Gas, rinnovabili e idrogeno verde: l'industria brindisina scommette sul green

Mercoledì 24 Marzo 2021 di Francesco RIBEZZO PICCININ

Decarbonizzazione impossibile senza nuova potenza generata, dal gas naturale o dalle rinnovabili. È questo, in sostanza, l’allarme che continua a lanciare Enel, in particolare il suo amministratore delegato e presidente Carlo Tamburi. Se le autorizzazioni per la conversione a gas delle otto centrali a carbone presenti in Italia, compresa la “Federico II” di Cerano, Brindisi, non dovesse arrivare entro l’estate, la scadenza del 2025 – prevista dal Pniec, il Piano nazionale per l’energia ed il clima – per l’uscita dall’era del carbone potrebbe concretamente saltare. Enel, infatti, ha preso parte alle aste per il cosiddetto capacity market indette da Terna. E proprio il fatto che l’azienda si sia aggiudicata la possibilità, per il 2023, di fornire energia prodotta con gli impianti a gas ancora da riconvertire le consentirà di avere un rendimento capace di trasformare l’insostenibile realizzazione delle centrali a metano in un investimento economicamente sostenibile. L’ammissione alle aste per il 2023, tuttavia, è stata concessa perché l’autorizzazione per la realizzazione degli impianti era prevista per la fine del 2020. Eventualità che non si è verificata. E così, la scadenza è stata prorogata alla fine di giugno di quest’anno. Ma se per quella data non ci sarà l’autorizzazione, mette in guardia Tamburi, «Terna potrebbe rescindere il contratto per il capacity market». E questo farebbe quasi certamente slittare lo “spegnimento” previsto per il 2025.

L'AUTORIZZAZIONE

Il procedimento di Valutazione d’impatto ambientale per la “Federico II” si trova, attualmente, in fase di istruttoria tecnica presso la commissione tecnica Via. Dopo le recenti integrazioni fornite dall’azienda rispetto ai pareri dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale e rispetto alle possibili interferenze ambientali – negate da Enel – del metanodotto da realizzare per alimentare la centrale, l’azienda è in attesa dei pareri di tutti gli enti coinvolti. Stessa situazione, in linea di massima, anche per A2A, che pure vorrebbe convertire a gas naturale la centrale Brindisi Nord, spenta ormai da anni e rimessa in funzione da qualche mese, senza alcuna combustione di carbone, non per generare energia ma per garantire la stabilità della rete elettrica. Anche il progetto di A2A si trova in fase di istruttoria tecnica presso il comitato Via. Dopo l’invio da parte dell’azienda della documentazione integrativa volontaria relativa alle modifiche da apportare al progetto del metanodotto, che inizialmente si sarebbe dovuto realizzare esclusivamente su aree interne di proprietà della società, si è riaperta la fase della partecipazione del pubblico, dunque si attende l’invio delle osservazioni, alle quali seguiranno poi le controdeduzioni di A2A.

IL FUTURO DELLA CENTRALE

Intanto, in attesa che le procedure facciano il proprio corso, l’alternativa per generare nuova potenza e consentire lo spegnimento delle centrali a carbone in Italia, e della “Federico II” a Brindisi, sono le energie alternative. Fotovoltaico ed eolico in particolare. Ma anche da questo punto di vista, le resistenze incontrate sono innumerevoli. Ed alla lentezza della burocrazia si aggiunge il “no” delle comunità e delle amministrazioni locali, finalizzato nella maggior parte dei casi a tutelare l’agricoltura di qualità. Anche in situazioni almeno apparentemente paradossali come quella di Brindisi, dove Enel Green Power aveva presentato richiesta per realizzare tre impianti fotovoltaici in area Sin, ovvero il Sito di interesse nazionale per le bonifiche, un’enorme area almeno in parte contaminata a causa delle attività industriali e, dunque, totalmente inibita alle coltivazioni agricole.


A generare una certa dose di speranza nel futuro “green” dell’industria di Brindisi ci sono le intenzioni di investimento, annunciate da diverse aziende, nell’ambito del cosiddetto “idrogeno verde”, vale a dire quello prodotto con fonti rinnovabili. Un protocollo d’intesa recentemente firmato da Saipem ed Alboran Hydrogen, ha infatti come obiettivo quello di promuovere “lo sviluppo congiunto e la realizzazione di cinque impianti per la produzione di idrogeno verde tramite il processo dell’elettrolisi, tre dei quali in Italia e gli altri due nel bacino del Mediterraneo”. Tra le iniziative possibili ci sarebbe proprio “lo sviluppo e la creazione di un distretto dell’idrogeno verde in Puglia, con tre impianti situati rispettivamente nei territori di Brindisi, Taranto e Foggia”. Il tutto con il coinvolgimento di alcune realtà del territorio, dal Ditne (ovvero il Distretto tecnologico nazionale dell’energia) che ha sede a palazzo Guerrieri, a Brindisi, alla Cittadella della ricerca, oltre che di poli universitari quali La Sapienza e l’Università del Salento.
E sul fronte dell’idrogeno si sta muovendo anche una realtà industriale già presente sul territorio brindisino, ovvero A2A. L’azienda elettrica, infatti, ha annunciato di essere entrata nella European Clean Hydrogen Alliance (Echa), ovvero l’Alleanza europea dell’idrogeno.

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