La protesta degli studenti, l'altro esame di maturità

Lunedì 17 Gennaio 2022 di Rosario TORNESELLO

Sia chiaro: la protesta degli studenti è un fattore positivo. Almeno in astratto, lo è. Contestazioni e recriminazioni indicano problemi che la vista sclerotizzata degli adulti non percepisce più o percepisce solo in parte o finge di non percepire; testimonia voglia di esserci e di partecipare; di aspirare a un mondo diverso e se possibile migliore; traccia nuove strade; prepara alle battaglie della vita; apre al confronto – anche aspro, a volte brusco – con istituzioni, governatori e rappresentanti di varia caratura. Si alza la voce quando nessuno ti ascolta o non ti capisce. Poi c’è solo silenzio, o violenza. E chissà cosa è peggio. 

La scuola – non docenti e dirigenti, e perciò fatti salvi i tanti buoni esempi, le eccellenze, le assolute dedizioni e bla bla bla - è vecchia come sistema, non ha potuto (e talvolta saputo) darsi una visione, annaspa nella burocrazia, sconta esiguità di risorse ed eccessi di disattenzione ai livelli superiori, vive di pause lunghe, ha ritmi ancorati al passato e programmi in ritardo sul futuro. E non esalta i talenti. L’unica cosa che di certo si rinnova (e qualcosa vorrà pur dire) sono i libri di testo. Della pandemia vissuta in classe passeranno alla storia due cose: i banchi a rotelle (che Dio ci perdoni come genere umano, la dabbenaggine risalta dal non averli inceneriti al primo sussulto di resipiscenza) e la rapidità con cui è stata avviata la traballante macchina multimediale della didattica a distanza (che testimonia un paio di cose: le potenzialità fin lì inespresse e, quindi, le distrazioni e i ritardi accumulati sul fronte delle competenze e delle infrastrutture digitali). 

Ma, ecco, c’è anche questo: la “pantera” studentesca non è più quella di una volta. Due anni di pandemia – gravati in modo evidente e deleterio proprio sui percorsi di maturazione e formazione dei ragazzi – devono aver prosciugato le idee. E livellato al ribasso le recriminazioni, com’è evidente da due fattori concomitanti: il tempo storico della manifestazione e l’oggetto della contestazione. E così si è partiti con un’enunciazione quanto meno opinabile: a muovere gli studenti, “la mancanza di mascherine Ffp2, l’inadeguatezza dei trasporti e - più in generale - il peggioramento della vita all’interno delle quattro mura a causa delle restrizioni che rendono la scuola un ambiente opprimente”. Come se gli altri – i luoghi dello svago e dello sport, battuti in lungo e in largo nei giorni allegri delle vacanze, e a maggior ragione quelli della produzione, della ricerca e della cultura – non soffrissero di identiche, se non peggiori, limitazioni e conseguenze. “Vogliamo una scuola in sicurezza”. E chi dice no? Ma il punto è esattamente questo.

La scuola in sicurezza è affermazione sacrosanta (così come il mancato screening preventivo prima della ripartenza resta una pecca difficilmente emendabile). Ma prima di decidere se farne un urlo di battaglia occorrerebbe ricordare almeno questo: la sicurezza la fanno i vaccini, l’uso delle mascherine, i comportamenti corretti, il distanziamento fisico, l’igiene accurata delle mani. E, su tutto, il senso di responsabilità, dentro e fuori dalla scuola. Poi, certo, c’è anche altro: le mascherine e i tamponi gratuiti, i trasporti adeguati, le condizioni idonee di vita all’interno degli edifici. Motivi più che validi per una protesta forte e decisa, tuttavia variamente declinabile ben prima della misura drastica di uno sciopero a oltranza. Dopo due anni di stop forzato, con le conseguenze che tutti sanno – dai ritardi accumulati alle tappe saltate, dai disagi psichici ai disturbi comportamentali riscontrati – anche solo tre giorni di assenza dalle lezioni sono un lusso difficilmente comprensibile e un danno chissà quanto recuperabile. A maggior ragione tenuto conto dell’obbligo di vaccinazione imposto al personale scolastico, delle dosi somministrate a milioni di ragazzi e dei protocolli di sicurezza di un governo che, giusto o sbagliato che sia, finalmente ha messo la scuola al centro della propria azione. Quanto agli appelli usa e getta per una didattica a distanza “on demand” su richiesta delle famiglie (strategia che appartiene al capitolo nefasto dell’armiamoci e partite), quasi inutile soffermarsi oltre: non lasciano neppure il tempo che trovano. Semplicemente lo peggiorano. 
 

Ultimo aggiornamento: 14:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA