Silvio Orlando: «Voler bene, questo è il messaggio»

Domenica 27 Febbraio 2022 di Eraldo MARTUCCI

Ci sono degli attori che quando interpretano un ruolo si immedesimano a tal punto nel personaggio che diventa impossibile separare la linea tra finzione e realtà. Ebbene, Silvio Orlando è tra questi con almeno venti film che hanno caratterizzato la storia del cinema italiano degli ultimi trent’anni. Diretti da registi del calibro di Nanni Moretti, Michele Placido, Paolo Virzì, Carlo Mazzacurati, Pupi Avati, Gabriele Salvatores e, da ultimo, Roberto Andò per il toccante “Il bambino nascosto”, tutti i suoi personaggi portati sul grande schermo e a teatro sono sempre stati un ritratto profondo e di rara sensibilità della problematica quotidianità della realtà. Come quelli dello spettacolo “La vita davanti a sé”, tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary, in cui l’attore e regista napoletano ci conduce nelle pagine del libro con la leggerezza e l’ironia di Momò, diventando con naturalezza quel bambino nel suo dramma. Pubblicato nel 1975 e adattato per il cinema nel 1977, il romanzo racconta appunto la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani. Un romanzo commovente e ancora attualissimo, che racconta di vite sgangherate che vanno alla rovescia, ma anche di un’improbabile storia d’amore toccata dalla grazia. 

Silvio Orlando, in questi giorni drammatici con l’invasione russa dell’Ucraina ci si interroga ancora di più sul ruolo che la cultura può avere nella società. Cosa può fare l’artista in questi momenti?

«Il nostro contributo è piccolo ma fondamentale, perché sono tante voci che messe assieme fanno un coro. Sono ovviamente ancor più contento di fare uno spettacolo che parla di convivenza civile e di ascolto degli altri in maniera poetica. Emblematica, in questo senso, è l’ultima frase dello spettacolo, “bisogna voler bene”, un messaggio molto forte in questi tempi dove i sentimenti sono spesso svuotati di significato. E aggiungo che nella compagnia c’è un musicista la cui fidanzata è una giornalista che si trova lì, sotto le bombe, e ci racconta tutto in presa diretta. E siamo molto angosciati».

Parlando dello spettacolo, come è avvenuto l’approccio al testo?

«Mi sono avvicinato al testo in maniera spontanea, sotto forma di lettura al Festival della Spiritualità di Torino nel 2017, e ne sono stato particolarmente colpito, come se fosse quasi un’ossessione. Perché ho sentito che mi parlava nel profondo, e sono entrato in connessione umana e sentimentale con il piccolo protagonista del romanzo. Devo dire che a darmi la spinta per farne un testo teatrale è stato il primo lockdown di due anni fa, che mi ha consentito di entrare senza distrazioni nella profondità delle parole. Considero questo lavoro il mio piccolo testamento, personale, morale e teatrale, e sono certo che questo spettacolo non mi abbandonerà mai».

Nell’esplorare i personaggi principali del romanzo, come si è immedesimato in un bambino che, pur nella semplicità dei dieci anni, rivela invece una complessità dalle tante sfaccettature?

«Ho cercato di rendere il suo dolore e smarrimento. Secondo me si poteva fare solo così, senza nessuna presunzione di messa in scena, la cui realizzazione è impossibile quando si tratta di realismo magico, come in questo caso, o in “Cent’anni di solitudine”. Forse solo Fellini ci sarebbe riuscito, o qualche grande regista di cinema contemporaneo. Perché tutto quello che accade in questo spettacolo è visto attraverso il filtro di un bambino di dieci anni, e quindi con una lente d’ingrandimento enorme. E dunque quello che ho fatto è stare sulle parole del testo, perché il teatro ha la straordinaria capacità di credere ancora alla parola, grazie alla quale si aprono mondi infiniti».

E fra cinema e teatro dove va la sua predilezione?

«Il teatro ovviamente è casa mia, mentre al cinema sono comunque “ospite”. E allora questa casa me la costruisco io, pezzo dopo pezzo, quando vado a girare un film devo cercare di entrare nell’idea di casa altrui, e sono un partner se non un gregario. Nel teatro sono invece il motore!».

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Parte da Taranto il tour pugliese di Silvio Orlando protagonista di “La vita davanti a sé”: l’appuntamento è al Teatro Fusco l'1 marzo alle 21 e il 2 marzo alle 18. Lo spettacolo approderà poi giovedì 3 marzo al Teatro Apollo di Lecce, per proseguire dal 4 al 6 al Curci di Barletta, e infine chiudere il 9 marzo al Teatro Comunale di Putignano. Tutti gli appuntamenti in programma rientrano nelle diverse stagioni teatrali che le amministrazioni comunali organizzano in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese. Sul palco, assieme all’attore e regista, un quartetto di musicisti affidato alla direzione musicale di Simone Campa, che ha creato una colonna sonora ricca e suggestiva che richiama perfettamente sensazioni, sentimenti e situazioni che Momò, il giovane protagonista, vive e racconta. Con Campa, che suona chitarra battente e percussioni, ci sono anche Gianni Denitto al clarinetto, Maurizio Pala alla fisarmonica, e Kaw Sissoko alla kora.

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