De Giorgi e l'impresa all'Europeo: «Il trionfo dell'Italvolley, con dedica speciale al Salento»

De Giorgi e l'impresa all'Europeo: «Il trionfo dell'Italvolley, con dedica speciale al Salento»
di Giuseppe ANDRIANI
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Martedì 21 Settembre 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 20:08

Ci ha messo venticinque giorni per vincere anche l’Europeo. Fefè De Giorgi sembrava non aspettare altro, dopo aver vinto tutto quello che poteva in carriera, da eroe dei tre mondi ad allenatore di successo. In venticinque giorni ha riscritto la propria storia, ma era già stato annunciato come erede di Blengini prima di Tokyo. «Ho avuto la percezione che l’Italia ci seguisse, che alla gente piaceva il nostro spirito, il nostro gruppo. E questa è stata un’altra grande vittoria». La racconta così, Fefè, tornato nel suo Salento, in territorio di Trepuzzi, squinzanese di nascita e di “crescita”, adottato sportivamente da Ugento che era un ragazzino. L’allenatore dell’Italia di volley campione d’Europa è rientrato già ieri mattina, qualche giorno di relax, una medaglia che guarda e riguarda, una delle tante. Ma questa forse è speciale.
Fefè De Giorgi, mancava solo una grande competizione con la Nazionale da allenatore. Eccola...
«Ci sono sempre cose da fare (sorride, ndr). Questo è stato un risultato speciale, però. Per come è arrivato, per i tempi, per come si è realizzato. Non era semplice da realizzare, anche per un discorso di ricambio generazionale e i tempi per assemblare la squadra sono stati molto brevi. Abbiamo dovuto sfruttare persino i minuti per costruire il gruppo. E poi abbiamo iniziato a prendere confidenza e consapevolezza».
Avete rinnovato mezzo gruppo, siete ripartiti da zero dopo la delusione di Tokyo. Come ha fatto?
«I sette che venivano dalle Olimpiadi si sono aggiunti ai “nuovi”, che già si allenavano. Avevamo l’idea di iniziare un nuovo percorso e questo chiaramente stimola la reazione, la partecipazione. Ci siamo molto concentrati nel creare i presupposti giusti, le idee. Idee non solo tecniche, bisognava costruire una squadra dal punto di vista del gruppo, per i valori. Giocare in Nazionale vuol dire rappresentare il Paese, bisogna avere orgoglio. Questa è una componente importante, al di là delle qualità tecniche e del senso della squadra. Bisogna aiutarsi, stare insieme. Ho voluto trasmettere questo e in campo credo si sia visto».
Questa è una delle vittorie più belle del lunghissimo elenco targato De Giorgi. Giusto?

«Sì, è una delle più belle perché è scaturita in situazioni complicate, difficili, che poi hanno portato a qualcosa di straordinario in poco tempo. Questa vittoria la ricorderemo tutti a lungo, tra l’altro abbiamo vinto senza subire sconfitte. È strano, quando vinci una competizione del genere, come Mondiali o Europei, di solito almeno una volta perdi nella manifestazione. E invece abbiamo avuto un ricambio generazionale e non abbiamo perso nemmeno una volta, nonostante fossimo i più giovani del torneo».
Andando al sodo: qual è il suo segreto?
«Non saprei. Cerco solo di fare il mio meglio di sempre ogni volta. Bisogna fare bene il proprio lavoro, con i principi che ti guidano e usare l’esperienza. Il mestiere dell’allenatore è anche questo, saper gestire. Penso che le esperienze fatte in Italia e all’estero mi abbiano aiutato a capire come tirare fuori il meglio in poco tempo, quando devi andare dritto, al cuore del problema, senza aver tempo per sperimentare. Il segreto è questo: lavorare al meglio, avere uno staff che possa supportarti e poi mantenere saldi alcuni principi che riguardano non solo l’aspetto tecnico-tattico ma anche il modo di vivere all’interno della squadra». 
E intanto l’Italia vi spingeva, a distanza. Si è sentito?
«Per noi è stato fondamentale questo feedback, non soltanto per la vittoria. Abbiamo capito dai messaggi che ci arrivavano, che la squadra ispirava freschezza, unità, compattezza, voglia di viverla con noi. Noi rappresentiamo la nostra nazione in questi eventi, è una questione di risultati ma anche di come si ottengono, di come si gioca, di come si sta. Vedere una squadra che dà tutto, che gioca al massimo, è inevitabilmente una cosa che piace».
Ma questa Italia parla salentino, con lei.
«Il Salento non deve mancare mai nei condimenti (sorride, ndr)».
Un salentino conteso da Squinzano e Trepuzzi.
«No, dai (sorride, ndr). Io sono salentino, sono di Squinzano, dove sono nato e cresciuto. Poi mi sono trasferito da qualche anno in una villa vicino a Squinzano, ma in territorio di Trepuzzi, non farmi entrare in questa storia, dai. Devo dire che ho un ottimo rapporto con il sindaco Taurino, durante questo Europeo è stato sempre presente, così come anche tanti amici di Squinzano. Io sento un grande affetto dalla mia terra, dal Salento. Lo sapete che sono legato alla mia terra. Prima dicevo: il condimento del Salento c’è sempre, ed è la verità, non scherzo. Abbiamo valori importanti, principi. E poi: lu sule, lu mare e lu jentu».
E l’Europeo.
 

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