Mecocci, Accademia di Geriatria: «Quanta retorica sugli anziani, ma manca cultura geriatrica e rete sociale»

Venerdì 17 Aprile 2020 di Patrizia Mecocci *

«Ho appena finito il giro visita nel reparto di Geriatria da dove stiamo dimettendo un paziente anziano, allegro e brillante che ci racconta delle sue imprese di pescatore. Era arrivato imbottito di psicofarmaci, perché considerato ingestibile. Ora è felice pensando che sta per tornare a casa.

Sto lì che lo guardo e mi chiedo che cosa significa “ingestibile”.

Non riesco a non pensare -in questi giorni di paura per il Covid, di indignazioni sulla modalità di assistenza agli anziani nelle case di riposo, di dibattiti più o meno sommessi sull’età in cui si deve smettere di fare terapie invasive- di come ancora il rispetto per gli anziani, soprattutto se malati, non permei fin dalle fondamenta la nostra società.

I titoli dei giornali grondano lacrime per i nonni di Bergamo, per la generazione perduta delle donne e degli uomini che hanno visto la guerra e costruito l’Italia, per la Storia e le storie che svaniscono con la scomparsa dei più anziani.

Ma non posso fare a meno di sentirmi infastidita da una stucchevole retorica.

Che cosa abbiamo fatto in questi anni per migliorare la salute delle persone che stanno invecchiando, che sono già vecchie? Ci riempiamo la bocca dicendo che siamo fra i Paesi più longevi del mondo ma non ci diciamo con altrettanta forza che siamo anche uno degli stati in cui la speranza di anni di vita in buona salute dopo i sessantacinque anni è fra i più bassi in Europa. Perché?

Perché non c’è, convincente e pervasiva, una vera cultura geriatrica fra gli operatori sanitari, gli operatori sociali, la classe politica che deve indirizzare le scelte, affinché si crei una vera rete di assistenza intorno all’anziano fragile, una rete che lo curi e se ne prenda cura in tutti quegli aspetti che chiamiamo salute, autosufficienza, rispetto di sé e che non possono limitarsi ad un ricovero in ospedale o alla prescrizione di una lista di farmaci.

Sono anni che vengono fatte proposte di assistenza socio-sanitaria per gli anziani -alcune efficaci, altre meno, altre completamente inutili- ma sempre in modo disomogeneo non solo fra le varie regioni ma anche fra le varie province. In quante parti del nostro Paese l’assistenza territoriale non è attiva nel fine settimana, la riabilitazione assente nei periodi festivi e durante le ferie, le strutture residenziali carenti in personale?

Quanti medici, infermieri, operatori socio-sanitari si formano senza aver mai aver studiato in maniera sistematica i problemi e le malattie dell’anziano? Pochi, troppo pochi se la risposta che oggi ho visto evidente è stato l’uso (abuso) di psicofarmaci.

Si potrebbe andare avanti per ore, a spiegare e a raccontare. Ma forse è arrivato il momento di riprendere il bandolo della matassa e cominciare a ragionare su come ripartire, su come rifondare il sistema socio-sanitario partendo dalle conoscenze che abbiamo e che avremo dei nostri anziani, su come offrire risposte che non siano solo dettate da logiche di contenimento dei costi, che quando fatte male portano a spese ancora più elevate.

Ora si dice che Covid sta riportando alla ribalta la competenza e la cultura.

Dobbiamo sperarci, dobbiamo crederci.

Oggi, quando guardavo il vecchio pescatore felice ho ripensato ad una canzone di Francesco Guccini

Shomèr, ma mi-llailah? Sentinella a che punto è la notte?

La notte sta per finire ma il giorno ancora non è arrivato.

Il giorno va costruito e lo possiamo fare».
 
*Professore ordinario di Gerontologia e Geriatria dellìUniversità di Perugia, Direttore della Struttura complessa di Geriatria dell'Azienda ospedaliera di Perugia, Presidente nazionale dell'Accademia di Geriatria, Visiting professor presso  il Karolinnska Institutet di Stoccolma, Svezia.

Ultimo aggiornamento: 13:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA