Astrazeneca, Richeldi (Cts): «Inglesi seri, ora uno scatto Ue. A giugno protetti tutti i fragili»

Astrazeneca, Richeldi (Cts): «Inglesi seri, ora uno scatto Ue. A giugno protetti tutti i fragili»
Astrazeneca, Richeldi (Cts): «Inglesi seri, ora uno scatto Ue. A giugno protetti tutti i fragili»
di Mauro Evangelisti
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Giovedì 31 Dicembre 2020, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 07:31

«Il Regno Unito per contagi e decessi, in questi giorni, è maggiormente sotto pressione dell'Italia. Però escludo che l'autorità regolatoria britannica abbia accelerato sul via libera al vaccino di AstraZeneca senza basi solide. È la patria della sicurezza dei farmaci. A questo punto spero, un po' come è avvenuto per il vaccino Pfizer, che ci possa essere un'anticipazione dei tempi anche per il sì di Ema, l'agenzia dell'Unione europea».
Il professor Luca Richeldi, direttore dell'Unità operativa complessa di pneumologia del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico sul coronavirus, guarda con attenzione alle notizie che giungono da oltre Manica sul vaccino di AstraZeneca.

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Quanto è importante avere a disposizione dei vaccini che funzionano?
«Sui tempi della soluzione del problema non possiamo essere superficiali, pensando che tutto sia già risolto. Ma è molto importante che gli italiani capiscano che con il vaccino è la prima volta che facciamo realmente qualcosa contro il virus. Voglio dire: con un paragone calcistico, finora siamo sempre rimasti nella nostra metà campo. E purtroppo abbiamo subito anche molti gol. Ora con il vaccino finalmente andiamo in attacco e proviamo a segnare delle reti contro il Covid. È il primo intervento proattivo di contrasto al virus, non sono più solo interventi passivi».

Ma la difesa deve continuare.
«Senza dubbio. Ora possiamo anche attaccare, ma dobbiamo continuare a difenderci con la prudenza, il distanziamento, l'igiene, le mascherine. Restiamo vigili, ma possiamo finalmente anche andare all'attacco».

Quando finirà questo incubo? Una volta che abbiamo protetto con il vaccino tutte le categorie a rischio, non possiamo pensare di comportarci con il Covid come con le altre malattie visto che il tasso di ospedalizzazione e di decessi è estremamente più basso sotto una certa fascia di età?
«Ogni persona vulnerabile che vacciniamo è una persona che difendiamo dalla malattia e dal ricovero, e così limitiamo l'impatto sul sistema sanitario. Se dobbiamo dire quando arriveremo a una situazione in cui questo virus non circolerà più, potrebbe volerci molto tempo. Ma non è la cosa più importante: se lei pensa, il virus dell'influenza circola tutti gli anni, ma non fermiamo il mondo per questo. Con tante altre malattie conviviamo. Contro Covid però siamo totalmente disarmati, ma con il vaccino cambia molto. In sintesi: più persone vacciniamo, più soggetti fragili proteggiamo, più ci avviciniamo al ritorno a un sistema di vita normale».

In sintesi, se per l'estate avremo protetto con il vaccino tutti gli ultra sessantenni, le persone con patologie a rischio e gli operatori sanitari, gran parte del percorso sarà compiuto.
«A quel punto sarà una malattia con cui imparare a convivere. E soprattutto i nostri servizi sanitari potranno combattere una battaglia che oggi invece è troppo impari. L'obiettivo ragionevole dell'estate è proteggere tutti i vulnerabili e le categorie strategiche come il personale sanitario. L'obiettivo dell'immunità di gregge è più lontano, ma secondo me oggi anche meno cruciale».

Cosa pensa dell'ipotesi di rendere obbligatorio il vaccino?
«L'obbligatorietà è complicata, anche se paradossalmente su altre misure come la cintura di sicurezza o il casco sulla moto esiste ed è una cosa ormai accettata da tutti. Ma in questo caso, con l'obbligo rischiamo solo di fornire argomenti per l'irrazionalità: purtroppo sui vaccini già da molto tempo c'è stata molta disinformazione che ha creato una paura ancestrale. Dunque, l'obbligo potrebbe essere controproducente. Discorso diverso quando si parla di alcune categorie: un medico che non si vaccina non può mettere a rischio un paziente vulnerabile. Se non mi vaccino, non posso prendermi cura di un paziente con il tumore ai polmoni. Lo stesso deve valere, ad esempio, per chi lavora in una Rsa. La chiave deve essere questa: non ti obbligo, ma se vuoi svolgere determinate mansioni il vaccino è una condizione indispensabile. Come Stato, ho il dovere di proteggere le persone malate. Più che di obbligo, parlerei di requisito per svolgere un determinato lavoro».

Come mai nel Regno Unito il vaccino AstraZeneca è già stato autorizzato?
«Complicato rispondere. Ma come è successo con Pfizer, mi auguro che l'Ema dopo il sì britannico possa velocizzare l'autorizzazione anche per AstraZeneca. Non credo che gli inglesi assumano delle decisioni che possano mettere a rischio la salute dei cittadini».

Veniamo all'andamento dell'epidemia. Il fatto che molte regioni utilizzino con sempre più frequenza i tamponi rapidi non rende difficile capire quale sia la reale percentuale di positivi sul totale delle persone testate?
«Il problema esiste. Il Ministero della Salute sta lavorando a un sistema per inserire anche i tamponi antigenici nel flusso di dati dalle Regioni. Oggi i numeri più solidi a cui guardare sono quelli sull'impatto sanitario: ricoveri e decessi. I dati in Italia stanno avendo un assestamento, ma attorno a noi vediamo Paesi in cui c'è una ripresa di questi numeri che non ci può fare stare tranquilli».

Pensa che dal 7 gennaio si possa tornare all'applicazione del sistema dei colori assegnati alle regioni sulla base dei 21 indicatori?
«Sì, è un sistema che funziona e che è stato ben compreso dalla gente».

Riapriremo le scuole il 7 gennaio?
«Sarà più facile risponderle qualche giorno prima. Le scuole sono sicure, il virus circola poco nelle classi. Però non possiamo ignorare il problema di tutto ciò che si muove intorno alle scuole, a partire dai trasporti pubblici».
 

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