Revisione mancata/La riforma che non serve a migliorare la giustizia

Revisione mancata/La riforma che non serve a migliorare la giustizia

di Carlo Nordio
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Venerdì 29 Gennaio 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio, 00:24

«Nessuna riforma può esser efficace senza l’immissione di risorse umane e strumentali adeguate, senza mettere benzina nella macchina della giustizia». Con queste parole, apparentemente convincenti, il Ministro Bonafede ha licenziato la sua “relazione sullo stato della giustizia” prima che la crisi in atto licenzi lui.
Il documento, depurato con vereconda parsimonia, di ogni riferimento politico, è un evanescente surrogato del programma originale, sul quale il Parlamento si sarebbe dovuto pronunciare ieri, e che avrebbe consacrato, visti i numeri, la fine del governo Conte. 


Il risultato è un caotico sincretismo di aspirazioni enfatiche che per di più, e questa è la parte che ci interessa, inverte i termini della questione. Perché è vero che le risorse destinate alla giustizia sono insufficienti, ma è ancor più vero che la loro destinazione, senza le adeguate riforme normative, assomiglierebbe al nutrimento forzoso di un organismo malato, il quale distrugge il cibo che non riesce ad assimilare. E il nostro sistema giudiziario è minato da un morbo che lo corrode dal di dentro, e che dev’essere estirpato prima di pensare al recupero dell’organismo. Questo morbo è la complessità e l’inadeguatezza di entrambi i codici che disciplinano il processo, quello civile quanto quello penale. I sintomi più allarmanti sono, come ormai è stucchevole ripetere, i tempi biblici della loro durata. 

Partiamo dalla giustizia civile. La sua lentezza impatta sui costi delle imprese, sull’allocazione e sul costo del credito, e più in generale sulla certezza dei rapporti contrattuali. Il danno approssimativo è pari al due per cento del Pil, perché nessun investitore accetta il rischio che l’adempimento di un’obbligazione, la risoluzione di un rapporto di lavoro, o comunque una qualsiasi controversia su interessi economici si trascini per anni con esiti incerti. 
Ma perché le nostre cause durano il doppio, e talvolta il triplo rispetto alla media europea? Non tanto, e non solo, perché le risorse sono insufficienti, quanto e soprattutto perché le procedure sono ingarbugliate e farraginose, come la gran parte delle nostre leggi. Che fare allora? Dopo averle tentate tutte, con risultati deludenti, proviamo a copiare. Il sistema tedesco, ad esempio, è molto razionale ed efficace. Prendiamolo in blocco, e senza vergognarsi: anche loro hanno copiato dal nostro diritto romano. 


E ora quella penale. Non ripeteremo qui le consuete litanie sulla politicizzazione della magistratura, l’abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, l’invadenza delle procure, il protagonismo di alcune toghe, la violazione del segreto istruttorio ecc. ecc. Tutte cose che vulnerano la credibilità della nostra civiltà giuridica, o di quel che ne rimane, ma che esulano dai nostri propositi.


Parliamo invece della sua inefficienza. Essa dipende da una contraddizione insanabile tra il codice attuale e la Costituzione. Il codice Vassalli è nato con un impianto anglosassone, (non per nulla si parlò di processo alla Perry Mason) di impronta garantista e liberale. Al contrario, i nostri padri costituenti, nel lontano ‘48, avevano davanti il codice Rocco e, paradossalmente, vi adattarono la Costituzione, inserendovi le caratteristiche tipiche del processo inquisitorio: obbligatorietà dell’azione penale, unità delle carriere, impugnazione delle sentenze assolutorie ecc. Tutte cose che fanno rabbrividire un giudice inglese o americano. E poiché nella gerarchia delle fonti la Costituzione, benché più vecchia, prevale sul codice più recente, quest’ultimo, modellato come s’è detto su principi affatto diversi, si è rivelato con essa incompatibile, e oggi è un pasticcio di cui nessuno capisce più nulla. Anche il profano può rendersene conto spulciandone gli articoli dove modifiche, soppressioni e integrazioni sono più numerose del testo originale. 


Ecco perché questa sgangherata 500, con il motore truccato di una Ferrari, non può funzionare per quanta benzina ci si metta, come suggerisce Bonafede. Bisogna cambiare veicolo. E se si vuole una Ferrari vera, costosa ma veloce come il sistema anglosassone, bisogna modificare la Costituzione. 


E le risorse? Certo che sono necessarie: non perché siano in sé scarse – anche se purtroppo lo sono – ma perché sono insufficienti rispetto ai fini ambiziosi che questa politica si propone: punire tutto inventandosi una marea di reati, e mantenendo l’obbligatorietà dell’azione penale. 


Concludo. Il fallimento della nostra giustizia non è certo colpa di Bonafede. Esso risiede nel dilettantismo indifferente e opaco con il quale la politica ne ha da tempo trascurato le esigenze. E tuttavia è quasi una Nemesi che il governo Conte sia caduto proprio per evitare un dibattito parlamentare sulla prescrizione, che ne costituisce la macchia più indelebile.

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