Ricorso respinto dal Tar: Igeco, confermata l'interdittiva antimafia

Mercoledì 5 Febbraio 2020 di Alessandro CELLINI
Rimane in vigore l'interdittiva antimafia per la Igeco Spa: a deciderlo è stato il Tar del Lazio, che ha respinto il ricorso dell'azienda contro il provvedimento emesso nell'ottobre di due anni fa dalla Prefettura di Roma, secondo cui «sussiste la presenza di situazioni relative a tentativi di infiltrazione mafiosa». I giudici hanno ritenuto non fondati i motivi addotti dall'azienda perché quel provvedimento fosse ritenuto illegittimo, e hanno peraltro condannato la Igeco al pagamento delle spese di giudizio (quattromila euro) alle amministrazioni citate.

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Se da un lato l'azienda aveva rimarcato come non fosse mai «stata attinta da alcun procedimento penale», e con riguardo ai dipendenti con precedenti per associazione mafiosa, avesse sottolineato come si trattasse di «soggetti con funzioni meramente operative, che non sarebbero stati in grado di influenzare minimamente la vita societaria», e che tali soggetti sono stati poi licenziati; dall'altro i giudici hanno spiegato perché, invece, l'interdittiva antimafia meriti di rimanere in vigore.

Il provvedimento in questione, spiega il Tar, «per la sua natura cautelare e preventiva, non richiede la prova di un fatto ma solo la presenza di una serie di indizi in base ai quali non sia illogico o inattendibile ritenere la sussistenza di infiltrazioni o collegamenti con organizzazioni mafiose o di un condizionamento da parte di queste». Inoltre, «gli elementi posti a base dell'informativa (il documento che ha portato a emettere l'interdittiva, ndr) possono essere anche non penalmente rilevanti o non costituire oggetto di procedimenti o di processi penali o, addirittura e per converso, possono essere già stati oggetto del giudizio penale, con esito di proscioglimento o di assoluzione».

Nello specifico, il Tribunale osserva come sia emerso «il coinvolgimento in vicende penali di particolare rilievo di alcuni amministratori del gruppo facente capo alla Igeco Spa, tutte figure di rilievo nell'ambito dell'organizzazione aziendale. La medesima società è risultata coinvolta anche in diverse operazioni di polizia giudiziaria». Per quanto riguarda invece i lavoratori, questi «annoverano - secondo i giudici - pregiudizi penali di varia natura anche gravi, ed in particolare sei di essi risultano avere precedenti per associazione di tipo mafioso».

Peraltro, il loro allontanamento è successivo all'accesso ispettivo del gruppo interforze della Prefettura, e questo sarebbe la prova di «una specifica scelta aziendale di assumere lavoratori pregiudicati e affiliati a cosche criminali di tipo mafioso». Insomma, concludono i giudici, «alla luce del complesso quadro istruttorio come sopra riportato, la Prefettura ha ritenuto che l'impresa si è rivelata permeabile alle infiltrazioni mafiose, in quanto strumento utile sia alla politica, attraverso le promesse di assunzione finalizzate all'acquisizione di consensi elettorali, sia alla stessa criminalità organizzata al fine di affermare ulteriormente l'egemonia sul territorio, accrescendone il controllo».

Dal canto suo, in una nota l'azienda annuncia già un ricorso in appello contro la decisione del Tar e si sottolinea che «si tratta del primo grado di giudizio, e l'esito potrebbe essere - come si auspica lo sarà - successivamente ribaltato». Ultimo aggiornamento: 11:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA