Energia ed effetti rincari, la Puglia protagonista in tre mosse: gasdotti, navi Fsru e rinnovabili

L’ultima sfida: una nave rigassificatore potrebbe approdare a Taranto o Brindisi

Energia ed effetti rincari, la Puglia protagonista in tre mosse: gasdotti, navi Fsru e rinnovabili
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Lunedì 11 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 09:17

Un po’ i rincari delle materie prime che mordono già da fine 2021, un po’ l’atroce guerra in Ucraina con le conseguenze sui prezzi del gas. L’Italia si è scoperta, all’improvviso e con ritardo, fragile e pericolosamente dipendente su un asset economico fondamentale e prova a correre ai ripari. E questa rincorsa parte proprio dalla Puglia, regione che gioca un ruolo determinante su più fattori a partire dal gasdotto Tap fino agli impianti fotovoltaici già presenti. «Dovremo probabilmente rimpiazzare 29 miliardi di metri cubi di gas che provengono dalle importazioni russe, l’Italia utilizza circa 70 miliardi di metri cubi l’anno. Non si fa rapidamente e noi stiamo correndo per diversificare le fonti».

I numeri e la navi Fsru

Sono gli ultimi numeri diffusi dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Per la precisione, nel 2021 il nostro paese ha consumato 76,1 miliardi metri cubi di gas naturale importandone 72.728 (dati ufficiali forniti dal Mise). Andando a ritroso, il nostro Paese ha avuto bisogno di 70,3 miliardi di metri cubi di gas naturale nel 2020 (erano 74,3 miliardi nel 2019) producendone in casa solo circa 4 miliardi. Come diversificare? L’ultima proposta di Cingolani riguarda una nave per la rigassificazione del gas liquido, la cosiddetta Fsru (floating storage and regasification units): si sta chiudendo un accordo con Snam e per il primo semestre del 2023 dovrebbe essere operativa. Si compra o si affitta per 400-500 milioni e potrebbe fornire 5 miliardi di metri cubi l’anno. «La nave - ha detto il ministro - la ormeggi dove c’è un tubo del gas e ce ne sono diversi in Italia, ci sono diversi punti di innesco». E qui diventano protagonisti due porti pugliesi. «Potrebbe essere Taranto, Piombino, nell’alto Adriatico o Brindisi»: insomma, nel novero delle candidature, i due scali possono ricoprire un ruolo chiave.

Queste navi hanno il vantaggio di poter essere utilizzate finché servono: una volta terminati l’esigenza e il relativo contratto, tolgono il disturbo. Non sono infrastrutture permanenti ma possono fornire un grandissimo contributo all’autonomia energetica dalla Russia. Questa è solo l’ultimissima novità perché la Puglia già è ampiamente protagonista nel sistema energetico. Basti pensare a Tap, l’infrastruttura che attracca a Melendugno ed è operativa da circa un anno: lo scorso anno ha veicolato in Italia quasi 8 miliardi di metri cubi di gas dell’Azerbaijan. Si parla tanto di raddoppio ed è tornato alla ribalta EastMed-Poseidon, l’altro gasdotto autorizzato e mai realizzato: approdo a Otranto, gas dal bacino Levantino tra Israele, Cipro ed Egitto, 10 miliardi di metri cubi all’anno. Il progetto, alla luce dello scenario internazionale completamente ribaltato, riprende corpo.

C’è poi la partita idrogeno, con Taranto candidata a diventare un vero e proprio polo nazionale: nell’ambito del Pnrr, la città punta a diventare il centro italiano delle tecnologie per questo vettore energetico cercando di abbracciare, dopo tentativi decennali inutili, una riconversione green dell’acciaieria ex Ilva. Dallo Ionio all’Adriatico. A Brindisi, sono tanti gli investimenti previsti sul versante delle rinnovabili che in Puglia sono ormai una realtà consolidata. Come quello più volte ricordato della Falck Renawables e dei programmi di Enel, «la cui realizzazione - spiega Gianfranco Solazzo, segretario generale Cisl Taranto Brindisi - aspettiamo da tempo di verificare, atteso che il tempo non è una variabile indipendente. E considerando, oltretutto, che investimenti nella sola produzione da FER, senza l’intera filiera costruttiva, non darebbero alcuna risposta alla problematica occupazionale derivante dal processo di decarbonizzazione. In tale quadro, continuiamo a manifestare perplessità per la scelta di Terna di non prevedere l’essenzialità dell’impianto turbogas di Enel, sia per la crisi energetica che attanaglia il Paese, sia per la ricollocazione dei lavoratori che non prescinde dalla riconversione del sito di Brindisi».

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