Parte la “nuova” ex Ilva. Il premier Conte: «Sarà a idrogeno». Ma il sindaco non ci sta

Sabato 12 Dicembre 2020 di Alessio PIGNATELLI

L'ufficialità la danno due comunicati separati che però simbolicamente sanciscono il matrimonio tra Invitalia e ArcelorMittal. O, se si vuole, tra Stato e acciaio. Tutto come previsto, l'impianto resta quello noto: l'accordo prevede un aumento di capitale di Am Investco (la società in cui ArcelorMittal ha già investito 1,8 miliardi di euro e che è affittuaria dei rami di azienda di Ilva in Amministrazione Straordinaria) per 400 milioni di euro tramite Invitalia. Il passaggio dovrà avvenire entro il 31 gennaio subordinatamente all'autorizzazione antitrust dell'Unione Europea e consentirà alla società del Mef di avere il 50% dei diritti di voto. A maggio del 2022 è programmato, poi, un secondo aumento di capitale che sarà sottoscritto fino a 680 milioni da parte di Invitalia e fino a 70 milioni di parte di ArcelorMittal.

Al termine dell'operazione Invitalia sarà l'azionista di maggioranza con il 60% e ArcelorMittal si attesterà al 40%. Tra le due tranche, quindi, l'investimento statale per entrare nell'ex Ilva sarà di oltre un miliardo mentre la multinazionale dovrà sborsare ulteriori 70 milioni di euro tra due anni. Nella nota di Invitalia si ribadisce l'obiettivo di trasformare l'ex Ilva di Taranto nel più grande impianto di produzione di acciaio green in Europa. Assicurato il completo assorbimento dei 10.700 lavoratori nell'arco del quinquennio: ci sarà una gestione degli esuberi a scalare partendo con circa 3mila unità già dall'anno prossimo in cassa. Nessun cenno però ai circa 1.700 operai rimasti nel bacino di Ilva in As: segnali che spiegano quanto sarà delicato il compito delle organizzazioni sindacali da ora in poi. Il closing dell'operazione è soggetto al soddisfacimento di varie condizioni sospensive. E queste comprendono: la modifica del piano ambientale esistente per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; l'assenza di misure restrittive nell'ambito dei procedimento penali in cui Ilva è imputata nei confronti di Am Investco. Si deduce quindi che innanzitutto il piano industriale - confermate la creazione di una nuova linea di produzione esterna al perimetro aziendale (Dri) e la costruzione di un forno ad arco elettrico di 2,5 milioni di tonnellate - determinerà un nuovo piano ambientale, verosimilmente tramite decreto e con nuove prescrizioni e date.

L'acquisto è inoltre subordinato al dissequestro degli impianti: dal 2012 gli impianti dell'area a caldo di Taranto sono sequestrati con facoltà d'uso. Nella terza clausola, ArcelorMittal si premunisce sul fronte giudiziario: è in corso un processo nei confronti di Ilva per fatti precedenti all'arrivo dei franco-indiani e qualsiasi evento riconducibile alla vecchia gestione non deve ricollegarsi alla nuova proprietà. Anche nel 2017 il gruppo si tutelò con delle condizioni sospensive e, nel prosieguo del tempo, l'esimente penale tolta dal governo costituì proprio il pretesto per una guerra legale. Quanto e come impatteranno le nuove condizioni sospensive nei rapporti tra le parti si vedrà solo in corso d'opera.


Confermata poi la governance paritaria: 6 membri nel consiglio d'amministrazione spartiti tra Invitalia e Am che nominano rispettivamente presidente e ad. Lucia Morselli è ormai sulla strada della riconferma come ad. I ministri Patuanelli (Sviluppo economico) e Gualtieri (Economia) si sono detti soddisfatti per un accordo che premia il ciclo misto (Altoforni 4 e 5 più forno elettrico e Dri) e promettono una riduzione di vari inquinanti. È prevista la costituzione di una nuova società a capitale pubblico dedicata allo sviluppo di questa nuova tecnologia.


Il premier Conte, da Bruxelles, si spinge ancora più lontano: «Ci sarà l'idrogeno, realizzeremo il progetto più avanzato, più serio e solido di transizione energetica: non si fa questo dall'oggi al domani, l'accordo prevede già che lo stabilimento abbandoni il fossile e che in prospettiva diventi tutto verde».
Infine, per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e tarantino doc Mario Turco, «il governo si è assunto una grande responsabilità nel voler ancora una volta cercare di garantire il diritto al lavoro con quello della salute, entrambi purtroppo disattesi negli ultimi 25 anni con una gestione affidata esclusivamente ai privati, prima il gruppo Riva e poi ArcelorMittal. Questo ha creato e progressivamente acuito un conflitto sociale con il territorio che, allo stato attuale, rimane non risolto e insanabile. Spero che si continui ancora con più forza a sostenere gli investimenti sulla riconversione economica, sociale e culturale del territorio».

Carta straccia. Non usa metafore il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, per affondare l'intesa siglata tra governo e Mittal. «Noi ancora adesso non conosciamo le carte di dettaglio di questo piano e andiamo avanti con l'accordo di programma. Questo piano per noi è carta straccia, noi dobbiamo occuparci della salute del tarantini». Il tavolo con proposte alternative a quelle del governo e della multinazionale convocato da Comune e Regione Puglia per mercoledì scorso è saltato all'ultimo su richiesta della presidenza del Consiglio. Ieri, il governo ha detto di accogliere la richiesta per l'apertura di un tavolo di confronto per accompagnare, monitorare e accelerare la transizione verso le nuove produzioni verdi e per condividere gli interventi per il risanamento ambientale e il rilancio economico della città e del territorio tarantini. Il tutto, però, a firma avvenuta. «Dal premier Conte - ha detto Melucci - ne abbiamo sentite tante di parole importanti. Ci viene chiesto di fare l'ennesimo atto di fede ma noi non possiamo accettarlo. La prospettiva che il governo pone rispetto al tema dell'idrogeno è una prospettiva molto lunga».

Secondo il primo cittadino, «la verità è che prima del 2022 non cambia niente, resta anche l'attuale governance in capo a Lucia Morselli con la presenza dello Stato che ancora non è in maggioranza. E non ci sono investimenti importanti dal punto di vista tecnologico». Per il primo cittadino ai tarantini viene chiesto «almeno fino al 2025 di sacrificare ancora la salute: non lo possiamo accettare, volevamo più coraggio, più investimenti anche dal Recovery plan e interventi che partissero subito con questa prospettiva».


Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è ugualmente perplesso sulla bontà della nuova Ilva e si sofferma sul rifacimento di Afo5, il più grande altoforno di Taranto fermo ormai da anni: «Scelta incongrua, datata, utile esclusivamente ad avvicinare la fabbrica a un'ipotesi di presunta redditività che, però, dovrà essere comunque garantita dai soldi pubblici a sostegno della massiccia cassa integrazione attuata da ArcelorMittal attuale affittuario di un ramo d'azienda. Redditività che, ricordiamolo tutti, si basa sulla condivisione, o meglio sullo scarico totale al sistema pubblico, di tutti i danni di natura ambientale e sanitaria che quella fabbrica ha generato e genererà ancora per anni. Sconvolge che l'accordo venga siglato contemporaneamente ai decisivi passi che l'Unione europea ha compiuto con il programma Next Generation. È pazzesco che gli aiuti di stato italiani ricostruiscano tecnologia non green, non decarbonizzata, facendo cadere, miseramente, il velo della convenienza di adeguamenti industriali moderni e ambientalmente compatibili».


Aspre critiche anche dal mondo ambientalista locale. Il presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti, è «un'operazione che getta i soldi dello Stato in una prospettiva che non è di risanamento e di rilancio ma di puro tamponamento di perdite. L'accordo non è un investimento che creerà ricchezza e occupazione ma è un modo per bruciare la ricchezza senza creare occupazione». Nel dettaglio dell'accordo, Marescotti pronostica che «molto dipende dall'emanazione di un nuovo decreto salva-Ilva che modifichi il piano ambientale rendendolo meno stringente, meno oneroso e quindi con nuove deroghe e proroghe. Con tanti saluti a quella prospettiva green di cui si parla pomposamente nel comunicato del governo». Il governo sostiene che la riduzione dell'inquinamento realizzabile con questa tecnologia è del 93% a regime per l'ossido di zolfo, del 90% per la diossina, del 78% per le polveri sottili e per la CO2. Tutte le percentuali di riduzione degli inquinanti sono fumo negli occhi - continua il presidente di Peacelink - Letteralmente fumo negli occhi. Perché le riduzioni ipotizzate sono relative ai nuovi impianti, che non si sostituiranno ai vecchi ma si sommeranno ad essi. E quindi l'inquinamento, in una prospettiva di incremento della produzione (tutta da verificare dato che è il mercato e non il governo che decide quanto acciaio si potrà vendere), non calerà ma sommerà quello nuovo a quello vecchio». Contro il ticket Stato-Mittal, infine, anche l'associazione Giustizia per Taranto: «Riteniamo il governo colpevole di un accordo scellerato, i cui contenuti sono stati peraltro tenuti nascosti al territorio. Se qualcuno pensa di poter celebrare questo accordo come la soluzione ai problemi dell'ex Ilva sappia che non solo è un totale disastro, ma anche una pericolosissima bolla destinata a scoppiare molto presto. Spero, infine, che si continui ancora con più forza a sostenere gli investimenti sulla riconversione economica, sociale e culturale del territorio».

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