«Minori cooptati dalle cosche, serve attenzione». Intervista al procuratore De Salvatore dopo i numerosi reati commessi da giovanissimi

«Minori cooptati dalle cosche, serve attenzione». Intervista al procuratore De Salvatore dopo i numerosi reati commessi da giovanissimi
di Elga MONTANI
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Sabato 24 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 07:04

La criminalità organizzata a Bari torna a fare paura. Dopo diversi scarceramenti eccellenti e notizie di cronaca che hanno visto coinvolti anche minori, Bari sembra essere tornata indietro nel tempo, alle lotte di mafia che hanno infiammato diversi quartieri in anni che sembravano essere solo un brutto ricordo. Il procuratore capo del Tribunale per i minorenni di Bari, Ferruccio De Salvatore, analizza quanto sta accadendo in città e il “fascino” che le organizzazioni mafiose continuano ad esercitare soprattutto sui ragazzi giovani.


Procuratore, le organizzazioni mafiose continuano ad attirare i giovani, c’è una “cultura” mafiosa strisciante che oggi passa anche attraverso i social, soprattutto da canali come Tik Tok che proprio ai più giovani sono destinati. In che modo i minori finiscono per entrare in tali organizzazioni mafiose?
«Personalmente credo che il fascino di queste organizzazioni mafiose venga esercitato, essenzialmente, attraverso una conoscenza diretta, che può essere familiare o di soggetti che sono vicini alle famiglie. Questo vale sia in riferimento alla mafia cosiddetta del Gargano, che fa anch’essa parte del nostro territorio di competenza, sia in riferimento ai nuclei familiari che operano praticamente più vicino a noi, nella città di Bari. Quindi, diciamo che c’è questo fascino che inevitabilmente attrae i giovani grazie a quelle che possono essere definite “imprese” realizzate da parenti, amici o conoscenti con i quali iniziano delle frequentazioni precoci, se non addirittura dalla nascita, qualora siano già inseriti da sempre all’interno della famiglia mafiosa. Probabilmente, certi mezzi di informazione, tipo Tik Tok o altro, possono avere una loro influenza, anche se io la riterrei, almeno dal mio punto di vista, estremamente modesta sotto questo profilo. Anche perché è un po’ difficile che, a parte le bravate, che possono essere esposte, si comunichi altro con questi mezzi». 


In che modo le istituzioni, le forze dell’ordine, le realtà educative possono intervenire ed evitare che un giovane venga “fagocitato” all’interno di questa realtà mafiosa, soprattutto nel caso in cui ci si trovi a nascere all’interno di essa? C’è la possibilità di evitare che accada?
«Quello che è importante, per il quale esiste anche un protocollo sottoscritto tra procura per i minorenni e direzione distrettuale antimafia, è vedere non soltanto come cresce un bambino all’interno di una famiglia notoriamente mafiosa, ma anche la quantità di frequentazioni che ci possono essere tra adolescenti e persone che gravitano nelle famiglie mafiose o sono contigue alle stesse. Il primo aspetto permette di, eventualmente, intervenire precocemente con possibili provvedimenti restrittivi della responsabilità genitoriale. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, quello delle frequentazioni, c’è uno scambio costante di informazioni tra di noi, anche con riferimento alle frequentazioni e ai controlli di polizia che vengono effettuati, proprio per riscontrare ad esempio che Tizio si accompagni a Caio, che è notoriamente un appartenente a una determinata associazione».


Dal quadro da lei delineato sembra emergere che i giovani che finiscono per essere parte attiva di queste organizzazioni ne sono parte da sempre, o per nascita, o per cultura familiare. È così? O esiste comunque la possibilità che giovani “esterni” finiscano per subire il fascino di queste organizzazioni?
«Ci sono soggetti che, naturalmente, crescono già all’interno di famiglie mafiose, ma ci sono anche quelli che si avvicinano alla famiglia mafiosa, perché crescono o hanno rapporti fin da ragazzini con questi soggetti. Questi ragazzi vivono, comunque, in un ambiente in cui è largamente già di per sé diffusa la subcultura mafiosa. Questi giovani sono agevolmente cooptabili, nella fase adolescenziale, dalle associazioni criminali. Dobbiamo incominciare a fare veramente molta attenzione, perché sebbene negli ultimi anni non avevamo avuto iscrizioni di procedimenti penali a carico di minorenni per il reato previsto dall’articolo 416 bis, cioè associazione di stampo mafioso, nell’ultimo anno giudiziario ne abbiamo avute ben tre. Da sottolineare che quando parlo di procedimenti intendo che ogni procedimento riguarda più minori. Questo ci dà la misura di una presenza che può diventare sempre più massiva di giovani, prevalentemente 16-17enni, ormai alle soglie della maggiore età, ma comunque diciamo ancora allo stato minorenni. Questa presenza, sempre più massiva di giovani che si avvicinano alle organizzazioni mafiose deve essere tenuta sotto controllo. Dobbiamo prestare massima attenzione».


Può in qualche modo incidere, sul fascino che emanano certe organizzazioni criminali, il particolare periodo storico che stiamo vivendo, fatto di famiglie in grossa difficoltà? Possono le organizzazioni mafiose essere viste come soluzione ai problemi?
«La storia dimostra che nelle aree in cui lo Stato è, per una qualsiasi ragione, meno presente, l’antistato cioè la criminalità organizzata tende ad espandersi. Ma non credo sia questo il caso, in quanto sul territorio abbiamo delle forze di polizia che sono molto attente a seguire il fenomeno, almeno nel nostro distretto. Ritengo che, invece, possa giocare un ruolo sempre molto importante la scuola, in quanto come diceva qualcuno: «La scuola è l’antidoto alla criminalità mafiosa». Attraverso la scuola si insegna la cultura della legalità, che si contrappone proprio a quella che è la subcultura mafiosa».
Nella città di Bari esistono zone in cui è più difficile intervenire in tale senso? Quartieri in cui anche le scuole si trovano in grossa difficoltà?
«Ci sono alcune aree a Bari indubbiamente più difficili. Zone in cui si trova una maggiore concentrazione di famiglie che presentano problematiche legate a quella famosa cultura della legalità di cui parlavo. Non sempre tali situazioni, comunque, sono legate a problemi di stress economico, prescindono spesso da questo. È un sentire mafioso che va contrastato fin da bambini».
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