«Un quartiere al San Nicola? Troppo lontano, un errore»/L'intervista all'urbanista Borri

«Un quartiere al San Nicola? Troppo lontano, un errore»/L'intervista all'urbanista Borri
di Elga MONTANI
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Lunedì 30 Maggio 2022, 07:40

«Il nuovo quartiere dello stadio sarebbe troppo lontano dalla città. Per questo realizzare attorno al San Nicola case e uffici è un errore». Parola di Dino Borri, docente al Politecnico di Bari e ingegnere urbanista di primo piano. Uno che quella parte di città - progetti compresi - la conosce bene.
Ingegnere Borri, come nasce questa idea di creare un nuovo quartiere intorno allo stadio San Nicola? E come dovrebbe essere?
«La costruzione di immobili nella zona dello stadio San Nicola è prevista dal vecchio piano Quaroni. Stiamo parlando di uno strumento di oltre mezzo secolo fa, che prevede in zona un grande tondo, volgarmente chiamato tondo di Carbonara, edificabile con uffici e abitazioni. Immobili con un indice elevato, un'altezza fino a 45 metri, e cinque metri cubi per ogni metro quadro di densità in totale. Da tempo si sta preparando la strumentazione urbanistica necessaria di secondo livello, un piano particolareggiato, propedeutico alla realizzazione del progetto. Il piano particolareggiato, dapprima fatto dai privati che avevano comprato i suoli, riuniti in consorzio, fu fatto proprio dal Comune di Bari. Essendo diventato un piano del Comune, è quest'ultimo a dover pagare e trovare i fondi per realizzare le opere di urbanizzazione. I terreni in quella zona presentano difficoltà, come le grotte, il corso di una delle tante lame di Bari, problemi anche archeologici. Problemi che si trovano sempre quando si fanno progetti simili. Ora pare che si siano risolti, e che si stia per avviare questa grande costruzione».
Quali sono i principali problemi di un progetto come questo di cui stiamo parlando?
«Prima di tutto siamo in una zona lontana dalla città, e fare i servizi necessari è complesso. Non ci sono strade, non c'è l'acqua, non c'è la fogna, non c'è la luce, non c'è nulla. Il Comune, che dieci anni fa accettò questa proposta dei privati, potrebbe anche essersi pentito. Comunque non tutto passò al Comune, alcuni singoli privati non aderirono e decisero di vedersela loro. Anche in questo caso sembra che le difficoltà siano state superate, e che questi proprietari siano pronti a costruire. Cosa succederà non lo so, probabilmente lo faranno, ma non credo sarà una cosa immediata. Ho qualche dubbio, in quanto i privati devono augurarsi che qualcuno voglia comprare tali appartamenti. Il Comune credo sarà più cauto e aspetterà di capire se si riesce a realizzare, con le proprie risorse, tutto quanto sarà necessario».

Secondo lei, la costruzione di questo nuovo quartiere potrebbe essere una cosa positiva o negativa, oggi, per Bari?
«La costruzione di un grande e nuovo quartiere, in una zona così lontana dalla città, non la vedo una cosa molto positiva. Sia per le diverse problematiche già evidenziate, ma anche considerando che sarebbe un enorme complesso di cemento in un momento in cui il cemento è l'ultima cosa che si desidera per le città. Il problema è che le idee degli anni '70 sono diverse da quelle del 2022, non si aveva affatto cognizione dei problemi che ci sono oggi, come il riscaldamento globale. Qualche profeta c'era stato come Rachel Carson, che nel 1962 pubblicò Silent Spring, o il Rapporto delle Nazioni Unite coordinato dall'allora ministro dell'ambiente della Norvegia, Gro Harlem Brundtland, del 1987, primo libro in cui si parla di sviluppo sostenibile. Il piano di Quaroni fu elaborato negli anni '60 e solo con piccole modifiche arrivò all'approvazione del 1976. In quegli anni si ragionava diversamente. Non sto giustificando nessuno, ma il piano è vecchio. Da anni si parla di modificarlo, ma sono tanti i costruttori che hanno comprato terreni a caro prezzo e superare la loro contrarietà è pressoché impossibile».
C'è il rischio di trovarsi davanti ad un nuovo quartiere come Sant'Anna, con tutti i problemi che si porta dietro da anni?
«Sarà anche peggio di Sant'Anna, essendo quest'ultimo più piccolo, e comunque più legato alla città. Il tondo di Carbonara è completamente isolato. Si tratta di fare tutto da zero. È vero che c'è lo stadio, ma non ha certo bisogno di questo enorme progetto. Sono quartieri fuori dal mondo, e fuori dal loro tempo ormai. È vero per Sant'Anna, è ancora più vero per questo progetto nella zona dello stadio. Erano progetti che avevano senso un tempo».
 

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