Amministrative, l'analisi di Perrone: «Il centrodestra paga pegno a divisioni e trasversalismo»

Amministrative, l'analisi di Perrone: «Il centrodestra paga pegno a divisioni e trasversalismo»
di Paola ANCORA
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Mercoledì 29 Giugno 2022, 10:34 - Ultimo aggiornamento: 10:49

Defilato per scelta, dopo la sconfitta a Lecce del 2019. Paolo Perrone è tornato a vestire i panni dell'imprenditore, «con soddisfazione», ma con un occhio e il cuore sempre alla politica, che lo ha visto protagonista nel centrodestra per oltre vent'anni. Le Amministrative, che si sono concluse domenica scorsa con i ballottaggi in alcuni importanti comuni della Puglia, sono la lente attraverso la quale guarda oggi dentro la coalizione nella quale ha militato, ai suoi leader, ai vuoti da riempire, agli sbagli commessi.


Perrone, i risultati delle Comunali sono terreno del duello fra le due parti: nessuno si dice sconfitto eppure il centrosinistra ha perso alcune battaglie che riteneva decisive e il centrodestra non sembra aver scalfito il fronte di Michele Emiliano, ancora vittorioso. Cosa ne pensa?
«Sconfitta sì, no, tutto dipende da come si sceglie di misurare determinati risultati elettorali. A Palermo il centrodestra ha conquistato una grande vittoria ed è tre volte più grande di Verona, città sulla quale si è concentrata l'attenzione e dove, divisi, abbiamo perso. Certamente il centrodestra nelle periferie ha risentito del quadro nazionale: quando fra i vertici dei partiti c'è una forte e consolidata sintonia, questa prevale e smussa le comuni e diffuse divergenze locali, riuscendo a imporre la linea. Quando invece anche i vertici nazionali sono disallineati e anzi si misurano in vista di posizionamenti funzionali alle Politiche del 2023, gli effetti si fanno sentire anche in periferia. Chi ha vinto in Puglia? Difficile dirlo, tanto più che nel raggruppamento di Emiliano ci sono numerosi esponenti del centrodestra: si pensi a Galatina, dove il sindaco vincitore era sostenuto da pezzi del centrosinistra e del centrodestra».


La coalizione di centrodestra, insomma, esiste soltanto sulla carta?
«La premessa è che a livello locale è quasi scontato che ci siano dei personalismi. Ma il tema vero è che oggi il radicamento ai valori di un determinato schieramento e ai partiti vanno sbiadendo via via. Con gli anni Novanta, nell'epoca che ha aperto al bipolarismo, esisteva un ancoraggio allo schieramento. Oggi si può passare da una parte all'altra senza pagare pegno, anzi a coloro che lo fanno viene persino riconosciuta una certa capacità politica nel cavalcare l'onda. E non sono andate perdute solo le àncore valoriali o ideali, ma anche il senso del pudore. Basti guardare alle foto di cui avete scritto, tanti leader di partiti diversi attorno a un sindaco eletto: la politica di oggi questo è. In più, in Puglia, abbiamo il modello Emiliano, un caravanserraglio di personalità delle più diverse estrazioni e storie che si ritrovano attorno a un progetto che solo eufimisticamente possiamo definire politico».


E tuttavia, se non ci fosse un profondo vuoto di idee nella politica, non ci sarebbe spazio per questo genere di trasversalismi e di civismo. Un vuoto di idee che si accompagna, nel centrodestra, all'assenza di nuove leve sulle quali scommettere: non c'è un vivaio di giovani per il futuro. La responsabilità è anche della classe dirigente di cui lei ha fatto parte, non crede?
«Sono d'accordo, ma il sistema di potere che esiste oggi è difficilmente scalfibile. È ormai così radicato, con più o meno evidenti trasversalismi, che risulta complicato costruire attorno a una figura condivisa una proposta alternativa. Ma mi faccia dire che la corsa al ribasso della politica fa allontanare tutte le forze che, nel dedicarsi alla politica, devono rinunciare a qualcosa».


Alessandro Delli Noci, se ci pensa, avrebbe potuto essere oggi il vostro candidato governatore. Un caso emblematico, scippatovi da Emiliano che ne ha valorizzato il talento e il fiuto politico e che, magari un giorno, lo chiamerà a succedergli. Rimpianti?
«Delli Noci ha fatto il suo successo elettorale scegliendo una strada alternativa al centrodestra. Non è detto che nella nostra coalizione avrebbe avuto le stesse chance. A Lecce il centrodestra aveva una delle sue roccaforti, è vero, ma alla Regione perdevamo già da 15 anni. E non è detto, tuttavia, che non si possa ripartire da Lecce per il riscatto, sconfiggendo Salvemini nel 2024: ritengo correrà per un nuovo mandato».


Senza attribuire colpe personali, quali pensa siano state le responsabilità collettive che il centrodestra sconta oggi? Cosa non avete saputo fare?
«Abbiamo pagato tutti, me compreso - l'autoreferenzialità che ci ha portato a ritenere Lecce come un comune non contendibile, non abbiamo cercato una sintesi, un'intesa e abbiamo pagato la nostra supponenza. A livello regionale non siamo stati mai in grado di mettere in campo una proposta realmente competitiva: qualche volta abbiamo corso divisi, come accadde per il primo mandato di Emiliano, qualche altra abbiamo tentennato troppo nell'indicare il nostro candidato. Raffaele Fitto sarebbe stato un grande presidente dei pugliesi, ma si è trasferita fuori l'idea che sarebbe stato un ritorno al passato, senza riuscire peraltro a ricucire rapporti che erano ormai incrinati. Dobbiamo ripartire».
 

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