Governo, Conte dalla Puglia minaccia la crisi e spacca il M5S. Di Maio: «No al Papeete 2»

L'ex premier: «Pronti a lasciare se dal governo non arriveranno risposte»

Governo, Conte minaccia la crisi e spacca il M5S. Di Maio: «No al Papeete 2»
Governo, Conte minaccia la crisi e spacca il M5S. Di Maio: «No al Papeete 2»
di Andrea Bulleri
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Sabato 9 Luglio 2022, 00:08 - Ultimo aggiornamento: 00:10

Il nuovo fronte di crisi si apre dalla Pugllia. Assediato. Tirato per la giacchetta da chi lo vorrebbe tenere dentro la maggioranza. E strattonato con ancora più veemenza da quelli – e al Senato potrebbero essere la maggioranza – che invece vorrebbero rompere tutto. Sono ore concitate per Giuseppe Conte. Tempo meno di una settimana, il leader 5 stelle dovrà decidere quali panni intende vestire. Se il completo dell’uomo di governo, come da giorni gli vanno chiedendo gli alleati del Pd e pure una parte dei grillini alla Camera, sempre più convinti di dover far sponda con Luigi Di Maio per richiamare l’avvocato alla «responsabilità». Oppure la camicia di lotta del barricadero, come lo spinge a fare l’ala più anti-draghiana del Movimento. Ma lui, per ora, continua a giocare su entrambi i fronti.

Un’ambiguità che fa infuriare il ministro degli Esteri. Di Maio evoca il Papeete: «Attenzione a riproporlo» avverte, ricordando la crisi aperta nel 2019 da Matteo Salvini. «A luglio come a settembre, sarebbe una mossa cinica, egoista e irresponsabile. Un marchio che difficilmente verrebbe cancellato». Anche perché azzoppare Draghi, per il leader di Insieme per il Futuro, vorrebbe dire «prestare il fianco alla propaganda di Putin: sarebbe devastante per l’Italia». Parole che, anche se non lo dicono apertamente, vengono condivise nei contenuti pure da ministri e sottosegretari stellati (tutti tranne Stefano Patuanelli, disposto a seguire Conte in ogni caso). 
Ma lui, l’avvocato, va avanti con la sua linea. Bastone e carota. «Dr Giuseppi e Mr Conte», l’ha già ribattezzato qualche maligno dalle parti del Nazareno. Anche ieri, dalla sua Puglia, l’ex premier è tornato a correre sul filo del dico-non dico. «Il Movimento ha sempre svolto il suo lavoro con responsabilità e correttezza», la premessa. Quindi voterete la fiducia a Draghi a Palazzo Madama? «Se il governo agisce sulle priorità del Paese, ci siamo. Altrimenti no». 

Torna a sventolare il suo elenco di richieste, Conte. Superbonus, salario minimo, transizione ecologica «vera». «C’è la concreta determinazione ad affrontare adesso questi punti?», si chiede il leader stellato (che si dice «molto sereno» rispetto all’ipotesi di uno strappo) «Se la risposta è sì, allora noi ci siamo. Se la risposta è no – mette in chiaro l’avvocato – allora lasciamo. Per responsabilità». Tenere il governo sulle spine, non scoprire le carte. Aspettare «risposte» da Palazzo Chigi e intanto vedere l’effetto che fa. Con tanto di siparietto con la giornalista Myrta Merlino, che gli chiede se farebbe meglio a rimandare le ferie visti i nuvoloni di crisi sul governo. «Voi partite per la vostra vacanza – sorride Conte sornione – poi vi aggiorneremo». 

IL BALLETTO
Un balletto che non irrita soltanto Di Maio, tra gli azionisti del governo. Ma pure molti nelle truppe del Pd (anche se Francesco Boccia ribadisce che «Conte è un alleato serio e affidabile») E che agita gli eletti alla Camera, dove è ancora numerosa l’ala dei ricucitori. Spingendo invece l’ala più oltranzista del Senato ad alzare la voce. A Palazzo Madama il clima è teso. È lì che entro il 15 luglio va votata la fiducia sul decreto Aiuti. E i bene informati raccontano che su 62 senatori, alcune decine (qualche calcolo dice dai 20 ai 30, altri invece giurano che sia la maggioranza del gruppo) sarebbero pronti a dare il benservito a Draghi. «Il dl Aiuti? Per me è invotabile», sentenzia il senatore Alberto Airola: «Attendiamo dei chiarimenti dal governo, il silenzio di Draghi è inopportuno».

Sulla stessa linea Gianluca Castaldi (che sui suoi social proclama «usciamo subito da questa melma») e il vice capogruppo Gianluca Ferrara. E poi Paola Taverna, Daniele Pesco e molti altri. Accanto ai duri e puri siedono gli attendisti, quelli che ancora non hanno preso una posizione. «Faranno quello che dirà loro la Taverna: e allora forse è già finita», sentenzia un senatore ex grillino passato con Luigi Di Maio. 
Nel frattempo, tra chi aspetta di capire quale sarà la decisione di Conte c’è pure Enrico Letta. Che dopo aver prima aperto all’ipotesi Draghi bis in caso di un addio stellato al governo, ieri è tornato a correggere la rotta. «Preciso, per evitare fraintendimenti – twitta il segretario dem – che noi rimaniamo alla decisione presa nella direzione nazionale del Pd il 30 giugno: il governo Draghi è l’ultimo della legislatura». Per qualcuno, è una mano tesa a Conte. Un ennesimo invito a non rompere, a restare nel campo largo. Per altri, un modo per non tirare per la troppo per giacchetta il premier, che aveva già fatto sapere di non essere disponibile con altre maggioranze. «Ma all’atto pratico si vedrà – ragionano dalla minoranza dem – Se Conte esce davvero, la posizione del Pd non potrà che cambiare». Pd verso il quale l’avvocato, ancora una volta, non usa parole di distensione. «Dai democrat ci aspettiamo una valutazione sulle nostre richieste – avverte Conte – Campo largo? Solo se c’è lealtà». Di nuovo, bastone e carota. 
 

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