Andrea Delogu: «Avanti tutta, ne usciremo. Il futuro? Alle nostre spalle»

Giovedì 7 Maggio 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Chiamo io o chiama lei? Chiamo io, ci mancherebbe. Una donna non si fa attendere, e sin qui ci siamo. Momento, però: e se fosse opportuno lasciar fare proprio a lei? La galanteria a volte ha regole difficili. Chiamo? Chiamo. Niente, tocca aspettare. Fa lei. Il dilemma aveva una sua ragione: se vi ricorda uno dei tormentoni di “Indietro tutta!”, una di quelle gag che fanno storia, in qualche modo ci siete. Renzo Arbore, Nino Frassica, volante 1 e volante 2, il misterioso professor Pisapia, Riccardino e il bravo presentatore, personaggi veri, verosimili o semplicemente improbabili di quell’incredibile trasmissione, strampalata e mattacchiona: ecco, tutto torna. Avete presente? Lei con quel programma c’entra eccome, non per i fasti televisivi di allora - era appena una bimba - ma per quanto celebrato ora, nel trentennale della trasmissione. È toccato a lei salire sul ponte di comando, proprio accanto ad Arbore e Frassica, per presentare su Rai 1 “Indietro tutta! 30 e l’ode”. Tappa, quella come altre, di una carriera più larga che lunga, detto in omaggio alla sua giovane età. Alla fine - chiamo io o chiama lei - riusciamo a sentirci.
Andrea Delogu, che frastuono. Quanti siamo?
«No, tranquillo. Tutto bene. C’è mio marito qui accanto».
Pausa. Il marito è Francesco Montanari, il Libanese di Romanzo Criminale, il Cacciatore di mafiosi nella fiction tv, Girolamo Savonarola nella serie sui Medici. Personaggi multiformi, comunque tosti: se l’indicazione tridimensionale dello spazio è avvertenza a non fare il farfallone, messaggio recepito. «Metto gli auricolari». Decisamente meglio. Chiusa parentesi.
Come va?
«Non ho mai smesso di andare in radio per l’appuntamento quotidiano con “La versione delle due”, accanto a Silvia Boschero. Siamo fisicamente negli studi di Radio Rai. Ambienti disinfettati, mascherine, guanti e distanza di sicurezza».
Molti preferiscono andare in onda restando a casa.
«Il servizio pubblico deve farsi sentire. Con la presenza fisica, cerchiamo di far percepire ancor di più la nostra vicinanza».
La gente vi segue e vi scrive. Qual è il rapporto col pubblico?
«Le notizie, le nostre chiacchierate, la musica: tutto serve per tenere compagnia alle persone, soprattutto nel lungo periodo del lockdown. Credo sia il momento di restituire per intero la fiducia che ci è stata concessa. Le emozioni sono importanti».
Il vostro è un osservatorio privilegiato: come sono cambiati gli stati d’animo in questi due mesi?
«All’inizio era la paura il sentimento prevalente. Ora con la fase 2 sopraggiunge una certa amarezza: ci si aspettava qualcosa di più dopo sforzi e sacrifici. Ma non siamo ancora al “liberi tutti”. Il coronavirus non è sconfitto. Bisogna tener duro. “Stringere i denti” è il nostro motto».
Siete ricettori di umori e malumori. Anche di molti sfoghi?
«Noi arriviamo nel pomeriggio, subito dopo pranzo. Gli ascoltatori si saranno già lamentati con altri, nella mattinata. Con Silvia cerchiamo sempre di trovare il modo di avere una speranza, trasmettendola al pubblico. Il messaggio è questo: ok, siamo in una fase difficile, cerchiamo di capire cosa fare».
Lei non ha mai nascosto le fragilità. A cominciare dalle sue.
«Per me sono un punto di forza. Sull’errore ho costruito una carriera».
In che senso?
«Anche in tv, a meno che non siano trasmissioni registrate, se sbaglio o incespico non tendo a nasconderlo. Dimostrarsi fino in fondo umani accorcia le distanze. Nessuno è perfetto: farlo vedere è il primo passo verso l’empatia».
Lei ha scritto due libri. Nell’ultimo, “Dove finiscono le parole”, parla della sua dislessia.
«La prima volta è stato in pubblico. Era il 2016, al TEDx di Caserta: quel giorno ero davvero molto emozionata. Ero sul palco senza essere un luminare. Dopo tre anni il libro ha chiuso il cerchio. Spero sia un piccolo aiuto per chi ne ha bisogno».
Riscontri?
«Immediati, già dal TEDx. Centinaia di messaggi da genitori, ragazzi, professori, medici, analisti. Da ciascuno la propria esperienza con la dislessia, vissuta, affrontata, curata. Le mie difficoltà risalgono agli anni della scuola».
Come l’ha affrontata?
«Ci ho faticato molto. Non era un disturbo particolarmente conosciuto. Ora i problemi sono gli stessi, ma l’approccio è diverso: non pochi insegnanti vanno a fondo. Una volta, al contrario, si tendeva a pensare che il bimbo fosse solo svogliato. Atteggiamento deleterio».
Come ne è uscita?
«Mi sono salvata per la mia gran faccia da culo. Ho giocato molto sull’ironia, mi sono aggrappata alle sicurezze che avevo in me stessa e nelle mie qualità».
Chi l’ha aiutata?
«I miei genitori. Sono stati loro a tirarmi su; loro a insegnarmi che non bisogna essere per forza una mosca bianca. Hanno cambiato la mia percezione della scuola, infondendomi fiducia. Non ero solo un voto in pagella, e me lo hanno fatto capire».
Come?
«Rassicurandomi. Sono sempre stata molto sveglia, attenta, capace. Non immaginavano fossi dislessica, ma sapevano che mi impegnavo a fondo, questo sì, anche se la maestra diceva di no. Ho scoperto tardi la dislessia. All’università ho frequentato Cinematografia e comunicazione. Non ho concluso gli studi per motivi di lavoro, ma li riprenderò. Non bisogna lasciare le cose in sospeso».
I suoi genitori sono una figura costante; un riferimento. Si sono conosciuti a San Patrignano, dove lei è nata e cresciuta. E di questo parla nel suo primo libro, “La collina”. Una terapia, scrivere.
«Già. Porto su carta la mia vita. È come andare in analisi. Quel testo doveva essere la sceneggiatura di un film, poi è diventato altro. È un po’ catartico: trasformo in storie i grandi dolori personali. Chissà, possono essere di aiuto. Di certo sono un ringraziamento».
Rivolto a chi?
«A chi mi ha detto di non preoccuparmi, che andava bene così. I miei genitori innanzitutto, la mia famiglia. E poi tutti coloro che mi hanno insegnato l’autoironia. Nessuno può sapere cosa si agita dentro di te, lo sai solo tu».
Ora siamo tutti sulla stessa barca. Chi non ha mai provato la sofferenza ha difficoltà a “stringere i denti”.
«È una fase. Passerà. Lo dico soprattutto ai ragazzi. E lo ripeto ogni giorno al mio fratellino. Ha tredici anni, è a Rimini con mio padre e sua madre. Vive momenti di cedimento e sconforto. A quell’età tutto è vissuto in modo esponenziale, lo capisco. Ma sono consapevole che di tutto questo resterà solo il ricordo. Loro non lo sanno, ma la vita ha una forza tutta propria. E va avanti».
Come cambieremo noi, l’Italia, il mondo intero?
«Il nostro paese si rimetterà in pari con gli altri, più avanzati, quanto a telelavoro e connessione internet. Non possiamo restare così indietro sui collegamenti informatici. Il mondo progredisce, questa crisi impone dei salti in avanti. E non finirà qui: dovremo migliorare sotto molti aspetti».
E noi come persone?
«Torneremo a essere come prima. Per intenderci: chi era stronzo continuerà a esserlo».
E la Puglia, il Salento? Sua madre è originaria di Tuglie, a pochi chilometri da Gallipoli. Lei stessa ci torna ogni estate, in agosto.
«Quei posti sono nel mio cuore. Tutta la mia famiglia si ritrova lì. Partiamo da Rimini, Milano e Roma per stare assieme, almeno venti giorni, a casa della nonna. Le mie radici sono lì e in Romagna. Le passeggiate su in collina, a Montegrappa; il gelato in piazza, giù in paese. Non vedo l’ora di tornare».
Cos’è cambiato nel tempo?
«Il caldo. Ora si fa più fatica a sopportarlo».
È cambiato anche il turismo.
«Ho visto la metamorfosi negli anni, anche solo osservando le vetture parcheggiate a Tuglie. Prima arrivavi con la tua auto stracolma di bagagli e non avevi problemi di parcheggio. Ora non trovi posto. Sulla litoranea di Gallipoli è impossibile avventurarsi. Da ragazza mi sono molto divertita. Ora, invece, cerco spazi dove rilassarmi».
Il Salento è multiforme.
«Sì, è vero. Basta cambiare zona. È una bella fortuna».
Questa pandemia mette in crisi una delle nostre poche certezze: le presenze per vacanza. Da dove ripartiremo?
«Punterei sull’entroterra. Molti vengono in Salento per il mare. Giusto: è bellissimo. Ma il paesaggio da costa a costa è pazzesco. I divi di Hollywood investono nelle nostre masserie. La campagna e i paesini dell’interno sono straordinari».
Fuori dal Salento, invece, cosa l’attrae?
«Il Giappone. Per me e Francesco, un vero colpo di fulmine. Ci torneremo. Mi affascina la cultura fondata su rispetto, educazione e disciplina».
Non proprio l’archetipo mediterraneo.
«Noi viviamo di sentimenti ed emozioni. Loro sono molto più razionali. Ma lascerei ciascuno nel proprio ambito. Gli innesti devono avvenire gradualmente».
E poi loro non hanno né rustico né pasticciotto, per dire...
«Non ne parliamo. Lecce è una tappa fissa per la festa patronale di Sant’Oronzo. E col rustico ho un problema serio, quasi una forma di dipendenza. Ora vado. Ci sentiamo quando verrò giù».
Ok. Ma chiamo io o chiama lei?

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