Guerra in Ucraina, la rivolta del pane: i fornai della Puglia in crisi

Martedì 8 Marzo 2022 di Alessio PIGNATELLI

«È buio totale. Ho paura che andando avanti così si sbatta contro un muro». Non lascia molto spazio all’immaginazione il pensiero di Franco Muci, vicepresidente nazionale Federazione panificatori italiani e responsabile leccese dell’associazione Panificatori Artigiani di Lecce: il conflitto in Ucraina ha strascichi su diversi settori economici ma, probabilmente, quello del grano è il più impattato. Soprattutto il comparto della panificazione che utilizza cereali, mais e grano che vengono importati da Russia, Ucraina e Bielorussia è colpito duramente. In particolare, dal grano tenero si fa la farina per produrre pane, farina e dolci e in Ucraina si coltiva un prodotto particolare molto proteico da cui si ricavano farine speciali per i dolci. 

L'impennata non si ferma

Negli ultimi giorni l’impennata dei prezzi ha interessato proprio il grano tenero (+9,4%) e il mais (+11%) anche in Italia, sulla scia di quanto accade giornalmente nei mercati finanziari di Chicago e Parigi. Il grano tenero è salito di 30 euro a tonnellata oscillando tra 342 e 351 euro a tonnellata, con punte di 395 per il prodotto a più alto valore proteico. Il mais, invece, ha segnato +11%, passando da 297 a 330 euro a tonnellata. Tutto questo si riverbera sul sistema pugliese e non solo.

«In questo momento stiamo attraversando un periodo di paura e terrore - racconta Muci - I panificatori sono in allarme per i rialzi continui in aggiunta rispetto a quelli dei carburanti. Ogni giorno vengo sollecitato a intervenire, si rischia di rimanere senza materia prima. Ci sono lamentele continue e richieste di adeguamento del prezzo perché tanti fornai non ce la fanno. Non si riesce a far fronte al prezzo stabilito perché già all’indomani ci sono variazioni: non si riesce a pianificare».
E questa situazione ha modificato anche i pagamenti: un tempo erano concessi a 60 o 90 giorni, oggi solo allo scarico della merce perché i grossisti hanno necessità di liquidità immediata.

Il problema Ungheria

In questi giorni, inoltre, il sistema rischia di saltare per un effetto a catena e per le ripercussioni in altri Paesi. L’Italia potrebbe avere un problema di approvvigionamento di prodotti agricoli se l’Ungheria, da cui importiamo quasi il 30% di grano tenero e il 32% di mais, confermasse l’intenzione manifestata in questi giorni di limitare le esportazioni per coprire il fabbisogno interno e far fronte ad una crisi più lunga. Il blocco dell’export ungherese si sommerebbe allo stop delle importazioni, a causa del conflitto in corso, da Russia e Ucraina che pesano per il 6% sul tenero e per il 15% sul mais che arriva nel nostro Paese. Le limitazioni decise dal governo magiaro aprono una crisi profonda per gli approvvigionamenti in Italia, per questo motivo è fondamentale l’intervento del Governo per far rispettare i principi di libero scambio all’interno dei Paesi dell’Unione Europea. L’amministratore di Consorzi Agrari d’Italia, Gianluca Lelli chiede di incrementare le nostre produzioni e garantire, attraverso i contratti di filiera, una filiera equa in ogni anello della catena, dal produttore al consumatore. 

«Non sappiamo fino a quando resisteremo»

«Già per i rincari delle bollette avevamo subito un danno gravissimo - aggiunge Emma Prunella, segretaria dell’associazione Panificatori, Pasticcieri e affini della provincia jonica - Ora stiamo pagando lo scotto della guerra a causa degli aumenti del grano. Per i prodotti da forno, gas e grano sono fondamentali. Il grano sta arrivando a singhiozzo, abbiamo scorte ma i prezzi salgono. Il gas è salito tantissimo. La produzione interna del grano non è sufficiente, abbiamo lasciato le campagne da tempo». 

Il prezzo della farina è salito alle stelle, con un aumento del 60 per cento rispetto allo scorso agosto. Sul territorio ci sono piccoli mulini e si rintuzzano queste difficoltà. Per adesso. «Perché non sappiamo fino a quando riusciremo a resistere. Se questa guerra perdura, non andremo da nessuna parte. Ricordiamoci che in tempi di carestia il prodotto principale è il pane, lo insegna la storia. Ma senza grano come si fa? C’è un altro problema: il pane dovrebbe costare 3,50 euro al chilo al banco ma in questo momento riesci solo a pagare le spese con questo prezzo. E le famiglie stanno tagliando i consumi».

 

Ultimo aggiornamento: 15:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA