Morti per amianto: l’Inail chiede il sequestro dei beni

Venerdì 19 Febbraio 2016
Decessi per amianto sui luoghi di lavoro: nel processo d’appello c’è stata richiesta di “congelare” il pagamento dei risarcimenti, avanzata dai legali degli imputati. Contestualmente, però, è filtrata la notizia secondo cui l’Inail avrebbe avanzato richiesta di sequestro dei beni nei confronti di quanti, a vario titolo, avrebbero concorso nella morte dei lavoratori sopraggiunta per la prolungata esposizione all’amianto.

Sia come sia, in questo dicotomico clima in cui da una parte gli imputati avrebbero manifestato la impossibilità a fornire garanzie economiche sui risarcimenti decretati in primo grado dal tribunale e, dall’altro, le parti civili puntano a ottenere garanzie “solide”, la causa è stata aggiornata a marzo.

Nel maggio del 2014, come è noto, in ventisette furono condannati e uno solo fu assolto, perchè «il fatto non costituisce reato», in aggiunta ad alcune prescrizioni e una raffica di assoluzioni parziali, rispetto al contestato decesso di singoli lavoratori.
Due, in totale, gli imputati deceduti e nei confronti dei quali il tribunale monocratico di Taranto (giudice dottor Simone Orazio) dichiarò il «non doversi procedere» per morte del reo.

Nella primavera del 2014, la vicenda si tradusse in una sentenza epocale per la siderurgia pubblica e privata, che negli ultimi vent’anni avrebbe concorso, secondo quanto emerse dal dispositivo di condanna, al decesso di diciannove lavoratori, mai informati sulle conseguenze dell’esposizione all’amianto che costituiva quasi «l’arredo» primario degli ambienti lavorativi. Il tribunale, che assolse il solo Hayao Nakamura, ex dirigente giapponese la cui responsabilità all’interno della società siderurgica fu limitata ad un periodo di pochi mesi, intese affermare il principio secondo cui l’omissione dolosa di cautele sul posto di lavoro, che aveva sorretto la riqualificazione del reato originario di disastro innominato colposo in quello di disastro colposo, avrebbe costituito la causa primaria del decesso dei lavoratori. Gli stessi che sarebbero stati esposti costantemente alle emissioni delle fibre di amianto e mai informati sui rischi che correvano.

Agli storici direttori di stabilimento Sergio Noce e Giambattista Spallanzani, che ebbero un ruolo-guida nella ex Italsider allorchè l’industria siderurgica era a partecipazione statale, fu addebitata la presunta responsabilità nel decesso di ben diciotto lavoratori.
E nei confronti di entrambi gli imputati, la condanna fu particolarmente pesante. Per Fabio Arturo Riva, per rimanere all’attualità, alla cui posizione fu addebitata la presunta responsabilità nella morte di due lavoratori, fu inflitta una pena di sei anni di reclusione. E ammontò invece a circa 3 milioni e 600mila euro complessivi la provvisionale, immediatamente esecutiva, che i condannati furono chiamati a pagare in favore dell’Inail, costituitosi parte civile. La condanna fu emessa, in solido fra loro, a carico degli imputati condannati e chiamati a singoli risarcimenti, riferiti ai decessi dei vari lavoratori. © RIPRODUZIONE RISERVATA