Scontro Usa-Ue: i sussidi di Biden minano la ripresa dell'industria europea

Scontro Usa-Ue: i sussidi di Biden minano la ripresa dell'industria europea
di Gabriele Rosana
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Mercoledì 30 Novembre 2022, 13:57 - Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre, 16:07

I sussidi “green” di Joe Biden per l’industria Usa mettono a dura prova le relazioni transatlantiche e l’unità occidentale.

Tra Bruxelles e Washington il clima si è fatto sempre più teso negli ultimi mesi e adesso tira aria da resa dei conti, mentre un ritorno alle tentazioni protezionistiche sembra difficile da evitare. Tanto che l’Ue si è lanciata in una disperata corsa contro il tempo per scongiurare una disputa commerciale in piena regola con l’alleato. Tutto è cominciato in piena estate, quando il Congresso Usa ha adottato l’”Inflation Reduction Act” (Ira), il maxi-piano dal valore di 369 miliardi di dollari (circa 355 miliardi di euro) con cui l’amministrazione Usa punta a incentivare il “made in Usa” e a sostenere le filiere nazionali maggiormente impegnate nella transizione ecologica. Basti pensare alla disposizione più emblematica del capitolo “Buy American”: il credito d’imposta fino a 7500 dollari per chi acquista un’auto elettrica assemblata nel Nord America. Il “bazooka” con cui gli Stati Uniti vogliono aiutare l’industria a stelle e strisce entrerà formalmente in vigore a inizio 2023, ma ha già creato il caos nel Vecchio continente, e non fa dormire sonni tranquilli ai tecnici della Commissione Ue impegnati nel negoziato con gli omologhi d’Oltreoceano.

L’ALLARME

Molti di questi sussidi «discriminano le industrie dell’automotive, delle rinnovabili, delle batterie e quelle ad alta intensità energetica dell’Unione», ha ricordato il vicepresidente esecutivo della Commissione Valdis Dombrovskis il 25 novembre, al termine della riunione dei ministri del Commercio dei Ventisette, che hanno suonato l’allarme per il tempo quasi scaduto. I requisiti per ricevere gli aiuti, infatti, tagliano fuori le aziende Ue e - visti da Bruxelles e dalle altre capitali Ue - minacciano di innescare una nuova ondata di de-industrializzazione in Europa, già in atto a causa dei costi record dell’energia, e una conseguente migrazione delle imprese verso la più favorevole legislazione degli Stati Uniti. L’obiettivo è, quindi, ottenere da Washington lo stesso trattamento di favore riservato alle industrie di Canada e Messico, le cui produzioni sono, in buona sostanza, parificate a quelle Usa ai fini dell’applicazione del provvedimento. «Quello che chiediamo è equità», ha ribadito Dombrovskis, ricordando il lavoro di un’apposita task force istituita da Ue e Usa per appianare le tensioni: «Non sono discussioni facili, ma devono produrre soluzioni concrete. Ci aspettiamo che le aziende e le esportazioni dell’Ue siano trattate negli Usa allo stesso modo in cui quelle americane sono trattate in Europa». Soprattutto in un momento in cui, di fronte all’invasione russa dell’Ucraina appena entrata nel decimo mese, alla competizione globale con la Cina e agli obiettivi condivisi nel contrasto ai cambiamenti climatici, «l’ultima cosa da fare è creare inutili distrazioni o potenziali nuove controversie». Senza dimenticare che, nonostante la sostanziale tenuta nelle urne di mid-term dei democratici (la più solida degli ultimi vent’anni), un eventuale avvento dei repubblicani alla Casa Bianca nel 2024 potrebbe portare nuovamente le lancette della cooperazione indietro di parecchi anni. Ed è importante, per l’Europa, arrivare a quell’appuntamento senza intoppi nel percorso. Bruxelles punta a una distensione di massima entro la riunione, in programma il 5 dicembre, del Consiglio bilaterale Commercio e Tecnologia (Ttc), una piattaforma paritaria istituita un anno fa dopo l’avvento di Biden. Ma potrebbe non bastare. Ecco che la tela diplomatica che l’Ue sta intessendo passa anche dal faccia a faccia in programma il primo dicembre alla Casa Bianca tra Joe Biden e il presidente francese Emmanuel Macron: «Gli Usa non possono chiederci di aiutarli nella sfida con Pechino e poi adottare una strategia che è chiaramente contro di noi», è, in sintesi, il ragionamento della diplomazia parigina.

LA RISPOSTA

Se non dovesse esserci una schiarita all’orizzonte, la scommessa è quella di rispondere alla chiamata del “Buy American” con il “Buy European”: un piano di sovvenzioni tutto europeo, cioè, con l’ambizione di rivaleggiare con quello Usa. Proprio la Francia scalpita per rilanciare l’intervento pubblico nell’economia, e per la prima volta ha trovato ascolto pure a Berlino, con la Germania preoccupata per l’impatto dell’”Inflation Reduction Act” sulle sue esportazioni automobilistiche. Al netto della strategia negoziale, però, l’entusiasmo per un’Europa che entra nella corsa globale ai sussidi potrebbe non avere vita lunga. Da una parte, rischia di essere insostenibile, visti gli altissimi livelli di debito pubblico dei Paesi membri; e dall’altra una competizione tra i due litiganti Ue-Usa potrebbe finire per agevolare un solo, terzo e ingombrante attore: la Cina.

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