Pensioni, ecco Opzione Uomo: l'ipotesi di Giorgia Meloni per andare via dal lavoro a 58 anni (ma con un taglio fino al 30%)

L'assegno sarebbe calcolato interamente con il metodo contributivo. Il che potrebbe portare a una perdita fino al 30%

Opzione Uomo, l'ipotesi di Giorgia Meloni per andare in pensione a 58 anni (ma con un taglio fino al 30%)
Opzione Uomo, l'ipotesi di Giorgia Meloni per andare in pensione a 58 anni (ma con un taglio fino al 30%)
di Giusy Franzese
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Venerdì 11 Novembre 2022, 13:25

Nell'ordine arriverà dopo la legge di bilancio e dopo nuove misure per contrastare il caro bollette di famiglie e imprese, considerato in questo momento la priorità delle priorità. La riforma delle pensioni non sarà quindi il primo problema da risolvere, ma non si potrà aspettare molto. Perché a fine dicembre di quest'anno scadono sia quota 102 che opzione donna. E, senza decisioni sull'argomento, dal primo gennaio 2023 si tornerebbe pari pari alla legge Fornero. Il che significa che anche per chi ha 38 anni di contributi e 64 anni di età (i requisiti richiesti per quota 102) scatterà uno scalone di tre anni per poter andare in pensione (la pensione di vecchiaia con la legge Fornero è consentita con 67 anni di età e almeno 20 di contributi). Davvero un governo che ha tra i suoi azionisti la Lega di Salvini che ha fatto della lotta alla legge Fornero uno dei suoi cavalli di battaglia, lo consentirà? Probabilmente no. E così nonostante in questi giorni la premier in pectore Giorgia Meloni ha ben altre gatte da pelare, a partire dai nomi dei suoi probabili ministri, ripartono le ipotesi di riforma. E le indiscrezioni su quali potrebbero essere le soluzioni preferite dalla Meloni stessa. L'ultima, in ordine di tempo, riguarda quella che è stata ribattezzata "opzione uomo". Vediamo di cosa si tratta.

Opzione uomo

In pratica sarebbe la copia al maschile di "opzione donna": via dal lavoro a 58-59 anni d'età (a seconda se si è lavoratori dipendenti o autonomi) con 35 anni di contributi, ma con l'assegno calcolato interamente con il metodo contributivo. Il che potrebbe portare a una perdita sull'assegno pensionistico fino al 30%, rispetto a quanto maturato con il sistema misto (retributivo-contributivo) . Decurtazioni a vita, ovvero non sarebbero più recuperate nemmeno nel momento in cui si raggiunge l'età della pensione di vecchiaia, ovvero 67 anni. È una soluzione molto penalizzante dal punto di vista economico, tant'è che l'attuale versione "donna" è poco sfruttata. E comunque alla fine diventerebbe la famosa "opzione tutti" di cui si era parlato alle poche riunioni che si sono tenute con il governo Draghi, che i sindacati hanno sdegnosamente rifiutato (in realtà l'opzione tutti fissava l'asticella anagrafica a 64 anni d'età).

Quota 41

Come è noto la Lega in campagna elettorale ha promesso "quota 41", ovvero la possibilità di andare in pensione una volta raggiunti i 41 anni di contributi indipendentemente dall'età anagrafica (con un ulteriore sconto per le madri di un anno per ogni figlio). Secondo alcuni calcoli costerebbe circa 18 miliardi di euro l’anno.  Troppo in questo momento.

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Proroghe

In attesa di vedere come navigheranno i conti pubblici nel mare tempestoso previsto per i i primi mesi del 2023, il nuovo governo potrebbe comunque anche decidere di lasciare tutto come è attualmente ancora per un po', prorogando quindi "quota 102" e la stessa opzione donna per un altro anno. E affrontare il problema di una riforma strutturale con più calma.

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