Le mani dei clan sugli alloggi: la mappa in provincia

Venerdì 27 Settembre 2019 di Paola ANCORA
Se Atene piange, Sparta non ride. E come Lecce, anche Casarano, Parabita e Ugento si misurano, ogni giorno, con una situazione di diffusa illegalità e con il problema di case occupate abusivamente da boss, sodali, affiliati o dalle loro famiglie, che ci vivono, indisturbati, nonostante le operazioni di polizia abbiano accertato che proprio la casa, bene primario, è stata usata dalla Scu come merce di scambio, come leva per ottenere consenso e mantenere il controllo del territorio.

Cresce l'esercito di abusivi: oltre 400 alloggi occupati

Le mani dei clan sulle case popolari e gli sgomberi mai arrivati

A Casarano, per esempio, occupa due alloggi popolari il nucleo familiare di Ivan Caraccio, in carcere dopo che, con l'inchiesta “Diarchia” della Dia e dei carabinieri del Nucleo investigativo, è stato ritenuto responsabile dell'omicidio del boss Augustino Potenza e del tentato omicidio di Luigi Spennato. Degli alloggi occupati dai Caraccio, in via Lucania e in via Saluzzo, sono a conoscenza sia la Polizia municipale che l'ufficio Casa di Casarano.
Lo conferma la documentazione riservata alla quale Quotidiano ha avuto accesso: carte nelle quali due vigili urbani, chiamati ad accertare l'occupazione da parte della famiglia Caraccio, ribadiscono ciò che in altre, precedenti situazioni avevano sollecitato, «inascoltati» e, cioè, che «presso il Comune di Casarano è operativo un Ufficio Casa nella cui disponibilità vi è un agente della Polizia municipale che potrà soddisfare accertamenti di qualsiasi natura».

A Ugento, di un alloggio popolare possono godere i familiari di Pasquale Preite, condannato in primo grado per aver estorto denaro al titolare di un lido a Torre San Giovanni. E a Parabita, la cui amministrazione è stata retta a lungo da commissari prefettizi dopo lo scioglimento per mafia del Consiglio comunale, occupano abusivamente alloggi di Edilizia residenziale pubblica i parenti di Massimo Donadei, pentito di mafia che, con le sue dichiarazioni, ha contribuito alla riuscita dell'operazione Coltura del 2015, grazie alla quale è stato assestato un duro colpo al clan del boss Marco Giannelli.

Ci vivono anche le famiglie di Matteo e Biagio Toma, il primo condannato a 11 anni e 8 mesi nel processo di primo grado scaturito sempre da Coltura. Il secondo, condannato al carcere a vita nell'agosto del 2017 per essere stato l'esecutore materiale dell'omicidio di mafia «più cruento della storia della Sacra Corona Unita», come lo hanno definito i giudici della Corte d'Assise di Lecce. Nel 1991, infatti, Toma uccise Paola Rizzello e sua figlia, la piccola Angelica Pirtoli, fracassandole il cranio sul muro. Ancora.
L'abitazione in piazza padre Pio di Fernando Mercuri, braccio destro del boss Giannelli arrestato e condannato in primo grado dopo Coltura, è occupata dai suoi familiari. Mercuri ha persino potuto accedere alle procedure di sanatoria previste dalle leggi regionali che si sono susseguite su questa materia: vuol dire che ha occupato abusivamente una casa e, trascorso qualche anno, ha dichiarato al Comune di voler sanare la sua posizione. Ma, dopo averlo fatto, ha comunque continuato a non pagare l'affitto, accumulando morosità. Finora, nessuno ha proceduto allo sfratto per assegnare quella casa a qualcun altro.
A Parabita, in realtà, uno sgombero è stato fatto: è stata mandata via la famiglia del 32enne Besar Kurtalija, finito in manette in seguito a Coltura e condannato a 16 anni di reclusione. Poi tutto è tornato com'era. © RIPRODUZIONE RISERVATA