La cultura come volano di sviluppo. Ora le sinergie per fare sistema

Giovedì 19 Marzo 2020 di Anita PRETI

Tre, un numero perfetto. Ne bastano tre, il Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia, il Festival della Valle d’Itria, la Notte della Taranta, per disegnare l’immagine di un luogo. Sono, di un’unica terra, le uniche voci che hanno avuto la capacità e la forza di arrivare lontano, di farsi ascoltare dal mondo. E quando arrivano a destinazione richiamano alla mente tutto ciò che è racchiuso in ottocento chilometri di costa, la sua gente, quel che pensa, quel che ha vissuto, quel che intende fare. Domani e nel tempo che verrà.

“Quell’angolo di mondo più di ogni altro mi allieta”, per parlare di Taranto non si può non ricorrere ai versi del poeta Quinto Orazio Flocco, un lucano che nell’ultimo cinquantennio del tempo contato alla rovescia (era nato a Venosa nel 65 a.C.), dalla sua mezza collina pensava al fiume Galeso che va ad accarezzare lo Jonio. Nella competizione, poi avvenuta, per il titolo di Capitale europea della Cultura, Orazio avrebbe concesso volentieri l’onore delle armi alla città dei due mari, piuttosto che alla conterranea Matera, tanto l’amava. E tanto amava ilmiele, le olive, il vino che una terra feconda dava generosamente ai suoi amanti. “Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet”, recita il verso latino. Lo avevano capito bene quelli che, molto tempo prima, erano arrivati dal mare. Anche allora, ma con ben altri intenti. Se l’erano pappata tutta questa terra spingendosi oltre, giù giù per la Calabria, saltando a piè pari nel triangolo della Trinacria. Magna Grecia, Megale Hellas, fu detto l’esteso territorio, questo insieme di luoghi. Così Taranto (che allora sì davvero era diventata, con poche altre, una delle capitali di quel vasto fenomeno politico, sociale e culturale), pensò un giorno, a distanza di secoli e secoli, di ritornare a quel passato, di accendere nuovamente i riflettori della Storia su quel tempo che l’aveva vista grande, potente, eccelsa (la Taranto di Archita, Leonida, Andronico, Aristosseno Icco, ingegni non da poco). E nacque il Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia. Era il 4 novembre 1961. Le porte del prossimo autunno, congerie di eventi permettendo, si apriranno sulle nuove ricerche effettuate. “Molto lontano dormo…da Taranto, mia patria” si doleva il poeta, l’irregolare Leonida tradotto da Salvatore Quasimodo. Ma in sua vece, intorno alla patria, si affollarono, da quel novembre in poi, Giovanni Pugliese Carratelli (al quale, insieme a Carlo Belli e ad Angelo Raffaele Cassano, si deve la nascita dell’assise di studi) e Vera von Falkenhausen, Dino Adamestanu e Paola Zancani Montuoro e tanti tanti altri, gli archeologi più famosi e di ogni nazionalità che allevavano giovani come Elena Lattanzi, Pier Giovanni Guzzo e un napoletano di talento, con importanti studi di numismatica all’attivo: Attilio Stazio. Sarà lui ad assumere l’impegno del Convegno, aiutato nell’organizzazione prima daMario e poi da Edoardo Costa, e lo farà fino alla prematura scomparsa, avvenuta dieci anni fa. “Lo sa cosa si dice all’estero?”, domandava Stazio, ribaltando i ruoli al suo intervistatore. “Si premette sempre: facciamo un convegno come quello di Taranto. Siamo diventati un modello scientifico”. Continuano oggi lungo quella strada tracciata così bene gli eredi della grande scuola archeologica italiana alla quale appartengono decine e decine di salentini, di pugliesi che nell’amore per i passato hanno trovato l’energia del futuro. Il Convegno adesso è sostenuto anche dall’attività di studi dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia. La prossima edizione sarà la sessantesima.

E’ abbastanza più giovane il Festival della Valle d’Itria. Di anni ne ha appena quarantasei; al suo presidente, Franco Punzi piace scherzare dicendo: “Non siamo anziani, siamo adulti”. I ragazzi del 1975, l’anno in cui Martina Franca, grazie ad Alessandro Caroli, l’ideatore, sono tutti cresciuti. E hanno fatto diventare grande il Festival e, senza che sembri immodestia, la città. Tanti ragazzi, Franco Punzi, l’oculata guida di Lorenzo D’Arcangelo e un lare. Un nume tutelare, ricordato oggi dal quotidiano lavoro della Fondazione a lui intitolata e diretta da Rino Carrieri, che da lontano guardava le cose e suggeriva e quando poteva, nelle primissime ore, aiutava il Festival convogliando artisti di fama (Pavarotti, Ricciarelli, Raimondi): il suo nome era soltanto Paolo Grassi, il fondatore del Piccolo Teatro diMilano con Giorgio Strehler e Nina Vinchi di Milano, il sovrintendente della Scala, il presidente della Rai. Una potenza che tornando nella terra di suo padre, Martina Franca, si spogliava del suo potere e respirava odore di radici, parlando con i suoi amici, Lorenzo, il cavalier Dell’Erba, il bibliotecario PierinoMarinosci. In una dimensione così casalinga, senza vezzi di mondanità, con un modello forse appena riconducibile alla Spoleto degli anni d’oro, prendeva consistenza un miracolo culturale che il mondo intero oggi apprezza e forse invidia. Resistere mezzo secolo senza mai portare in scena una Mimì o un Radames e riempire lo stesso la sala ogni sera per un quasi un mese, fra luglio e agosto (quest’anno l’inaugurazione è fissata per il 14 luglio), è una prova temeraria. Che ha convinto e catturato turisti giapponesi, americani, australiani e tutti gli europei: l’ufficio prenotazioni del Festival è già sotto pressione da due mesi. Arrivano tutti. Sono arrivati nel tempo, per applaudire stelle qui nascenti come il soprano Mariella Devia o il maestro Fabio Lusi. Sono venuti onde poter ascoltare per quattro ore di seguito “Giulio Cesare” di Handel e “L’incoronazione di Poppea” di Monteverdi; per capire che “Norma” la si può mettere in scena con due soprani; per convincersi che volendo si riesce a fare una compagnia di canto per “Les Huguenots” di Meyerbeer (l’inarrivabile persino per un grande tempio della lirica); per onorare i compositori pugliesi. E, da quando è arrivato Alberto Triola alla guida del Festival (succedendo a Sergio Segalini e Rodolfo Celletti, i precedenti direttori artistici), per aprirsi, artisti e pubblico, al Novecento e alla musica contemporanea che è il ponte verso il futuro. Ma se proprio questo è il da farsi, allora c’è chi non ha rivali. Il battere di un tamburello introduce la più giovane delle esperienze di questa Puglia che sa andare oltre i confini: è il suono della Notte della Taranta. Che il ragno vada girando da secoli questo è noto, ma che una manifestazione del convincimento popolare, il morso del ragno, possa diventare arte e un fenomeno dimassa dalle inaudite proporzioni, nessuno poteva immaginarlo. Anche in questo caso, come nei precedenti, l’Europa, il mondo si sono fatti subito, consapevoli spettatori dell’incredibile. Cifre straordinarie danno ormai la misura delle presenze nella notte del Concertone finale, quando Melpignano, al termine del lungo cammino della Taranta nel Salento, diventa solo musica. Erano in duecentomila la scorsa estate; tanti o di più saranno pronti a tenere il ritmo il 22 agosto La prossima edizione, maestro concertatore Paolo Buonvino, sarà la ventiquattresima. Ma sarebbe stato difficile scommettere su questo risultato nel 1998 quando Daniele Sepe diede per primo il via alla musica e alle danze, lasciando il posto negli anni a seguire a Copeland, Bregovic, Zawinul, Einaudi, Consoli citando solo alcuni e in ordine sparso degli artisti alla guida. Intanto la Taranta, sostenuta ormai da una Fondazione, cominciava piano piano il suo tour mondiale per portare quel suono particolarissimo ovunque, oltre i monti, oltre i mari, tra le genti. La terra del rimorso aveva pagato il suo debito con il passato. E quello che disegnavano i tamburelli era solo futuro.

Ultimo aggiornamento: 14:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA