Brindisi, dieci anni senza Melissa Bassi. L'ex procuratore Dinapoli: «Penso ancora a lei, quanta rabbia»

Marco Dinapoli
Marco Dinapoli
di Alessandro CELLINI
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Mercoledì 6 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 12 Aprile, 18:44

La voce si incrina quando nomina Melissa, è dolore misto a rabbia. «Una ragazza di sedici anni, nel pieno della sua vita...». E il tempo che è passato da quella tragedia non è un balsamo che cura le ferite, tutt’altro; non c’è modo di elaborare quel lutto: «A distanza di dieci anni ancora non me ne faccio una ragione. Melissa morì per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato». Marco Dinapoli era a capo della Procura di Brindisi il 19 maggio del 2012, quando l’esplosione di una bomba artigianale portò via Melissa Bassi e segnò uno spartiacque nella storia della città. La magistratura brindisina condusse le indagini in quei primi giorni, prima che il caso passasse per competenza (vista l’accusa di strage con finalità di terrorismo contestata al responsabile) alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Ma il ricordo di quelle settimane è ancora impresso a fuoco nell’animo di Dinapoli.

Procuratore Dinapoli, cosa ricorda di quei giorni?

«Ho un ricordo molto molto triste, è stata una delle vicende che più mi hanno colpito nei 42 anni passati in magistratura. È uno strano lavoro il nostro, guardiamo alle cose peggiori che sanno fare gli uomini, ma nell’immediato non possiamo abbandonarci alle emozioni, bisogna avviare subito gli accertamenti, perché il giorno dopo è già troppo tardi. Poi a mente fredda vivi altre sensazioni, ti rendi conto di quello che è successo... Insomma, è stato un coinvolgimento personale notevole. Un impegno non solo professionale, ma anche emotivo, perché quando poi sono rimasto solo, a giornata finita, ho ripensato a tutto quello che era accaduto, ho rivissuto tutto. E ho provato grande rabbia, perché Melissa era una ragazza che stava sbocciando, nella stagione più bella della sua vita, e le è stato negato questo diritto».

Subito dopo l’esplosione, nella confusione dei primi momenti, ci fu chi parlò di un gesto eclatante della Sacra corona unita...

«Non io. Se ne parlò, certo, ma era un’ipotesi che si basava su mere congetture: perché la scuola era intitolata alla moglie del giudice Giovanni Falcone, perché eravamo vicini alla data della strage di Capaci, perché le ragazze venivano da Mesagne. Solo ipotesi. Il problema era che non si riusciva a capire cosa fosse successo, e questo era molto preoccupante. Ho vissuto in apnea fino a quando non è venuto fuori quel filmato».

Quello in cui si vede Giovanni Vantaggiato azionare il dispositivo che fece esplodere l’ordigno.

«Sì. C’era un mio giovane collega che si mise subito alla ricerca di fatti e non di congetture. E quando spuntò quel filmato, mi avvertì subito. Andai in questura e capii. Capii che non c’entrava niente la malavita e capii anche che l’avremmo preso, era solo questione di tempo. Solo allora mi sono rasserenato. Avvertivo su di me una grande responsabilità, avevamo pressioni fortissime dall’opinione pubblica e non solo: ricevetti una telefonata dalla Presidenza della Repubblica. Ma quando vidi quel filmato mi rasserenai e cercai di rassicurare la città».

Come reagirono in quei giorni i brindisini? È vero che l’evento scosse molto le coscienze di tutti, ma allo stesso tempo si scatenò una intensa caccia all’uomo...

«Questo succede quando la gente non ragiona più. Si trattò di un fatto estremamente eclatante, si scatenò una specie di fobia che portò anche un po’ di paura, perché si temeva che potesse succedere di nuovo. Ricordo che quel giorno tutte le scuole furono evacuate».

Cosa pensò quando si rese conto che tutto era avvenuto a causa di una questione personale e, in fin dei conti, davvero di poco conto?

«Non ebbi modo di interrogare la persona fermata, perché poi l’indagine la proseguì la Procura di Lecce con la Dda. Se avessi avuto modo di farlo, avrei provato a capire, avrei cercato un contatto diretto, che a volte, in casi come questo, è molto utile. Vede, non c’è solo la rilevanza penale dei fatti, c’è tutto un contorno umano che serve a capire come si verificano tragedie di questo tipo. Da quello che ho visto, è apparso chiaro che si trattava di una persona disturbata. Aveva una specie di delirio di giustizia, una situazione che mi è capitato di vedere altre volte: persone che, di una vicenda che riguarda la loro vita, ne fanno un punto centrale dell’intera esistenza, costruiscono un castello e ne diventano prigionieri. Ecco l’idea che mi sono fatto, col tempo, del responsabile».

Che rapporto ha avuto nel corso degli anni con i genitori di Melissa, Rita Muri e Massimo Bassi?

«Solo sentire questi nomi mi dà una grande emozione. Un’emozione che provai la prima volta, quando vennero da me, accompagnati dal loro avvocato, dopo la conferenza stampa in cui parlammo per la prima volta della telecamera che aveva ripreso il killer. Avevano capito che eravamo a una svolta, che stavamo percorrendo una strada valida. Provo sempre un’emozione grandissima quando penso a loro. Li ho sentiti sempre molto vicini, così come io sono stato molto vicino a loro. Li ho rivisti altre volte nel corso degli anni - quando abbiamo intitolato una sala del Tribunale di Brindisi a Melissa, quando li ho invitati per il concerto di Natale - e non ci siamo mai detti molte cose, ma ho sempre percepito una grande sintonia».

Ha colpito, nell’immediatezza dei fatti e nel processo, anche la forza d’animo delle ragazze ferite, delle amiche di Melissa.

«Sì, le ragazze si sono dimostrate forti, coraggiose, tenaci. Sono state protagoniste, loro malgrado, di un evento troppo grave. So che qualcuna di loro ha chiamato Melissa la sua bambina, so che nella loro scuola c’è un murales con Melissa, e altre scuole d’Italia hanno fatto la stessa cosa, si sono tenute manifestazioni un po’ dappertutto. Insomma, una ragazza di sedici anni... morta così, senza un motivo. Melissa si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E questo ha suscitato grande emozione e grande solidarietà».

Cosa le rimane di quell’evento, dopo tutto questo tempo?

«A distanza di dieci anni io ci penso ancora e non me ne faccio una ragione. È stato un brutto sogno. Un evento terribile. Ma ricordo ancora quella sensazione incredibile di liberazione che ebbi quando vidi quel filmato e pensai: “Ecco, l’abbiamo preso”».

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