Di Maio vice è possibile: ma perderebbe Lavoro e Sviluppo

Domenica 1 Settembre 2019 di Marco Conti

Lo spericolato psicodramma messo in piazza da Luigi Di Maio - con tanto di minaccia di voto anticipato se non avrà il ruolo di vicepremier - ha sconcertato e irritato non solo il Pd ma anche Giuseppe Conte, il quale, ha chiesto e ottenuto udienza dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Già negli incontri avuti in precedenza con i partiti, il Capo dello Stato si era guardato bene dall’entrare in discussioni su equilibri e poltrone.

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LO STALLO Sulla stessa falsariga raccontano si sia svolto il colloquio di ieri, anche se per Conte il faccia a faccia con il Capo dello Stato è utile non solo per i suggerimenti ricevuti, ma soprattutto ridare a M5S e Pd il senso dell’urgenza e di un presidente della Repubblica che ha sempre pronta la carta di riserva. Ovvero un governo istituzionale per portare il Paese al voto. Anche perché, se salta il tentativo di Conte, non ci sono che le urne visto ciò che hanno detto i pariti durante i colloqui al Quirinale. In buona sostanza al Quirinale si resta sulle conclusioni tratte dal Presidente al termine del giro di consultazioni: o un governo Conte o il voto. Una linea che azzera le suggestive speranze di chi ancora pensa - nel M5S come nella Lega - che sia ancora possibile rimettere insieme i cocci di un’alleanza che Matteo Salvini ha curiosamente fatto saltare l’8 agosto.  Sulla questione dei vicepremier, che contrappone M5S e Pd, la sintesi è un “vedetevela voi”, “non mi tirate in mezzo” e, “soprattutto sbrigatevi” che non mette in ombra le prerogative del Capo dello Stato - che nomina i ministri su indicazione del presidente del Consiglio - ma lascia nelle mani del solo Conte la stesura della squadra di governo.
 

La tentazione di mollare, e rimettere l’incarico nelle mani del Capo dello Stato, Conte l’ha avuta dopo la sortita del leader grillino, ma alla fine hanno prevalso i messaggi di incoraggiamento ricevuti da molti esponenti M5S e i consigli ricevuti dal Capo dello Stato. Al tentativo di Di Maio di riprendersi il boccino del governo, dicendo “o si fa come dico io o salta tutto”, Conte di fatto reagisce salendo al Colle dove ancora è sul tavolo la carta del governo di garanzia, e quindi le urne. Uno sbocco che sarebbe un disastro per tutti e due i partiti, viste le percentuali del M5S e quelle del Pd, ma soprattutto per la leadership di Di Maio che ieri sera è stato rampognato dallo stesso Beppe Grillo. Con questo spirito Conte ieri pomeriggioo ha avviato il tavolo del programma con i capigruppo del M5S D’Uva e Patuanelli e quelli del Pd Del Rio e Marcucci. Ma se sul programma sembrano esserci meno ostacoli del previsto, il nodo del vicepremier blocca la stesura della lista dei ministri. Dopo il chiarimento che Di Maio ha avuto ieri con lo stato maggiore grillino, è molto probabile che oggi incontri il premier incaricato insieme al segretario del Pd Zingaretti. L’impuntatura del leader grillino crea problemi non solo al Pd, che resta fermo sulla richiesta di un vicepremeir unico e di marca Dem. Conte intende infatti impostare l’esecutivo in maniera snella, senza vice e con un sottosegretario alla presidenza del Consiglio di sua strettissima fiducia e fuori dall’orbita dei partiti. Il pressing di Di Maio rischia invece di imporre a Conte un cambio di format che, per non ripetere a fotocopia lo schema gialloverde, gli impone i due vicepremier (Di Maio e Franceschini) e un sottosegretario in quota Pd.

A tutti gli effetti uno schema a quattro (due M5S e due Pd) che si porterebbe dietro la rinuncia che dovrebbe fare Di Maio ai suoi attuali dicasteri (Sviluppo e Lavoro) in cambio di deleghe meno pesanti (Sud e innovazione). Anche se l’opzione preferita resta quella di “zero vice”, anche nel Pd sanno che non potranno impuntarsi qualora Conte dovesse cedere sul vicepremierato a Di Maio, ma lo schema rischia di imbrigliare ancor più Conte. Malgrado venga spesso citato il “manuale Cencelli”, in base al quale “spartire” le poltrone ministeriali, la carica di vicepremier ha un peso molto relativo rispetto a molti altri dicasteri di spesa. Ma per Di Maio il problema sembra essere quello di avere un ufficio a palazzo Chigi dove “controllare” l’attività di governo. D’altra parte il governo che sta per nascere è molto più complesso e articolato del precedente con Di Maio che non potrà regolare qualunque questione con un messaggino come faceva con Salvini. Oltre al Pd, c’è la sinistra di Leu - che ieri ha protestato per l’esclusione dal tavolo del programma - e altri partiti e gruppi più piccoli che comunque serviranno a palazzo Madama. E’ proprio questa complessità, e soprattutto il timore di avere a che fare con quei “volponi” del Pd, che atterrisce Di Maio in cerca da giorni di una trincea a palazzo Chigi dietro la quale barricarsi chiamando a sè i gruppi parlamentari. Ma per come si è alzato il tono della contesa, la soluzione che accontenterebbe Di Maio e non il Pd, rischia di costare molto al M5S in termini di potere reale e di ministeri.

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