Senato, primo round a Marti: no all'uso delle intercettazioni con i politici nell'inchiesta

Giovedì 15 Aprile 2021

Solo i sette messaggi inviati dal senatore Roberto Marti (Lega) al collettore di voti Rosario Greco. Che altro non sono che rimproveri per non avere ricevuto risposte a messaggi precedenti. Respinta invece la richiesta di utilizzare messaggi e telefonate scambiati dal parlamentare nel 2014 e nel 2015 con gli allora assessori comunali Attilio Monosi e Luca Pasqualini.

La decisione della giunta

La Giunta delle immunità parlamentari del Senato ha votato a favore della proposta del relatore Meinhard Durnwalder (45 anni, di Bolzano, tesoriere del gruppo per le Autonomie Supp, Patt ed Uv) di autorizzare la Procura di Lecce ad impiegare solo i messaggi inviati da Marti a Rosario Greco nello stralcio dell'inchiesta giunta a processo per verificare se è vero che le case popolari vennero assegnate in quegli anni in cambio di voti alle elezioni regionali ed europee.

 

Le motivazioni 


La Giunta presieduta da Maurizio Gasparri ha in pratica respinto la richiesta del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo, e ha detto che quelle intercettazioni dovevano essere autorizzate preventivamente. Approvando la prospettazione dei fatti rappresentata dal senatore Durnwalder, la Giunta sostiene con questo atto che l'ascolto delle conversazioni tra Monosi e Pasqualini con il parlamentare fossero prevedibili e non casuali o fortuite. Si sono astenuti i senatori Pietro Grasso (Misto-Leu, ex magistrato ed ex presidente del Senato) e Mario Giarrusso (M5S) poiché avevano vincolato il parere favorevole all'inclusione dei messaggi del 15 maggio e dell'1 luglio 2014 in cui Marti dialogava con Monosi: perché «fortuite in quanto iniziali». Il parere passa ora all'esame dell'assemblea del Senato per il voto finale, che generalmente approva la relazione votata in Giunta.
Da quel momento in poi i pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci, titolari dello stralcio dell'inchiesta e rappresentanti dell'accusa nel processo in corso nell'aula bunker (lunedì la prossima udienza), stabiliranno se potranno o meno ancora sostenere a carico di Marti (difeso dagli avvocati Giuseppe e Pasquale Corleto) le imputazioni di tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato per l'assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Immobile confiscato alla mafia ed assegnato ad Antonio Briganti (imputato per questo nel processo in corso insieme alla moglie Luisa Martina, Rosario Greco, il funzionario comunale Pasquale Gorgoni, l'assessore Attilio Monosi ed il consigliere comunale Damiano D'Autilia), fratello di Maurizio boss del clan Briganti e costituente bacino elettorale di Luca Pasqualini, delfino del senatore Marti, recita il capo di imputazione richiamato nella relazione discussa nella Giunta del Senato.
La ricostruzione di questa vicenda fatta dall'accusa con le intercettazioni telefoniche e dei messaggi sostiene che Rosario Greco ed il boss Maurizio Briganti avrebbero chiesto all'assessore Monosi di assegnare un alloggio ad Antonio Briganti poiché un incendio aveva distrutto la sua abitazione il 30 giugno del 2014. Da una conversazione intercettata nei primi di luglio si sostiene che Marti e D'Autilia avessero chiesto a Monosi di incontrare Greco. L'assessore si sarebbe attivato convocando tutti i 13 richiedenti alloggio che precedevano in graduatoria la moglie di Antonio Briganti, per chiedere loro di darle la priorità, ma non trovò tutti d'accordo. Antonio Briganti minacciò di andare a parlare in carcere con il fratello, Grecò ricordò per chi si sarebbe speso nelle campagne elettorali. Il progetto saltò infine con le perquisizioni in Comune del giugno 2015 della Guardia di finanza. Se ne sta discutendo nel processo, grazie alle centinaia di intercettazioni. Una parte sono quelle su cui la Giunta delle autorizzazioni ha messo il veto per il senatore Marti.
E.M.
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Ultimo aggiornamento: 12:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA