Il referendum abrogativo non funziona da 30 anni: è ora di riformarlo oppure morirà di indifferenza

Il penultimo referendum abrogativo fu quello sulle trivelle celebrato nel 2016

Il referendum abrogativo non funziona da 30 anni: è ora di riformarlo oppure morirà di indifferenza
Il referendum abrogativo non funziona da 30 anni: è ora di riformarlo oppure morirà di indifferenza
di Diodato Pirone
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Lunedì 13 Giugno 2022, 11:54 - Ultimo aggiornamento: 13:20

Non è vero che i referendum sulla Giustizia non hanno funzionato perché sono ben 30 anni che l'istituto del referendum abrogativo non funziona. Dopo quelli sul divorzio ('74), sull'aborto ('78), sulla scala mobile ('84) e sulle preferenze ('91) che hanno fatto la storia italiana, negli ultimi tre decenni infatti sono stati celebrati decine di referendum tutti saltati per mancanza di quorum (cioè del 50% più uno di votanti fra tutti quelli iscritti alle liste elettorali). L'unica eccezione si ebbe nel 2011 con i referendum sul nucleare e sull'acqua pubblica che vide una partecipazione del 54% ma si trattava di un segnale politico più che giuridico: la gente votò "si" per segnalare uno stato d'animo di protesta che poi avrebbe dato vita alla stagione populista. 

Per il resto buio pesto: il penultimo referendum abrogativo fu quello sulle trivelle celebrato nel 2016 che vide una partecipazione del 31,2% (grosso modo 12 milioni di votanti),  vicina a quella di circa il 21% registrata ieri (più o meno 9 milioni di votanti).

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Dunque il punto da discutere non è l'argomento dei singoli referendum abrogativi ma proprio l'istituto del referendum abrogativo in sè. Cos'è che non funziona? 

Innanzitutto va detto che gli italiani - come in tutto il resto del mondo - vanno a votare sempre meno. E quindi il referendum abrogativo è finito in una trappola: da una parte è relativamente facile ottenerlo da piccoli gruppi (bastano 500.000 firme) ma poi l'operazione va a sbattere contro il muro dell'indifferenza.  Questo accade perché le regole del referendum furono immaginate nel 1946/1947 durante i lavori dell'Assemblea Costituente, quando non solo non c'era internet ma neppure al televisione e gli italiani erano meno di 50 milioni.

In quelle condizioni era ragionevole immaginare che 500.000 firme (quelle necessarie per far discutere alla Corte Costituzionale la correttezza di un quesito) fossero l'espressione di un sentimento largamente condiviso nel Paese.

Da 30 anni invece ci troviamo di fronte a quesiti referendari settoriali, ultratecnici, poco sentiti, imposti in qualche modo da forze politiche che inseguono le tattiche del momento e poi se ne "dimenticano" come ha fatto la Lega su questi ultimi referendum.

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Il bello è che - come spesso accade in Italia - anche se non funziona, toccare l'istituto del referendum viene vissuto come un sacrilegio. Basti ricordare ciò che accadde con la riforma costituzionale del governo Renzi che venne bocciata con il referendum (confermativo cioè senza quorum) del 5 dicembre 2016. Nel testo si prevedeva che alle regole attuali del referendum abrogativo, ovvero le 500.000 firme minime necessarie per la convalida ma quorum del 50%, venisse affiancata una seconda strada: soglia delle firme a 800.000 ma niente quorum. Un modo come un altro per portare all'attenzione degli elettori quesiti più condivisi e al tempo stesso togliere di mezzo il nodo scorsoio di un livello di partecipazione che è ormai chimerica. La proposta fu bombardata come liberticida e fu bocciata assieme a tutto il referendum.

C'è da scommettere che anche stavolta sul referendum abrogativo non cambierà nulla fino a quando l'istituto non si spegnerà da solo nell'indifferenza generale come tante altre parti morte della nostra Costituzione.

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