo cambio di passo abbiamo urgente bisogno. Per archiviare in modo definitivo le fallimentari esperienze della seconda e terza Repubblica, senza tornare però alla prima, come pure qualcuno invoca dimenticando degenerazioni, sperperi, scandali e clientele di quell'epoca. Ecco, dunque, l'altra opportunità che la nuova fase può consegnare al Paese: rimettere in movimento il sistema politico, superare bipolarismi e tripolarismi tanto muscolari quanto paralizzanti, aprire una fase di reciproco riconoscimento dei ruoli tra gli schieramenti in campo, competitori e non più nemici, per spalancare finalmente la strada ad una compiuta democrazia dell'alternanza. Dove le competenze vengono esaltate, non dileggiate. E dove la politica ritrovi quella funzione di direzione di marcia e di costruzione di senso da troppo tempo smarrita.

Ultimo aggiornamento: 8 Febbraio, 09:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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