«Tap, basta chiacchiere: Potì e gli altri sindaci nessuno era contrario»

«Tap, basta chiacchiere: Potì e gli altri sindaci nessuno era contrario»
I conti col passato e la faticosa ricostruzione di frangenti poco nitidi, molto confusi e quasi accantonati da protagonisti e testimoni dell'epoca, più o meno involontariamente. La vicenda Tap non vive solo di presente e futuro, di interrogativi sul destino dell'opera e di scenari su costi, benefici, danni o strategicità: ci sono anche il passato, il giallo sulla scelta dell'approdo (prima a Lendinuso, poi a San Foca), l'accoglienza iniziale non certo conflittuale o forse persino benevola. Almeno da parte di alcuni amministratori salentini, al tempo in prima linea. Così s'è sempre accennato a labbra strette, e così oggi ricorda Ezio Conte, ex sindaco di San Donato. Niente più sussurri, ma pieni polmoni social: il post su Facebook dell'ex primo cittadino alza in un attimo l'onda lunga. E fa discutere: «Sul gasdotto i sindaci erano tutti d'accordo. Ero presente come sindaco di San Donato quando il sindaco di Melendugno, il compianto Vittorio Potì, ci convocò a Melendugno con i responsabili Tap; tutti d'accordo e nessuno contrario». E ancora: «In questi anni i politici che si sono opposti lo hanno fatto per racimolare voti mentendo sapendo di mentire. Ora, vedrete, si accoderanno tutti per discutere sui ristori».
Il nastro va allora riavvolto fino al 2011. All'epoca Tap decise di far virare l'approdo del gasdotto dalla prima, embrionale ipotesi brindisina a San Foca, marina di Melendugno: ragioni d'impatto ambientale e di minore o nulla densità di posidonia, s'è sempre detto. Prima d'avviare l'iter della Via ministeriale, i vertici del Consorzio tentarono l'approccio con il territorio. Prima di tutto stabilendo un contatto ufficiale, a marzo del 2011, con l'amministrazione melendugnese guidata da Vittorio Potì, che nel 2009 era tornato a palazzo di città dopo le numerose esperienze in Provincia e Regione. Per i pochi che non lo sapessero: Marco Potì, l'attuale sindaco di Melendugno schierato sulla prima linea no Tap, è nipote di Vittorio. È stato Sergio Blasi, consigliere regionale Pd, a ricostruire nei giorni scorsi intervistato da Quotidiano qual era l'eco del progetto in Regione: «Vendola non si pose il problema dell'approdo perché c'era Vittorio Potì a garantire sul territorio». L'allora primo cittadino decise di convocare i rappresentanti degli altri Comuni direttamente coinvolti dal progetto dell'epoca (connotazione temporale d'obbligo, perché il tracciato è stato poi modificato): Vernole, Castrì, Lizzanello, Cavallino e appunto San Donato. Conte, raggiunto telefonicamente, parla infatti di «due riunioni, e nessuno dei sindaci si espresse contro. La volontà di questi incontri partiva da Melendugno, noi fummo chiamati perché eravamo direttamente interessati. E in quella sede Potì ci informava delle possibilità legate all'opera, e dei benefici che poteva portare eventualmente al territorio. Oltre a noi sindaci, c'erano anche i vertici stranieri di Tap e poi Giampaolo Russo (in quegli anni country manager per l'Italia, ndr)». Conte accenna a un diverso tracciato dell'opera, e in effetti è così: nella prima stesura del progetto, la condotta sotterranea da Melendugno s'allacciava alla rete a San Donato, attraversando i territori di Vernole, Castrì, Lizzanello e Cavallino. Solo in una successiva fase si decise di realizzare una seconda e distinta opera (a cura di Snam), che dovrebbe collegare il terminale di ricezione di Melendugno all'innesto alla rete nazionale di Mesagne. Uno sdoppiamento su cui si concentrano critiche e battaglie del fronte del no. «Dobbiamo approfondire tutto, valuteremo senza pregiudizi», disse a Quotidiano (15 aprile 2011) Vittorio Potì. «Il Comune conta aree del territorio particolarmente sensibili, ma questo non significa che il nostro territorio così vasto non sia capace di ospitare questo tipo di interventi. Bisogna sedersi a un tavolo e discutere, capire quale sia il progetto nei dettagli e approfondire ogni aspetto», era il refrain (documentato dai giornali di quei giorni) tra gli amministratori locali. Di lì a pochi mesi, il 24 ottobre, Vittorio Potì morì: aveva 71 anni. Nel 2012 fu eletto sindaco di Melendugno il nipote Marco. Si badi: gli ulteriori approfondimenti avranno magari reso più categorico il giudizio sul metanodotto, ma in quel primo scorcio non furono certo innalzate barricate. Sempre Blasi, e sempre a Quotidiano, ha ricordato del resto un'intervista (maggio 2012) del neo-eletto Marco Potì, nella quale sosteneva di aver «cercato di guardare il progetto da un punto di vista tecnico, e non è così invasivo come può sembrare», comunque ponendo l'accento sulla vocazione turistica del territorio e sull'autorizzazione già negata dal Comune.
Conte, oggi, non risparmia giudizi trancianti: «Mi sono stancato di tutte queste pagliacciate. Ormai c'è un iter avviato e ci sono autorizzazioni. Sarebbe stato più opportuno trattare con Tap prima. Durante gli incontri con Vittorio Potì non entrammo nel merito dei possibili benefici. Di certo ora non si può fare più nulla, non credo che Tap voglia più trattare col territorio. In quella fase invece Tap era disponibile, si diceva, a sistemare la costa: mi chiedo cosa deturpi un tubo se poi non possiamo entrare nella pineta di Torre dell'Orso o se la costa è divorata dal mare? Francamente penso che con Vittorio Potì l'opera si sarebbe fatta senza problemi e portando benefici al territorio». E infine: in caso di ristori, «che i benefici vadano ai cittadini del Salento e gli interessati chiedano la riduzione del metano del 50% in bolletta». È, grosso modo, ciò che alcuni settori della politica pugliese invocano (Michele Emiliano in testa): uno slot di gas a costo calmierato, possibilmente per decarbonizzare Ilva ed Enel. Si tratta di una delle voci, di sicuro la più rilevante, del capitolo compensazioni e ristori per il territorio che prima o poi potrebbe essere riaperto. Soprattutto se il governo gialloverde dovesse coronare l'analisi costi-benefici con un via libera definitivo al metanodotto.
Agli incontri melendugnesi del 2011 c'era anche il Comune di Cavallino: «A quelle convocazioni - ricorda Michele Lombardi, sindaco dell'epoca - fui impossibilitato a presenziare e delegai un mio assessore. Erano incontri semplicemente finalizzati alla descrizione di una intenzione, nemmeno di un vero e proprio progetto. Nessuno dei sindaci, da quel che so e mi risulta, si era espresso a favore o contro. C'era solo la volontà di capire, ascoltare. Anche perché dare un assenso all'opera avrebbe richiesto convocare la maggioranza, per esempio. Vittorio ci chiese soltanto se volevamo essere presenti a quegli incontri. E successivamente, il Comune di Cavallino ha formulato anche delle osservazioni negative in sede ministeriale, quando ancora era previsto il passaggio dal nostro territorio e prima che venisse escluso». Scorci di passato, utili - forse - a rattoppare pezzi del presente e del futuro di Tap.
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Domenica 16 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:24