Cingolani: «Dai trasporti alla formazione, ora riunifichiamo l'Italia. Turismo, quante potenzialità inespresse al Sud»

Domenica 21 Giugno 2020 di Rosario TORNESELLO
Lo sguardo sul futuro ha il ritmo accelerato della consapevolezza poco incline a sprechi di tempo, risorse, energia. Il mondo gira a velocità vorticose, pensieri e parole sono calibrati su parametri cosmici, come la scansione degli impegni in agenda. L’efficienza, nel caos apparente, la trovi solo all’incrocio tra organizzazione e precisione; al di fuori è fortuna o arte. Così l’intervista copre la distanza tra l’ultima videocall e l’imbarco aereo, destinazione Genova: si torna in famiglia per il weekend. Un punto fermo, il resto è sparso per il pianeta. Se lavori sull’infinitesimamente piccolo e sull’infinitamente grande, dello spazio puoi farti beffe. Lui, appunto. Le origini a Milano, la laurea in Fisica a Bari, il dottorato alla Normale di Pisa, il Laboratorio di Nanotecnologie creato a Lecce, l’Istituto italiano di Tecnologia fondato a Genova, premi, riconoscimenti e, da ultimo, l’inserimento nella ristretta task force Colao per la ripartenza dell’Italia post-Covid. Dal 2019 è Chief technology & innovation officer di Leonardo, e quindi mente progettuale, tecnologica e creativa di una delle aziende leader al mondo nel comparto aereo, della difesa e della sicurezza: cielo, terra, mare, spazio e anche cyberspazio. Uno dei programmi aziendali di formazione e sviluppo ha nome emblematico: Accelerate. Potete leggerlo in italiano o in inglese, il senso non cambia. Ecco il personaggio in estrema sintesi. Per stargli dietro occorre modificare il proprio bioritmo. Proviamoci.
Professor Roberto Cingolani, come sta?
«Bene. Ma occorre mantenere il controllo del tempo».
C’è riuscito, almeno nel periodo di lockdown?
«Sono stati mesi lunghi e difficili di lavoro intenso. Leonardo non ha chiuso, è un’azienda strategica. Abbiamo testato il telelavoro. Credo sia andata molto bene».
L’Italia ha accusato impreparazione e carenze strutturali.
«Bisogna fare di necessità virtù. Trovo sia stato un banco di prova molto importante. Risultati certamente migliorabili, ma con esito positivo».
Se lo aspettava?
«Appartengo alla categoria di chi attende il dato finale per una valutazione adeguata. In questi casi è difficile fare previsioni a priori, occorre sempre un periodo di allineamento. Ma l’infrastruttura digitale ci ha salvati, permettendoci di mantenere in piedi varie attività».
Tuttavia sono emerse notevoli differenze.
«Si può e si deve investire di più, anche come accesso alla banda larga e ultralarga. Sono emersi aspetti preoccupanti di digital divide. Il gap tra aree va ridotto».
Il nuovo che avanza suscita spesso profonda diffidenza. Il 5G, ad esempio, è al centro di autentiche crociate.
«È una tecnologia fondamentale per le applicazioni dell’Industria 4.0: abbatte i tempi di latenza tra input ed esecuzione. Il principale vantaggio è nella velocità: in linea generale, agevola la comunicazione in sistemi sempre più complessi».
Più di qualcuno teme possa favorire la diffusione del coronavirus o dei tumori.
«Come paese, abbiamo una normativa molto più stringente rispetto ad altri partner europei. Un report di Altroconsumo, che invito a leggere, spiega come non vi siano motivi per ipotizzare una maggiore pericolosità rispetto al 4G o al 3G. Anzi: diversi indicatori testimoniano sia persino migliore per la tutela della salute. Detto questo, continuiamo a permettere il fumo. Ci sono pericoli davanti ai quali facciamo finta di nulla. Fa parte dell’ipocrisia della nostra società».
Dicevamo delle differenze: non solo tra territori, ma anche tra famiglie. Le nuove tecnologie non sono alla portata di tutti.
«Le precondizioni sono un servizio adeguato e attrezzature informatiche minime. La combinazione dei due elementi andrebbe verificata per qualsiasi cittadino: tutti dovrebbero poter avere connessione veloce e pc. Nel caso del coronavirus ci siamo trovati di fronte a un’emergenza tanto inattesa quanto devastante. Le condizioni sfavorevoli picchiano duro dove ci sono situazioni di debolezza».
Quale lezione ne possiamo trarre?
«È necessario intervenire con investimenti mirati. Intanto per ridurre le disuguaglianze in genere. E poi per abbattere quelle tra giovani: hanno diritto a pari opportunità».
Il “Piano Colao” da voi affidato al governo propone 102 idee raggruppate in sei macroaree, dalle infrastrutture al turismo, dalla ricerca alla famiglia. Lei su cosa metterebbe l’accento?
«Proprio sui giovani. È la categoria che sta subendo di più: stiamo ipotecando loro il futuro con l’aumento del debito pro capite. Dobbiamo chiederci quale Italia vogliamo tra vent’anni. Serve un piano complessivo».
Abbiamo detto dei giovani. E poi?
«Educazione come formazione; potenziamento della rete infrastrutturale; abbattimento della burocrazia, un cancro per il nostro paese. Questo nell’ottica di un futuro sostenibile».
Col “Decreto Rilancio” il governo mette sul piatto un miliardo e 400 milioni per Università e ricerca. Basteranno?
«Non discuto la contingenza degli stanziamenti. Si fa quel che si può. L’importante è il livello di priorità assegnato a innovazione e ricerca: occorrerebbe portare gli investimenti al 2 per cento del Pil, per essere in linea con i paesi europei più avanzati. Ma è anche questione di governance: bisogna agire sul reclutamento, sui vari enti, sulla valutazione. Occorre intervenire sulla carriera del ricercatore, rendendola appetibile e migliorando l’interazione con le aziende: diversamente non riusciremo né a trattenere né ad attrarre le menti migliori. E poi c’è un terzo asset necessario».
Quale?
«Occorre una ricerca privata forte in grado di investire e innovare. È così in tutta Europa».
Studi molto interessanti pongono in correlazione inversa gli investimenti in innovazione e il livello di corruzione di un paese. Risolvere la competizione non con le idee ma con le prebende incentiva il malaffare e azzoppa la ricerca.
«Trovo la corruzione una cosa disgustosa. Una società fondata sulla conoscenza alimenta quell’onestà intellettuale che è il primo baluardo contro i comportamenti scorretti. Cento miliardi rappresentano il costo della burocrazia, altri il debito pubblico, altri ancora il sommerso... Recupererei molto volentieri, e a miglior sorte, tutto questo denaro».
Il vostro lavoro, iniziato a metà aprile, è terminato ai primi di giugno: il Piano Colao è stato consegnato al governo e portato in discussione agli Stati generali. Ottimista o pessimista?
«Quando lo Stato chiama, bisogna accorrere. Ora tocca alla politica, e io sono realista: abbiamo fornito un portafoglio importante di idee, i mezzi per realizzarlo ci sono».
Le parole Sud e Mezzogiorno compaiono 18 volte nel lavoro conclusivo. Principali nodi: recupero di centralità nel Mediterraneo, potenziamento di infrastrutture e trasporti, recupero del gap formativo.
«Ho vissuto a lungo in Puglia. Isolamento territoriale e connessione lontana da standard adeguati segnano una condizione di perifericità che genera contrazione negli scambi di persone. Così un territorio tende a chiudersi: i percorsi formativi ne risentono, l’industria regredisce e il circolo diventa vizioso. L’Italia è lunga e stretta: occorre accorciare le distanze nord-sud con tutto quel che serve in termini di collegamenti aerei, ferroviari e stradali. Sui trasporti, a Genova soffriamo una situazione analoga».
Dice sul serio?
«Il capoluogo ligure ha un aeroporto che rende più agevoli gli spostamenti. Ma a semplificare la vita è l’alta velocità. Sotto questo profilo, non è incoraggiato lo spostamento col mezzo pubblico. Per arrivare in treno a Roma si impiega ancora troppo».
Una condizione comunque migliore rispetto al Meridione.
«Ne sono convinto. Per questo credo che la direttrice nord-sud rivesta tutti i caratteri della priorità, proprio in virtù della conformazione del territorio».
Leonardo ha in Puglia stabilimenti strategici, Brindisi e Grottaglie su tutti. Il timore, qui, è sempre in una possibile delocalizzazione delle attività.
«Stiamo lavorando, ma non posso dire di più. Sono tutti ottimi progetti con ricadute positive, questo sì, ma devo fermarmi: non è il caso di aggiungere altro».
Nel vostro Piano, una scheda è dedicata al potenziale turistico inespresso del Sud. Da dove partire per recuperare terreno?
«Dal senso del bene comune. Un solo esempio: posti belli e strade trasandate. Lecce, ad esempio, è una bomboniera, però tutt’intorno la rete viaria è trascurata. Le infrastrutture non sono di livello adeguato. Occorre precisione nella gestione di fenomeni importanti».
Precisione è un concetto variamente interpretato.
«Fatica a fare presa, lo so. Dal mio punto di vista è un investimento da declinare in termini culturali e globali: conoscenza delle lingue e ricettività di alto livello, per cominciare. La bellezza non basta. Paradossalmente, ci facciamo superare da posti meno belli ma più organizzati».
Cosa le resta dei suoi anni all’Università di Lecce? Il capoluogo barocco l’ha omaggiata con la cittadinanza onoraria.
«Tanti amici, molti affetti. Un bilancio positivo. Io sono un po’ nomade, una caratteristica mia e della mia famiglia. Ma sono rimasto legato al Salento e ancora sento i colleghi del Laboratorio: spero che la struttura abbia lunga vita e nuovi successi».
Professore, cosa ricorderà della lunga fase del lockdown?
«La condivisione di un impegno sociale. Abbiamo continuato a lavorare pancia a terra e pedalare. E lo dico io che sono un appassionato ciclista... Conosco qualunque sentiero da Leuca fino a Ostuni. Qualsiasi tracciato: panorami splendidi e poche salite. In Liguria abbiamo pendenze da paura. Anche per questo rimpiango molto il Salento».

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