Giovannini sul Tecnopolo di Taranto: «Va data una governance prima possibile»

Una delle aree individuate per il Tecnopolo del Mediterraneo
Una delle aree individuate per il Tecnopolo del Mediterraneo
di Domenico PALMIOTTI
7 Minuti di Lettura
Venerdì 9 Dicembre 2022, 06:00

L’utilità di un Tecnopolo a Taranto non è tramontata nonostante siano passati anni dalla legge di bilancio - era il 2019 - che lo ha istituito prevedendo anche un primo stanziamento di 9 milioni. 
Parola di Enrico Giovannini, due volte ministro (al Lavoro nel Governo Letta e alle Infrastrutture e alla mobilità sostenibili in quello Draghi), già chief statistician dell’Ocse, presidente dell’Istat e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Le proposte

In un colloquio con Quotidiano, che nelle scorse settimane ha dedicato al tema Tecnopolo una serie di approfondimenti (ultimo quello con Tiziano Treu, presidente del Cnel, il 27 novembre), Giovannini suggerisce di «spingere in tutti i modi affinché il Tecnopolo possa partire. Si potrebbe creare - spiega - un consiglio informale di advisor e board e provare a costruire una mission e un piano strategico credibile per anni successivi. Si può fare un esercizio di ricognizione per vedere cosa è stato fatto altrove, quali esperienze, buone pratiche, e posizionare il Tecnopolo all’interno di un quadro che, rispetto al 2019, è sì mutato ma non ha fatto venire meno le ragioni di fondo della scelta compiuta».

L'esempio

«Di Tecnopoli ne esistono già - dichiara Giovannini a Quotidiano - e allora si vada a vedere come funzionano e a che risultati approdano. Il rapporto con le imprese? È essenziale certo. A Genova l’Istituto italiano di tecnologia è diventata un’eccellenza internazionale. È riuscito ad attrarre fondi dalle imprese. Il percorso è lungo, complesso, ma se al Tecnopolo di Taranto si dà il prima possibile una governance, questi elementi di interesse si possono attivare. Qualità e credibilità della governance sono fondamentali, fanno la differenza. Una governance che chiarisca sin dall’inizio che non sarà un «carrozzone» per riscuotere credito e attenzione nell’interlocuzione esterna». 

L'opera incompiuta


Chiediamo a Giovannini, visto che è stato ministro nel Governo Draghi, perché non si è riusciti a sbloccare il Tecnopolo di Taranto da febbraio 2021 a ottobre scorso. «Non era il mio settore di attività - risponde -. Il progetto veniva dal Governo Conte che non ha proseguito nell’investimento e nella nomina degli organi statutari. Però se mi domanda è ancora ragionevole e utile pensare ad un Tecnopolo a Taranto? La mia risposta è sì. Lo è ancor più di prima e per quattro precise ragioni».

I punti di forza

«La prima - riflette Giovannini -, e credo che lo abbiamo capito tutti, è che il Pnrr punta nella direzione dell’investimento in tecnologie innovative. Non solo quelle legate alla digitalizzazione. Questo è un fattore che fa la differenza per lo sviluppo nel medio termine. Occorre potenziare la capacità del Paese di sviluppare tecnologie avanzate integrandole tra loro. In questo contesto la funzione di un Tecnopolo è ancora più urgente. Se poi pensiamo che le Università hanno avuto finanziamenti importanti e che col Pnrr nascono in Italia poli importanti di ricerca, da Bologna a Padova, da Palermo a Milano, su aree di lavoro molto avanzate come i supercomputer, le tecnologie per la biodiversità, la mobilità sostenibile, capiamo che i Tecnopoli sono i luoghi dove queste discipline possono essere integrate in un’ottica multidisciplinare e transdisciplinare». «La seconda ragione - commenta Giovannini - è che Taranto è un territorio così penalizzato da scelte del passato che non può non avere una prospettiva di sviluppo proprio centrata sull’innovazione tecnologica. Il Tecnopolo è quindi un modo per dare prospettiva ad un territorio molto importante per la Puglia, regione in cui vi sono stati importanti sviluppi grazie anche alle Università, e all’intero Mezzogiorno». La terza ragione richiamata da Giovannini riguarda i fondi europei ordinari 2021-2027. «Si tratta di 80 miliardi - spiega - che si aggiungono al Pnrr e proprio ora le Regioni, e anche la Puglia, hanno la possibilità di usarli in modo innovativo. La mancanza di un contenitore come il Tecnopolo potrebbe spingere la Regione a non investire su Taranto nella direzione dell’innovazione». 

Quarto motivo richiamato da Giovannini è la presenza del porto di Taranto. «I porti - ragiona l’ex ministro alle Infrastrutture -, su cui ho lavorato molto in questa mia ultima esperienza al Governo, non sono solo un luogo di attrazione di merci o di passeggeri ma sempre di più un luogo di innovazione. Rotterdam, per esempio, ha un retroporto dove sono arrivate imprese innovative, start-up, centri di ricerca. In Italia, grazie al Pnrr e agli altri fondi stanziati, stiamo investendo molto per avere retroporti connessi alle reti di trasporto e attirare attività industriali e terziarie avanzate. Un’opportunità da non perdere, tanto più per un porto e un luogo come Taranto molto più inserito nel Mediterraneo rispetto ad altri. Un Tecnopolo in un luogo così centrale del Mediterraneo può diventare un luogo di attrazione e un riferimento anche per i Paesi del Nord Africa». «Ma se si vuole essere ponte verso il Mediterraneo - riflette Giovannini -, la specializzazione del Tecnopolo deve essere definita nell’ambito di una strategia del Paese verso il Mediterraneo. Abbiamo a Palermo un centro di ricerca sulla biodiversità e Napoli sulle tecnologie per l’agricoltura. Sono due città del Sud orientate al Mediterraneo. Ed è evidente che nello scegliere le specializzazioni del Tecnopolo di Taranto, bisogna essere complementari».

I tempi

Il miglior uso della risorsa acqua può essere, professor Giovannini, un campo di attività del Tecnopolo di Taranto? «Assolutamente sì - risponde -. Non a caso con l’ex ministro Lorenzo Fioramonti avevamo immaginato il Tecnopolo come un luogo di ricerca per la sostenibilità. Ma ci sono anche altre versanti delle politiche, non solo industriali, su cui costruire un interesse dell’area mediterranea. La crisi climatica sta determinando enormi problemi al Nord Africa oltre che all’Italia. Perché, allora, non concentrare nel Tecnopolo di Taranto le attività e la ricerca di tecnologie per aumentare sostenibilità e resilienza alla crisi climatica dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo? Sarebbe un modo per incrociare l’interesse e l’attenzione dei Paesi europei al tema e di quelli del Nord Africa». 
Ci vorrà tempo e impegno per vedere il Tecnopolo realizzato a Taranto. Non basta una legge o un finanziamento. E non è detto che la mission riesca anche dopo la ripresa del dibattito in queste ultime settimane. 
Specie in una città segnata da crisi ed emergenze d’ogni tipo. «La politica alta è quella di riuscire a fare simultaneamente più cose» dice Giovannini, che in conclusione cita un’intervista a Tony Blair, il quale raccontò che, quando non era ancora primo ministro inglese, incontrò Bill Clinton che era già presidente americano. «Clinton - racconta Giovannini - disse a Blair che una volta entrato nella «stanza dei bottoni», avrebbe trovato la scrivania ingombra di emergenze. E anche se le risolverai tutte, gli disse, il giorno dopo ne troverai di nuove e così ogni giorno». «Il grande segreto che Clinton disse di aver scoperto - rievoca Giovannini -, è che per fare le cose importanti bisogna dedicargli tempo, altrimenti le emergenze ti succhiano tutte le energie». Traslato nella realtà d’oggi e nello specifico del Tecnopolo da istituire, conclude Giovannini, è che «forse bisogna costituire un gruppo di esperti che pensi a fare questo, che aiuti la politica ad occuparsene seriamente». 

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