Negramaro show:
il duetto con Baglioni incanta l’Ariston

Negramaro show:
il duetto con Baglioni incanta l’Ariston
A 13 anni dell’eliminazione, i Negramaro si riprendono il Teatro Ariston. Per la prima volta dopo il 2005 quando, portati dalla Sugar di Caterina Caselli, il loro brano “Mentre tutto scorre” fu eliminato dalla giuria delle Nuove Proposte tra le proteste del pubblico e della stampa, i Negramaro sono tornati al Festival di Sanremo. Stavolta da superospiti dopo aver conquistato trofei, successi e soldi out negli stadi, la band è ripartita proprio da quel brano “Mentre tutto scorre”, riproposta in una versione sognante, per poi partire con l’intenso “La prima volta”, il nuovo singolo tratto dall’album “Amore che torni”. Poi il brano con Claudio Baglioni, “Poster”, canzone per chi sogna di fuggire via, proposta in una straordinaria e rivoluzionaria versione rock.
«Mio padre non c’è più - ha raccontato Giuliano Sangiorgi - ma quando ero ragazzo qualche volta, poche volte, a casa suonava il piano e cantava. E quando lo faceva, suonava una sola canzone: Poster».
La standing ovation della platea di Sanremo, con un Giuliano Sangiorgi visibilmente commosso, ha rimesso le cose a posto dopo 13 anni.
La terza serata del Festival Baglioni l’aveva aperta come più preferisce, cantando. Ha scelto “Via”, ma non è un messaggio di pentimento, anzi. Ormai al Festival si trova bene e si vede, è sempre più disteso, anche gli ascolti della seconda serata, nonostante il calo fisiologico sulla prima, giocano dalla sua parte dopo il boom del debutto. Una media di 9.687.000 telespettatori pari al 47,7% di share, un punto di percentuale in più (ma la platea è più ristretta) rispetto al Conti dell’anno scorso, due in meno rispetto a quello del 2016, sei in più nel confronto con il 2015.
La Rai gongola, mentre all’Ariston cerca di dipanare l’intrigo che è diventato il caso “Non ci avete fatto niente”, il pezzo scritto da Ermal Meta e Fabrizio Moro con Andrea Febo. Dopo un expertise che sembrava però deciso fin dall’inizio, a Viale Mazzini hanno stabilito che la canzone resta in gara perché è lecito autocitarsi per un terzo, non esistono i presupposti per parlare di canzone non inedita e il brano è “conforme al requisito di novità previsto dal regolamento” perché “contiene stralci del brano Silenzio (presentato a Sanremo Giovani nel 2016) in misura inferiore a un terzo della durata, quindi la circostanza che il brano sia stato già fruito non inficia la novità della canzone in gara”.
E così Ermal e Fabrizio, dopo una giornata di tensione e qualche silenzio, sono tornati a sorridere. «Facciamo questo lavoro da molto tempo e sappiamo cosa significa scrivere canzoni. Non siamo dei furbacchioni, abbiamo rispettato le regole. Sia io che Fabrizio abbiamo pezzi pronti per altri tre dischi. Abbiamo contribuito alle carriere di altri nostri colleghi che hanno cantato brani scritti da entrambi», spiega Meta. «Quello che mi ha fatto più male è stata la parola plagio - aggiunge Moro - Silenzio è una canzone che ho scritto io con Febo, ci ho lavorato per un anno. E’ tutta farina del mio sacco».
Per non fare acqua e portare a casa anche la terza serata, oltre ai duetti baglioniani con Negramaro e Gino Paoli (“Il nostro concerto” di Bindi e “La canzone dell’amore perduto” di De Andrè con Danilo Rea al piano), ecco allora arrivare a sorpresa Virginia Raffaele, copresentatrice due anni fa, ospite della serata finale nel 2017, stavolta nei panni sensualissimi di se stessa per giocare con il sex symbol Baglioni («ci sono più milf qui che alle terme di Saturnia»), la sua età («sei come il vino che ogni anno invecchia»), il suo stile («sembri lo zio di Gianluca Vacchi»), la sua prima fidanzatina (la “vecchia che balla” dello Stato Sociale), Conti («dopo tre anni che conduceva uno di colore ci voleva un bianco»), gli omaggi («Bacalov, Battisti, Tenco, Baglioni, è bello ricordarli»). Baglioni imita sculettando la Belen di Virginia, lei ricambia duettando con lui “Canto anche se sono stonata”, classico luttazziano già cavallo di battaglia di Mina, roba da “Studio uno”, e non è certo un’offesa.
Il resto è musica. Con l’amarcord di James Taylor (“Fire and rain”, “You’ve got a friend” con Giorgia e una versione folk di “La donna è mobile”), i quattro Giovani in gara (la proposta migliore, e per una volta anche in testa della classifica parziale demoscopica, è la rapfilastrocca dell’italo-congolese Mudimbi), dieci Campioni: Caccamo prova a credere nella sua canzone, Lo Stato Sociale gioca di nuovo con Paddy Jones, Enzo Avitabile e Peppe Servillo recuperano posizioni in classifica grazie ai voti della sala stampa stregata dalla classe di “Il coraggio di ogni giorno” come dal pop neosinfonico di Max Gazzè. Poi Barbarossa, Facchinetti-Fogli, gli applauditissimi Meta-Moro, Noemi, l’eleganza di Biondi, l’energia percussiva dei Kolors.
Il resto del resto è ordinaria amministrazione, come Favino che chiama in causa Steve Jobs e la Hunziker paladina dei diritti delle donne. La formula è ormai rodata, Baglioni tira su lo show con le sue canzoni (Emma D’Aquino gli permette di giocare con “Sabato pomeriggio”) e quelle dei grandi cantautori (c’è anche un accenno al Rino Gaetano di “Gianna”), il concorso viene “sopportato” tra un picco d’audience e un altro, il tormentone sul celebre fondoschiena di Michelle/Roberta, una gag di Nino Frassica.
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Venerdì 9 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:59