Sarah, l'orrore infinito di un omicidio di provincia in un libro

Martedì 21 Luglio 2020 di Ilaria MARINACI
Dieci anni dal delitto di Sarah Scazzi. Dieci anni da quando la scomparsa di una quindicenne, bionda e esile, in piena estate, sconvolse la vita di una piccola comunità pugliese, quella di Avetrana, e diede l'avvio a uno dei più famosi casi mediatici della storia recente del nostro Paese.
«Nel momento in cui Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l'ha visto?, ha comunicato in diretta alla mamma di Sarah, Concetta, che erano in corso le ricerche del cadavere della figlia, mentre ancora la famiglia non sapeva nulla di certo sulla sua sorte, qualcosa si è incrinato anche per gli spettatori, diventati parte in causa dal divano di casa». A dirlo è la scrittrice e giornalista tarantina Flavia Piccinni che, con il collega Carmine Gazzanni, firma Sarah La ragazza di Avetrana, il libro-inchiesta, appena uscito per Fandango, che ripercorre la vicenda che catapultò l'Italia intera in un reality show dell'orrore.
Quarantadue giorni di ricerche, svariate ipotesi e, poi, il cerchio che si stringe prima intorno allo zio Michele Misseri, che confessa il delitto ma al quale viene contestato, in seguito, solo l'occultamento di cadavere, e poi intorno alla moglie e alla figlia, la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri, incriminate per omicidio e condannate all'ergastolo, che, in questi dieci anni, non hanno mai smesso di dichiararsi innocenti. Nel libro, alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto e anche di ciò che è stato deliberatamente taciuto si unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.
«Da giornalisti d'inchiesta spiega la Piccinni avevamo seguito bene il caso che è stato una pietra miliare nella cronaca nera ma anche nella riflessione mediatica per il modo di relazionarsi agli eventi che incidono così tanto nell'opinione pubblica. Quindi, quasi due anni fa, abbiamo deciso di metterci a lavorare su questo libro prima con un approccio di curiosità e poi cominciando a incontrare le persone coinvolte e gli avvocati. Così, ci siamo resi conto che la verità processuale sottendeva numerosi buchi neri in cui poteva essere interessante indagare con due sguardi diversi: io con più attenzione al risvolto umano e sociale e Carmine a quello delle carte e dell'inchiesta».
Un delitto, quello di Sarah, che, per gli autori (che hanno scritto a quattro mani anche il precedente libro-inchiesta Sulla setta), non è solamente maturato in ambito familiare, ma dice tanto di una Puglia ancora rurale. «La diamo per dimenticata ma quella Puglia esiste ancora. Quindi, era indispensabile raccontare Avetrana e tutto ciò che quel tipo di cultura sottende per andare oltre il gesto. È stato difficile e doloroso aggiunge la Piccinni per un paese fino ad allora nascosto nell'oblio diventare improvvisamente un set a cielo aperto».
Si inaugura così il cosiddetto turismo dell'orrore con i bus che partono da ogni dove per ripercorrere le tappe della tragica storia, dalla casa in via Deledda a quella in Vico Verdi fino al cimitero. «Una cosa agghiacciante. Se, però, ci limitiamo a condannarla, non possiamo capire la potenza mediatica dell'opinione pubblica che induce le persone ad andare a vedere una casa di mattoncini rossi dove è stata ammazzata una ragazzina».
Ma quali sono i buchi neri del caso Scazzi? Lo anticipa Gazzanni. «Partiamo dal presupposto che parliamo di una sentenza di colpevolezza passata in giudicato e mai alterata nei vari gradi di giudizio. Il caso, però, non può dirsi chiuso, visto che è stato presentato un ricorso, giudicato ammissibile, alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo».
Il ricorso si basa soprattutto sul ruolo del fioraio condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione per aver mentito agli inquirenti: l'uomo aveva, in un primo momento, raccontato di aver visto, il giorno del delitto, Sarah salire in macchina con Cosima e un'altra donna, salvo, poi, ritrattare tutto, dicendo che era stato un sogno. «Esempio emblematico di come si sia creato una sorta di mix impazzito fra l'attenzione mediatica e le dicerie tipiche delle realtà piccole spiega Gazzanni tanto che lo stesso fioraio svela tramite interviste che si era trattato di un sogno. Molte cose, quindi, sono finite agli atti filtrate dai canali mediatici. Questo mix ha compromesso, secondo me, un andamento sano delle indagini».
Sulla base di questo e di altri buchi neri evidenziati nel libro - come la posizione di Cosima, sulla quale pesa l'inseguimento in auto e il sequestro di persona, e anche il movente sessuale di Misseri, meritevole, secondo le difese delle due donne, di maggiore attenzione - è complicato credere che la sentenza di condanna vada oltre ogni ragionevole dubbio. «Alcuni particolari e circostanze sottolinea Gazzanni non possono giornalisticamente (perché non vogliamo certo sostituirci al lavoro dei magistrati) non far sorgere dubbi».
Il ruolo fondamentale giocato dall'opinione pubblica è evidente quando si riflette proprio sullo zio Michele, passato in pochi giorni da orco a vittima di un ambiente familiare fortemente matriarcale. «Nelle carte del processo, c'era un fascicolo contenente la miriade di lettere che Misseri riceve in carcere ed è incredibile come tutte, nessuna esclusa, siano di solidarietà verso di lui. Impressionante conclude il giornalista che passi come buono o vittima se si pensa che stiamo parlando di chi ha occultato il cadavere di Sarah».
Al netto di questo, il libro cerca di riportare al centro proprio Sarah, come specifica la Piccinni. «Quando muori, tutti si sentono in dovere di dire quello che vogliono su di te, senza che tu possa più replicare. Sarah è stata appiattita in questi anni o nella quindicenne dal corpo acerbo o nella lolita sensuale, a seconda dell'idea che si aveva del caso. Noi abbiamo tentato di restituirle le sue molteplicità: una ragazza con le ambizioni, la ribellione e le difficoltà tipiche degli adolescenti di un decenniofa, che cercava a suo modo conclude Flavia di trovare il suo posto nel mondo».
Incontrando, invece, la ferocia umana.
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