Il Piano casa della Puglia è eco-edilizia che "recupera" il patrimonio immobiliare e crea lavoro

Lunedì 15 Novembre 2021 di Fabiano AMATI

Il Piano Casa è uno strumento di ecoedilizia utilizzato con soddisfazione da tutti i comuni pugliesi. Concepito diversi anni fa da uno dei governi Berlusconi attraverso una legge statale, oggetto di un'intesa tra Stato e Regioni, e introdotto nell'ordinamento regionale dal governo Vendola. Sino a quando quella legge statale e quell'intesa non saranno cancellati, la validità temporale dello strumento potrà essere prorogata. E chiunque provi sdegno dovrebbe bussare al Parlamento e chiedere l'abrogazione della legge statale che lo autorizza. Ma non mi pare che da quelle parti abbiano queste intenzioni. 
Abbiamo lasciato però un punto in sospeso: perché il Piano Casa è uno strumento di ecoedilizia? Perché appaga il desiderio di una casa nuova, oppure ampliata, senza consumare nuovo suolo. ll Piano Casa vale infatti solo su edifici esistenti da ampliare nella misura del 20 per cento del volume o del 35 per cento nel caso di demolizione e ricostruzione. E sia l'ampliamento che la demolizione-ricostruzione sono previsti dalla legge nazionale. E anche su questo chiunque voglia scandalizzarsi dovrebbe bussare alle porte del Governo e del Parlamento, che peraltro ha proprio di recente ampliato (anche con i pochi voti della sinistra conservatrice) il potenziale virtuoso di queste possibilità, ammettendole pure in aree vincolate e nel rispetto dei Piani paesaggistici. È inappropriato, allora, limitarsi a "bombardare" le scelte del Consiglio regionale, sia perché gli appunti dovrebbero essere rivolti ai politici romani e sia perché così facendo si confessa un diritto di parola che però non si accompagna con il dovere di conoscere ciò che si dice. 
C'è chi però rilancia, obiettando: è vero, non si consuma altro suolo ma si aumenta il carico urbanistico. Ammesso e non concesso che sia così, cioè che una casa ampliata comporti la nascita di tanti bambini da accogliere oppure che una casa realizzata dopo una ricostruzione abbia maggior carico di un vecchio opificio, si fa presente che le stesse cose che si fanno con il Piano Casa si possono fare con diverse altre leggi vigenti sulla riqualificazione e rigenerazione urbana, con l'unica differenza che ampliano la discrezionalità politica e tecnica, "allungando" la catena della decisione a eventuali "manine" e minando il concetto di edilizia come atto dovuto. I temi, cioè, dell'ecologia dell'uomo, come predica Papa Francesco. 
Il Piano Casa, invece, funziona con il meccanismo del permesso di costruire diretto, in caso di aree urbanizzate, oppure convenzionato in caso di urbanizzazioni incomplete. È esclusa quindi l'ipotesi del cittadino che col cappello in mano si rivolge ai potenti di turno con tutto il carico di rischi corruttivi che ciò comporta. Certo, bisogna ammetterlo, l'edilizia come atto dovuto e senza mediazioni discrezionali, toglie potere a un gruppo di pianificatori agganciati e ben remunerati, presenti in tutte le degustazioni di vini e vernissage, che pretendono di decidere gli stili di vita delle persone, affacciandosi nella sociologia e nell'olismo, cioè quella pratica dialettica che aggiunge sempre un argomento sino a quando chi parla non riesce ad avere ragione. 
Il Piano Casa avrebbe il difetto, secondo i suoi detrattori, di recuperare il vecchio patrimonio edilizio, pianificato da vecchi pianificatori, senza però ricorrere a nuove pianificazioni. Ma questa è semmai la sua virtù e non il suo peccato. La normativa esclude, infatti, un groviglio illogico e improduttivo, organizzato attorno alla catena della pianificazione delle pianificazioni, per pianificare ciò che in precedenza era stato pianificato e per prepararsi alla pianificazione di ciò che sarà certamente pianificato. Una babele di regole e di incarichi professionali, che può ben giustificare le ostilità più eclatanti. 
Ma perché i sostenitori della pianificazione scalpitano, eccitando molte persone in buona fede al grido "mamma gli speculatori"? Sulla remunerazione delle prestazioni professionali perdute si è già detto; c'è però un altro motivo, più culturale, che però si fa fatica a riconoscere. Si tratta dell'adesione inconscia a un modello autoritario della vita, la pianificazione appunto, che in Italia fu affermata con prepotenza da Mussolini con la legge urbanistica del 1942, nel Reich con l'opera del ministro del Führer Walter Darrè e la sua nobiltà del suolo e del sangue e in Urss con il Gosplan (Comitato statale per la pianificazione). Non a caso lo statista della libertà italiana, Alcide De Gasperi, non parlerà mai di pianificazione ma di programmazione, e non è una distinzione da sofisti. Programmare significa dare durata alle cose che si fanno, riducendo il carico di ambiguità alla parola "cambiamento", assicurando alle persone la libertà piena nel cogliere e non perdere tutte le occasioni che il mondo e il mercato propongono, con il limite della riduzione degli impatti e con l'obbligo di tendere la mano al soldato che marcia più lento; in particolare al più prossimo, a quello più vicino, a quello che s'incontra per strada, disperato sporco affamato o problematico, che l'intellettuale di casa nostra non riesce nemmeno a guardare perché proiettato con lo sguardo alle disuguaglianze più lontane, a quelle che non si vedono direttamente e che richiedono come impegno al più qualche saggio lungo o breve, oppure autoassolutorii tweet. 
Pianificare significa, invece, organizzare un modello di mondo e di vita da elargire agli altri sul presupposto che gli altri non siano in grado di provvedere a se stessi. E se la proposta pianificatoria trova resistenze, al posto delle purghe non più di moda si avanza con il linciaggio carico d'odio a mezzo social, in nome del clan di "giusti", pochi ma rumorosi, che sanno sempre distinguere (naturalmente  nelle vite degli altri e mai nelle proprie) il bene dal male, il grano dal loglio. E la consueta idea del popolo incolto e rozzo, figurarsi se muratore, che ha bisogno della mano guida degli intellettuali per non deragliare. Chi poi siano questi intellettuali, quali e quanti libri bisogna aver letto per esserlo e qual è l'autorità che rilascia questa speciale patente di guida è tutt'altro discorso. 
Come altro discorso è il fatto che gli stipendi di questi intellettuali siano pagati proprio grazie alla produzione assicurata da muratori, agricoltori, commercianti e capitani d'impresa: i settori produttivi a più alta densità di posti di lavoro. Lavoro e lavori, parole magiche. 
C’erano una volta politici che dedicavano l'intera vita all'apertura di fabbriche e cantieri, e che combattevano affinché in quei luoghi ci fosse rispetto per i lavoratori. Oggi, invece, ci sono politici e commentatori politici che dall'alto di uno stipendio fisso reclamano il rispetto delle condizioni di lavoro e nel frattempo "lavorano", seduti a scrivere o in piedi a manifestare, per chiudere fabbriche e cantieri. È questo il punto su cui ci siamo persi e che qualche tempo fa ha fatto domandare, a un allibito Luciano Canfora, ma che razza di sinistra è quella che chiude le fabbriche e i cantieri? L'idea che la politica sia il tutto di ogni parte della vita e che dalla politica e dal ruolo degli intellettuali veri o presunti discenda il bene è un'idea sbagliata. È dimostrato infatti che la politica non contiene tutta la vita e tutto il sentimento, e che fuori dalla politica c'è la vita delle persone, quelle normali, la maggioranza, che pensano ancora alla libertà e ai mezzi per liberarsi dal bisogno, dalla sofferenza e dal male; da una serie di problemi molto pratici, compreso quello della casa, che l'approccio totalitarista alla politica può solo mortificare. 
Il Piano Casa non risolve i problemi del mondo, ovviamente, ma aiuta a ricordare con Bukowski che "s'incomincia a salvare il mondo salvando un uomo alla volta. Tutto il resto è magniloquenza romantica o politica". Lo scrisse nelle sue Storie di ordinaria follia. Appunto.

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