«Militare di 20 anni morto di leucemia: somministrati 11 vaccini in soli otto mesi»: la sentenza e la lotta della famiglia

Lunedì 30 Novembre 2020 di Valeria BLANCO

Undici vaccini somministratigli nell'arco di appena otto mesi: la Corte di Cassazione ha confermato il nesso di causalità esistente tra questa somministrazione così ravvicinata e la morte di un giovane militare salentino, deceduto per una leucemia fulminante nel 2001.
Fabio Mondello, originario di Gallipoli, aveva appena 20 anni quando si ammalò e la malattia lo portò via in pochi mesi. Da allora, la famiglia lotta per avere giustizia per una morta così assurda, causata a loro parere da tutti quei vaccini a cui il giovane - militare in ferma volontaria - era stato sottoposto tra il 2000 e il 2001. E adesso a scrivere l'ultima parola su questa vicenda è stata proprio la Cassazione, che ha confermato la sentenza della Corte d'appello di Lecce del 2014, riconoscendo il nesso causale tra il numero elevato di vaccini somministrati in un tempo ristretto e la morte. «Non va demonizzato il vaccino di per sé - chiarisce subito l'avvocato della famiglia, Francesco Terruli di Martina Franca - ma le periodicità, somministrazioni troppo ravvicinate. Ci sono anche altri casi simili, tant'è che il ministero della Difesa ha poi anche variato le periodicità dei vaccini. È però la prima causa che arriva in Cassazione e visto che la Corte ha confermato il nesso di causalità, si tratta di una sentenza che è destinata a fare da precedente».


Le undici vaccinazioni erano state somministrate al giovane tra il 3 luglio del 200 e il 7 marzo del 2001. La Cassazione nella sentenza dello scorso 25 novembre ha riconosciuto «l'alta probabilità statistica che il considerevole numero di vaccinazioni somministrato in brevissima sequenza temporale avesse causato o comunque favorito la malattia acuta letale», così come già stabilito dalla Corte d'Appello.


Una vittoria solo parziale per la famiglia Mondello, e non solo perché - come hanno confidato all'avvocato - nulla potrà restituire loro quel figlio scomparso troppo in fretta. «Il ragazzo non torna in vita - conferma il legale - e nessuna cifra potrà risarcire la famiglia di questa perdita incolmabile. I genitori non hanno mai avuto dubbi sul fatto che la Cassazione avrebbe riconosciuto la legittimità della decisione della Corte d'Appello, in quanto il loro ragazzo, come ripetono sempre, era partito sano ed è tornato con una malattia che lo ha ucciso in pochi mesi». Adesso, però, per la famiglia si apre un'altra battaglia, che è quella relativa all'indennizzo. «Si tratta - spiega Terruli - di appena 67mila euro una tantum: tanto vale una vita umana. Secondo la Corte d'Appello, per vedere riconosciuto questo indennizzo ai genitori, era sufficiente dimostrare la coabitazione e non che i superstiti, cioè quei genitori che all'epoca avevano sessant'anni, fossero a carico del povero militare deceduto». Fabio aveva la residenza a casa dei genitori, di cui era convivente, quindi ai genitori ed eredi spetterebbe - anche secondo la Corte d'Appello - l'indennizzo.


La Cassazione però su questo punto sottolinea come, secondo la legge, gli aventi diritto all'indennizzo da parte del ministero della Salute sono «i soli superstiti a carico delle persone decedute» e non anche i conviventi. E rimanda la valutazione di questo specifico aspetto alla Corte d'Appello di Lecce, in diversa composizione. Quindi è da qui che si dovrà ripartire per chiudere finalmente questa drammatica vicenda.

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