Morì dopo un intervento al rene: tre medici del Fazzi finiscono a processo

Mercoledì 9 Ottobre 2019
Dovranno difendersi dall'accusa di omicidio colposo i tre medici che ieri sono comparsi davanti al giudice per l'udienza preliminare Giovanni Gallo, e che adesso dovranno affrontare un processo: A.G.F., 68 anni, di Sanarica, e P.C., 63 anni, di Lecce, sono stati rinviati a giudizio; ha chiesto e ottenuto invece di essere giudicato con rito abbreviato M.C., 62enne di Bari. Il processo per i primi due si aprirà il 15 gennaio prossimo.
L'accusa si riferisce alla morte di una paziente, la 50enne galatinese Antonella Gennaro, sottoposta il 19 aprile di tre anni fa a un intervento chirurgico all'ospedale Vito Fazzi di Lecce.

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La donna doveva andare incontro all'asportazione del rene sinistro, una operazione da effettuare in laparoscopia, ovvero una tecnica non invasiva. Secondo gli accertamenti successivi al decesso, la 50enne sarebbe andata incontro ad una perforazione intestinale, provocata dal non aver adottato «tutte le precauzioni per limitare al minimo lesioni iatrogene a carico di organi endocavitari», ovvero gli organi interni. Una lesione che, da lì a quattro giorni, è costata la vita alla paziente. Un'agonia che non sarebbe stata valutata in maniera corretta dal medico di turno nei giorni successivi all'intervento chirurgico.

Quando infatti la donna si lamentava per i dolori all'addome, una volta ricoverata in reparto, il medico di turno non avrebbe tenuto nella dovuta considerazione quei dolori, non immaginando «l'evenienza della possibile complicanza della perforazione intestinale in corso di laparoscopia - scrive il pubblico ministero Massimiliano Carducci nella richiesta di rinvio a giudizio - pur trovandosi in presenza di persistente sintomatologia algica addominale con puntata febbrile». La signora Gennaro aveva la febbre che superava i 38 gradi. Ma la possibilità che potesse trattarsi dei postumi di una operazione sbagliata non sfiorarono il medico di turno, che si limitò «a somministrare terapia spasmolitica ed analgesica, che non fece altro che lenire la sintomatologia stessa, offuscando così il quadro acuto addominale, che subì progressiva evoluzione peggiorativa, sino ad un interessamento sistemico di tipo settico». Non solo: l'accusa riguarda anche la scelta di non sottoporre la donna a una Tac addominale quando era forse ancora possibile salvarla, né ad altri interventi che potessero rivelare la lesione interna. Quattro giorni dopo quell'intervento chirurgico, la 50enne morì.
Ora servirà un processo per stabilire le eventuali responsabilità di quanti sono coinvolti in questa vicenda. I medici sono difesi dagli avvocati Luigi Corvaglia, Ester Nemola, Giandomenico Daniele e Annaluigia Cretì, mentre i familiari della vittima sono assistiti dall'avvocato Francesco Galluccio Mezio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 20:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA