Salento, travolto da un cingolato sul cantiere Tap-Snam: cinque indagati per la morte dell'operaio 34enne Simone Martena

Sabato 3 Luglio 2021

Cinque persone sono indagate per omicidio colposo per la morte dell'operaio 34enne Simone Martena, di Squinzano, rimasto ucciso il 27 maggio del 2020 mentre era impegnato nella saldatura di un grosso tubo nel cantiere per la costruzione del metanodotto Snam in contrada Largo Cappelle a Pisignano, frazione di Vernole. Parliamo del metanodotto utile a collegare Tap, a Melendugno, alla rete nazionale del gas, a Brindisi.

 

Chi sono i cinque indagati

 

I pubblici ministeri a capo dell'indagine circa quel fatale episodio - l'aggiunta Elsa Valeria Mignone e il sostituto Alberto Santacatterina - hanno, infatti, firmato e inviato l'avviso di conclusione delle indagini a Giovanni Tiberio Muriana, 46 anni, legale rappresentante della Max Streicher spa, società affidataria dei lavori per la realizzazione del metanodotto; al 47enne Enrico Marchiotti, di Carmiano, coordinatore e responsabile della sicurezza dei lavori affidati alla stessa “Max Streichter”; a Marco Cavalli, di 57 anni, domiciliato a Monteroni, responsabile di cantiere e rappresentante dell’appaltatore durante i lavori; a Francesco Cirillo, 51 anni, sempre di Carmiano, incaricato di curare la fase di saldatura del collegamento fra gli impianti e, infine, a Claudiu Daniel Saulea, 34enne di origini rumene, ma domiciliato a Merine, dipendente dell'impresa e conducente del mezzo che ha travolto Simone Martena.

 

Le accuse

 

Secondo l'accusa, che si è avvalsa anche della consulenza dell'ingegnere Lelly Napoli circa il vento forte che soffiava quel giorno, Muriava risponde dell'aver messo a disposizione dei dipendenti un'attrezzatura non conforme, a partire dal cingolato Welder Morooka MST-150V che ha travolto Martena: il mezzo, infatti, sosteneva una gru Atlas priva degli stabilizzatori previsti nella dichiarazione di conformità. Marchiotti, secondo la Procura, avrebbe dovuto verificare l’applicazione delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza da parte delle imprese esecutrici dei lavori. In base a tali disposizioni, «occorreva assicurarsi che tutti i lavoratori fossero a distanza di sicurezza prima di utilizzare mezzi di scarico e di sollevamento». Ed è relativamente a questo aspetto della vicenda, che il vento - con raffiche, quel giorno, fino a 27 nodi - ha giocato un ruolo importante: secondo gli inquirenti, avrebbe dovuto spingere i responsabili del cantiere a sospendere l’attività dei mezzi di sollevamento, come gru e autogru. 

Ancora. Sull'uso non a norma del cingolato è agganciata l'accusa a Cavalli, che avrebbe dovuto verificare l'adozione di tutte le misure previste, a partire dall’uso di ganci di trattenuta che assicurassero la cabina agganciata alla gru. E, secondo l'accusa, avrebbe dovuto verificare anche che il mezzo fosse manutenuto adeguatamente, al momento dell'utilizzo, giacché gli specchietti retrovisori non si sono rivelati utili - al conducente - a garantire la necessaria visibilità dell'area di cantiere dove è avvenuto l'incidente. Cavalli, inoltre, avrebbe consentito a Saulea di guidare il mezzo nonostante sapesse che non aveva formazione adeguata. 

Cirillo risponde di omessa vigilanza nella fase di saldatura: sostengono Mignone e Santacatterina, che il 51enne non avrebbe impedito l’utilizzo del cingolato nonostante quest'ultimo fosse appunto privo dei ganci di trattenuta e nonostante la mole di personale che si muoveva nelle vicinanze del mezzo senza rispettare le distanze di sicurezza. Sua, secondo la Procura, anche la responsabilità di non aver sospeso i lavori a causa del vento e di non aver segnalato la situazione di pericolo al datore di lavoro o al dirigente preposto.

Il conducente del cingolato, Saulea, risponde per non aver usato correttamente il mezzo nella fase di trasporto della cabina da un punto di saldatura al successivo, in una angusta area di cantiere e imboccando il percorso a velocità troppo sostenuta.

 

 

I soccorsi

 

Secondo quanto rilevato dai magistrati titolari dell'inchiesta, prima dell'inizio dei lavori, quel giorno, non si era svolto nemmeno il “Tool Box Meeting”, un incontro giornaliero utile a programmare le misure di sicurezza. Poi, la tragedia.

I soccorsi furono tempestivi, ma inutili. E là, sul cantiere, arrivarono i carabinieri della stazione di Vernole, insieme agli ispettori Spesal e all'aggiunta Mignone. L'area, il cingolato e un secondo mezzo finirono sotto sequestro. Il resto è storia dei giorni nostri, con l'avviso di conclusione delle indagini a carico di cinque persone che avranno ora 20 giorni per chiedere di essere ascoltati o per produrre memorie difensive, prima che i pm formalizzino la richiesta di rinvio a giudizio. La famiglia Martena è rappresentata dagli avvocati Luigi Rella e Anna Maria Caracciolo. 

Ultimo aggiornamento: 19:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA