La ripartenza è lusso: fiducia nella qualità

Martedì 27 Ottobre 2020 di Pierpaolo SPADA

Nelle fabbriche del luxury fashion l’emergenza Covid fa paura, ma un altro lockdown è inconcepibile. «Ci siamo appena rimessi in piedi», affermano diffusamente gli imprenditori, tra i quali c’è pure chi, sfruttando anche l’onda lunga del “reshoring”, in Puglia ha ripreso a correre. Caduta e forte rimbalzo, sotto la spinta di nuova domanda, dunque: è questa l’eredità polivalente per l’industria lasciata in consegna dalla prima ondata virale? Da una parte, le perdite, causate dal crollo dei consumi (soprattutto in Cina), e il conseguente fiume di cassa integrazione che ha inondato anche le realtà contoterziste pugliesi, cui sta facendo da contraltare la ripresa negli ultimi tre mesi. Dall’altra, la riconquista d’appetibilità e capacità da parte del Paese: capacità di riassorbire la lavorazione e il confezionamento di tanti di quei prodotti che i brand italiani (o i loro proprietari) da tempo hanno affidato all’industria asiatica.

Del primo effetto (perdite e rimbalzo positivo), sono testimoni i numeri relativi al terzo trimestre 2020 e resi noti dai maggiori brand. Nei primi 9mesi dell’anno e rispetto allo stesso periodo del 2019, il gruppo francese Lvhm (quelloche controllaDior,per intenderci) registra un calo del 21% su base organica sebbene le aspettative sull’andamento del terzo trimestre siano state disattese da una flessione più contenuta del previsto. Moncler ha perso in un anno il 22%, ma anche in questo caso il terzo trimestre ha costituito un argine alle perdite. Analogo discorso per Kering (titolare tra gli altri di Gucci), mentre l’Oreal ha chiuso il terzo trimestre addirittura con il segno “più”. Oscillazioni consistenti. E con riflesso diretto sulle fabbriche pugliesi: «L’impatto della pandemia è stato durissimo e la nuova ondata virale non ci consente di stare tranquilli. Ma vogliamo essere ottimisti perché, dal 4 maggio scorso, da quando cioè lamanifattura italiana ha riaperto, non ci siamo fermati unminuto e se continuiamo così potremo conseguire un risultato addirittura migliore rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso», spiega Antonio Sergio Filograna, tra i più rappresentativi imprenditori del settore calzaturiero, numero uno della Leo Shoes di Casarano, azienda in grado, nel 2019, di fatturare 150milioni di euro.

«Stiamo crescendo tanto, siamo in piena attività di servizio. Da maggio non abbiamo utilizzato un’ora di cassa integrazione e non abbiano intenzione di utilizzarne nei prossimi mesi. La preoccupazione che soffrivamo all’epoca è svanita. Adesso c’è una preoccupazione diversa, ma ripeto - dice Filograna - vogliamo guardare avanti, anche se non è semplice programmare. Sono tante le sfide. Anche il mondo della moda sta cambiando,si sta virtualizzando». Ma, in fondo, alle calzature - soprattutto se son sneakers -, l’e-commerce garantisce un copioso e costante flussodi vendita, impensabile per l’abbigliamento di lusso, i cui prezzi sono assai più robusti e la vestibilità richiede standard di virtualizzazione non ancora pienamente apprezzabili. «Un abito da 2 o 3mila euro lo devi indossare, provare e riprovare più volte. Difficile che possa trovar vantaggio dalle vendite online. Anche per questo motivo - ne è convinto Luciano Barbetta che, con l’omonima azienda con sede a Nardò, da trent’anni realizza le “visioni” deipiù importanti branddellamoda - l’abbigliamento esce più penalizzato dal primo lockdown e da questi primi 9 mesi del 2020. Certo - precisa - quando i cinesi hanno ripreso a comprare lusso come facevano prima del lockdown, siamo ripartiti anche noi e meglio di prima. Adesso, però, quanto sta accadendo delmondo sta già creando i primi contraccolpi».

L’imprenditore salentino non riesce a offrire un quadro definito anche se non tradisce la sua vena ottimistica: «Gli ordini per la prossima stagione autunno-inverno dovrebbero arrivare», dice, «e mi auguro che riescano a saturare gli stabilimenti dell’indotto, fin qui i più colpiti dalla crisi. Restiamo fiduciosi. Nuova domanda si sta generando anche con il reshoring». Ed ecco il secondo effetto intrinseco delle politiche anti covid. «Tanti brand italiani che prima facevano produrre i capi in Asia adesso si stanno rivolgendo a noi, soprattutto per le secondo linee. E sono brand che si collocano un gradino più in basso del lusso», precisa Barbetta. Anche Filograna lo conferma: «Questa nuova domanda c’è e sta interessando anche noi». Il contributo, nell’abbigliamento, è netto ma, potenzialmente, anche rischioso: «I prezzi che questi brand erano abituati a riconoscere alle produzioni “out” sono molto diversi da quelli del made in Italy che produciamo. Quindi, dobbiamo stare attenti. Dobbiamo sfruttare ogni opportunità al meglio e - ribadisce l’imprenditore – continuare a guardare avanti».

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